“Matteo Borghi”
“lintraprendente.it 26.11.2013”
No a euro, banche, grosse
imprese e grande distribuzione, lobby, consumo di suolo, prodotti esteri. Sì a
sovranità (specie monetaria), Pmi, prodotti locali, agricoltura e consumo a
chilometro zero. È questa la Lega Nord 3.0 che il candidato largamente favorito
al congresso, Matteo Salvini, ha in mente. Una release del partito che, in
molti aspetti, richiama l’edizione primigenia, di rottura degli schemi
dell’Umberto Magno che fu. Intervenuto oggi nelle sale del Pirellone – non è
chiaro se come capo della Lega Lombarda o come segretario in pectore del
Carroccio – Salvini ha detto che i punti fondamentali del suo programma
elettorale sono «indipendenza e disobbedienza». Una visione politica con
«un’occhio di riguardo per la nostra gente», che sappia andare contro ai poteri
forti di Roma e Bruxelles che spremono il Nord fino all’ultima goccia. In una
parola una Lega che sappia tornare ad essere, violentemente e prepotentemente
(in senso buono), sindacato del territorio.
Che il nuovo corso che la Lega, probabilmente, prenderà a breve sia positivo o negativo lo lasciamo al giudizio del lettore. Noi ci limitiamo a una serie di considerazioni chiaroscurali sulla proposta politica di Salvini. Da una parte la lotta contro lo strapotere centralista e dirigista (di Roma e Bruxelles) non può che riscuotere le nostre simpatie: l’idea federalista per cui ognuno ha il diritto (ma anche il dovere) di autoregolarsi, di gestire al meglio le proprie risorse senza parassitare quelle altrui è alla base di ogni forma di governo liberale che si rispetti. Con modi e accenti diversi questa è la modalità che caratterizza due grandi democrazie come la Svizzera e gli Stati Uniti d’America che, proprio grazie a una struttura statale snella e favorevole all’impresa, riescono ancora a crescere in un periodo di straordinaria recessione. Il problema è che non è esattamente a questi modelli politici che Salvini pare volersi rifare. Stamattina si è parlato di due proposte politiche non proprio favorevoli al mercato e alla libera concorrenza: la prima punta a impedire qualsiasi ulteriore consumo di suolo, favorendo però le ristrutturazioni grazie alla detassazione; la seconda a valorizzare i prodotti locali. Entrambe hanno dei vantaggi così come degli svantaggi. Di fatto, però, non corrispondono a una concezione liberale dell’economia, bensì protezionista e quasi autarchica. In un momento in cui l’economia, per sopravvivere, dovrebbe aprirsi al massimo – lo dimostrano i dati delle Camere di commercio di tutto il Nord, che dimostrano come vadano bene solo le imprese che riescono ad esportare – quel che si propone è invece un’ulteriore chiusura. Un modello lepeniano propugnato in Francia da Marine che – come ci conferma un pezzo da novanta dell’apparato leghista – ha già ricevuto l’invito a parlare al congresso del 15 dicembre insieme a Geert Wilders, gli austriaci e altri movimenti euroscettici. Un invito concordato con Maroni con cui Salvini suggella, in anticipo, la sua vittoria. E delinea i fondamenti della Lega del futuro: «indipendentista a casa propria, ma con l’obiettivo di salvare il lavoro rottamando l’euro a Bruxelles».
Che il nuovo corso che la Lega, probabilmente, prenderà a breve sia positivo o negativo lo lasciamo al giudizio del lettore. Noi ci limitiamo a una serie di considerazioni chiaroscurali sulla proposta politica di Salvini. Da una parte la lotta contro lo strapotere centralista e dirigista (di Roma e Bruxelles) non può che riscuotere le nostre simpatie: l’idea federalista per cui ognuno ha il diritto (ma anche il dovere) di autoregolarsi, di gestire al meglio le proprie risorse senza parassitare quelle altrui è alla base di ogni forma di governo liberale che si rispetti. Con modi e accenti diversi questa è la modalità che caratterizza due grandi democrazie come la Svizzera e gli Stati Uniti d’America che, proprio grazie a una struttura statale snella e favorevole all’impresa, riescono ancora a crescere in un periodo di straordinaria recessione. Il problema è che non è esattamente a questi modelli politici che Salvini pare volersi rifare. Stamattina si è parlato di due proposte politiche non proprio favorevoli al mercato e alla libera concorrenza: la prima punta a impedire qualsiasi ulteriore consumo di suolo, favorendo però le ristrutturazioni grazie alla detassazione; la seconda a valorizzare i prodotti locali. Entrambe hanno dei vantaggi così come degli svantaggi. Di fatto, però, non corrispondono a una concezione liberale dell’economia, bensì protezionista e quasi autarchica. In un momento in cui l’economia, per sopravvivere, dovrebbe aprirsi al massimo – lo dimostrano i dati delle Camere di commercio di tutto il Nord, che dimostrano come vadano bene solo le imprese che riescono ad esportare – quel che si propone è invece un’ulteriore chiusura. Un modello lepeniano propugnato in Francia da Marine che – come ci conferma un pezzo da novanta dell’apparato leghista – ha già ricevuto l’invito a parlare al congresso del 15 dicembre insieme a Geert Wilders, gli austriaci e altri movimenti euroscettici. Un invito concordato con Maroni con cui Salvini suggella, in anticipo, la sua vittoria. E delinea i fondamenti della Lega del futuro: «indipendentista a casa propria, ma con l’obiettivo di salvare il lavoro rottamando l’euro a Bruxelles».

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