martedì 7 gennaio 2014

Regole, concordato e referendum: la "via leghista" alle moschee


“La Padania 07.01.2014”

Vincoli precisi sulla loro costruzione. Trasparenza su i bilanci. E soprattutto l'obbligo di consultare le popolazioni locali  prima di avviarne la realizzazione. Sono alcuni dei princìpi cardine di una proposta di legge della Lega per regolamentare l'apertura di nuovi centri di culto islamici nel nostro Paese. Proposta vecchia di anni e mai approdata in Parlamento, ma che torna periodicamente di attualità, ogni qualvolta Amministrazioni locali di centrosinistra si dicono pronte ad ospitare moschee o scuole coraniche nelle città del Nord. Primi firmatari della pdl del Carroccio su una materia così delicata -e  destinata a infiammare periodicamente il dibattito politico – erano Roberto Cota e Andrea Gibelli, la Lega era al governo con la coalizione di centrodestra ma la fine anticipata dell'esecutivo Berlusconi ne impedì l'approvazione. Ad anni di  distanza, il testo di quella legge rimasta virtuale si dimostra talmente valido e attuale da non meritare alcun correttivo.
Tanto che la Lega l'ha ripresentata e depositata nella nuova legislatura, affinché sia assegnata in commissione per il suo esame. l promotori partivano da un dato di fatto: l' Italia non ha alcuna necessità di ospitare moschee, soprattutto in un periodo storico come l'attuale, caratterizzato da forti tensioni nel mondo islamico, da derive terroristiche pronte a colpirci in nome della jihad e da disordini organizzati anche nelle maggiori città europee dalla parte più integra li sta dell'Islam. Insomma, una moratoria su minareti e affini è il minimo per garantirci sonni tranquilli. Altro punto fondamentale, l'apertura dei luoghi di culto di gruppi religiosi dev'essere vincolata ad un concordato con le autorità laiche dello Stato ospitante, esattamente come avviene per la Chiesa cattolica. In ogni caso, il principio da seguire in Italia, come già avviene in alcuni Paesi europei, dev'essere quello di consultare la popolazione locale prima di dare il via libera a qualsiasi progetto di costruzione di moschee, mina reti o strutture adibite ad ospitare i seguaci di Maometto, ad esempio per l'indottrinamento delle nuove leve dell'Islam. La strada del referendum – la più trasparente e democratica - è sempre stata sostenuta con determinazione dal Carroccio, a Milano come in qualunque altra città nella quale una Giunta si è svegliata  con l' irresistibile voglia di divulgare il Corano e far pregare Allah. La proposta di legge Cota-Gibelli si articola poi in una serie di "regole" volte a garantire la sicurezza dei luoghi di culto islamici. Fra queste, un registro per gli imam; bilanci trasparenti, con il divieto di ricevere fondi dall'estero; nessuna scuola islamica; la distanza minima di un chilometro da chiese e sinagoghe; l'obbligo di esercitare il culto nella lingua italiana. Quest'ultimo "paletto" si spiega con la evidente necessità di scongiurare prediche e manifestazioni intrise di odio nei confronti dei non islamici, tali da innescare violenze e persecuzioni contro i "cani infedeli" di diverso credo, a partire dai cristiani. «La nostra idea di far pronunciare direttamente la gente sta cominciando a prendere corpo - ha osservato Gibelli a proposito dell'obbligo di indire un referendum prima di dare il via ad una nuova moschea -. La Lega ha sempre sostenuto con forza questa proposta, anche se in maniera più strutturata rispetto a quella che sta invece sbandierando qualcuno ora. Ci auguriamo quindi che presto si riesca ad imboccare questa strada, la sola veramente democratica e che potrà dire in maniera assoluta ciò che la gente pensa e vuole rispetto alla questione dell'Islam sotto la propria casa».


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