“La Padania 07.01.2014”
Erano bloccate nella Repubblica (Democratica!) del Congo da ormai due mesi e, nonostante l'intenzione di non tornare in Italia senza i bambini che hanno adottato, alla fine hanno dovuto desistere. Sebbene per il tribunale congolese fossero già figli loro. Ora i bambini resteranno probabilmente in una struttura alla periferia della capitale gestita da una onlus italiana in attesa che la burocrazia e le istituzioni facciano la loro parte. A poco infatti è servita la telefonata del premier Letta all'omologo congolese il 24 dicembre scorso. Kinshasa ha ribadito che dopo i casi di affido a un gay canadese e il passaggio di un bimbo da una coppia statunitense a un'altra, fuori dalle leggi del Congo - le adozioni internazionali sono ferme. E quindi anche i bambini «italiani» dovranno attendere ulteriori verifiche per i «nulla osta» all'uscita. Va ricordato che il Congo non ha mai sottoscritto la Convenzione dell'Aia né tantomeno un trattato bilaterale con l' Italia in tema di adozioni. Ma beffa delle beffe, durante questo caos istituzionale, a molti dei genitori arrivati a inizio novembre sono scaduti i visti. E non sono stati rinnovati. I funzionari della Farnesina inviati con la massima urgenza in Congo per dare sostegno alle nostre famiglie sono riusciti solo a non far pagare la multa. E ad evitare decreti di espulsione, che rischierebbero di compromettere le adozioni. Insomma, un incubo. Che rischia non solo di logorarli psicologicamente, ma anche di prosciugare i risparmi. E, nella peggiore delle ipotesi, potrebbe anche costar loro il posto di lavoro. A fermare alla frontiera i nostri connazionali è stato il dipartimento generale della Migrazione (Dgm) di Kinshasa che non ha dato il permesso ai bambini adottati di uscire dal Paese. La firma doveva arrivare dopo l'assegnazione di piccoli alle rispettive famiglie, nel giro di una settimana al massimo. E invece non è mai arrivata. Tra le tante famiglie bloccate c'è Mara Gorini, del Varesotto. Insieme con il marito e con altri due figli adottivi, era volata in Congo il 5 novembre per abbracciare il nuovo arrivato. Ma le cose sono andate diversamente. Stessa situazione per Lara Bresciani e il marito Anton io Marinoni, di Bergamo, che dopo tre anni di attesa e pratiche cartabollate speravano di aver coronato il sogno di diventare genitori. Intrappolati nelle maglie della burocrazia. Dimenticati dalla politica e da un governo che ha fatto poco e tardi. A occuparsi della vicenda, al momento, sono sia il ministero degli Esteri che quello dell'Integrazione che fa capo a Kyenge, congolese di nascita. Intanto le famiglie torneranno in Italia senza i loro bimbi. Uno strazio emotivo e anche economico visto che restare in Congo in questi mesi è costato oltre 120 euro al giorno senza contare una procedura di adozione che tra avvocati, visti, bolli, biglietti aerei, ecc... è arrivata a 20 mila euro. Ma c'è qualcosa che rende tutta questa vicenda ancora più inquietante e che lascia poco spazio all'ottimismo: nel Kivu si sono riaccesi in questi giorni scontri violenti. E ovunque vadano, i bambini rischiano e dovranno poi continuare a essere sostenuti economicamente dalle famiglie italiane dalle quali ormai dipendono. Una situazione difficile e delicata su cu i ieri, via facebook, è intervenuto Matteo Salvini. Il leader leghista, che auspica «adozioni più facili, veloci e meno costose», fa ironicamente i complimenti ai vari «Letta, Kyenge, Boldrini e buonisti vari...» per il risultato raggiunto. «La verità - conclude amaramente Salvini - è che 24 coppie italiane torneranno a mani vuote dal Congo, senza i bimbi che volevano adottare e senza più soldi da spendere». Chapeau...

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