“lintraprendente.it 10.02.2014”
Oggi, 10 febbraio, è il giorno del ricordo delle
foibe. Quel maledetto biennio ’43-’45 in cui migliaia di italiani innocenti (i
dati mostrati oggi dalla Rai dicono 23mila) vennero massacrati dalle squadracce
del maresciallo Tito – al secolo Josif Broz – un partigiano talmente
democratico da rimanere padre-padrone della Iugoslavia per trentacinque anni di
fila, dal ’45 fino alla morte nel 1980. Rinnegato per decenni dai comunisti, a
settant’anni di distanza l’eccidio è ormai quasi unanimemente riconosciuto. Eppure,
nella civilissima Milano – fra Piazza Duomo, la Galleria e la Scala, insomma
nei dintorni di Palazzo Marino – c’è ancora un feudo di ultimi giapponesi che
ancora non si rassegnano a catalogare a pieno titolo le foibe come uno degli
orrori del secondo conflitto mondiale.
Sì forse ci sono state, va bene, ma che volete che siano qualche migliaio di morti contro i milioni del nazi-fascismo (e gli altrettanti milioni di Stalin dove li mettiamo?). E poi vuoi mettere la differenza qualitativa: i fascisti uccidevano perché erano brutti, sporchi e cattivi, mentre i partigiani comunisti per semplice sfogo contro gli anni di dura oppressione operata proprio dagli italiani fascisti (che la maggior parte delle vittime istriane non fosse iscritta al partito di Mussolini è un altro dettaglio omesso). Suvvia, erano solo compagni che sbagliano come quelli che nel ’75 sfondarono il cranio di Sergio Ramelli a suon di chiave inglese. Che sarà mai, l’uccisione di un solo giovane, peraltro «inquadrata nelle condizioni di una durissima battaglia politica e sociale che contribuì a far vivere la democrazia in Italia», come si leggeva nel 1987 in un volantino di Democrazia Proletaria, movimento di cui Giuliano Pisapia era illustre esponente. Ma ritorniamo alle foibe rimanendo, però, su Pisapia. Abbiamo saputo che, anche quest’anno, il sindaco di Milano non parteciperà alla cerimonia di ricordo delle vittime, per cui ha delegato il collega di giunta Franco D’Alfonso (assessore al Commercio, sarebbe stato più opportuno quello all’Istruzione Francesco Cappelli: forse anche lui condivide l’idea che le foibe siano un evento marginale?). Una decisione, quella di Pisapia, perfettamente in linea col suo voto sull’istituzione del giorno del ricordo per le foibe nel 2004: ai tempi, da parlamentare, si oppose insieme ai nove compagni di Rifondazione. Nel 2012, in occasione del primo anniversario della tragedia istriana che dovette affrontare come sindaco, Pisapia nella cerimonia (che qualche giorno dopo protestarono di fronte al Comune) tolse la parola agli esuli istriani e pose la sua firma in calce a un pamphlet di Enrico Wieser (già presidente Anpi-Ortiga) che definiva le «foibe un effetto e non la causa dell’oppressione italiana esercitata in quelle terre». «Il rancore e l’odio accumulati da sloveni e croati – si leggeva – per la criminale oppressione fascista può spiegare i comportamenti degli jugoslavi nei confronti della popolazione italiana che veniva identificata in blocco come nemico storico del nazionalismo sloveno e croato». E ancora: «Politicamente questo argomento (le foibe che altrove definiva addirittura «episodio marginale della guerra» ndr) è stato usato per la battaglia anticomunista, per addossare al comunismo colpe che non ha avuto». Il tutto stampato in 150 copie dal consiglio di zona tre, coi soldi del contribuente. Consiglio di zona che, qualche giorno fa, ha invitato la controversa storica Claudia Cernigoi a parlare di «uso strumentale delle foibe da parte della destra». «La giornata del ricordo – ha detto la “storica” in un’intervista – è una ricorrenza voluta da una lobby trasversale che vuole negare i crimini fascisti cercando di trasmettere l’idea che la resistenza jugoslava è stata una cosa negativa e non una lotta popolare di liberazione». Revisionismo storico a spese del contribuente.
Sì forse ci sono state, va bene, ma che volete che siano qualche migliaio di morti contro i milioni del nazi-fascismo (e gli altrettanti milioni di Stalin dove li mettiamo?). E poi vuoi mettere la differenza qualitativa: i fascisti uccidevano perché erano brutti, sporchi e cattivi, mentre i partigiani comunisti per semplice sfogo contro gli anni di dura oppressione operata proprio dagli italiani fascisti (che la maggior parte delle vittime istriane non fosse iscritta al partito di Mussolini è un altro dettaglio omesso). Suvvia, erano solo compagni che sbagliano come quelli che nel ’75 sfondarono il cranio di Sergio Ramelli a suon di chiave inglese. Che sarà mai, l’uccisione di un solo giovane, peraltro «inquadrata nelle condizioni di una durissima battaglia politica e sociale che contribuì a far vivere la democrazia in Italia», come si leggeva nel 1987 in un volantino di Democrazia Proletaria, movimento di cui Giuliano Pisapia era illustre esponente. Ma ritorniamo alle foibe rimanendo, però, su Pisapia. Abbiamo saputo che, anche quest’anno, il sindaco di Milano non parteciperà alla cerimonia di ricordo delle vittime, per cui ha delegato il collega di giunta Franco D’Alfonso (assessore al Commercio, sarebbe stato più opportuno quello all’Istruzione Francesco Cappelli: forse anche lui condivide l’idea che le foibe siano un evento marginale?). Una decisione, quella di Pisapia, perfettamente in linea col suo voto sull’istituzione del giorno del ricordo per le foibe nel 2004: ai tempi, da parlamentare, si oppose insieme ai nove compagni di Rifondazione. Nel 2012, in occasione del primo anniversario della tragedia istriana che dovette affrontare come sindaco, Pisapia nella cerimonia (che qualche giorno dopo protestarono di fronte al Comune) tolse la parola agli esuli istriani e pose la sua firma in calce a un pamphlet di Enrico Wieser (già presidente Anpi-Ortiga) che definiva le «foibe un effetto e non la causa dell’oppressione italiana esercitata in quelle terre». «Il rancore e l’odio accumulati da sloveni e croati – si leggeva – per la criminale oppressione fascista può spiegare i comportamenti degli jugoslavi nei confronti della popolazione italiana che veniva identificata in blocco come nemico storico del nazionalismo sloveno e croato». E ancora: «Politicamente questo argomento (le foibe che altrove definiva addirittura «episodio marginale della guerra» ndr) è stato usato per la battaglia anticomunista, per addossare al comunismo colpe che non ha avuto». Il tutto stampato in 150 copie dal consiglio di zona tre, coi soldi del contribuente. Consiglio di zona che, qualche giorno fa, ha invitato la controversa storica Claudia Cernigoi a parlare di «uso strumentale delle foibe da parte della destra». «La giornata del ricordo – ha detto la “storica” in un’intervista – è una ricorrenza voluta da una lobby trasversale che vuole negare i crimini fascisti cercando di trasmettere l’idea che la resistenza jugoslava è stata una cosa negativa e non una lotta popolare di liberazione». Revisionismo storico a spese del contribuente.

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