venerdì 9 agosto 2013

La “lezione” tedesca: nella crisi non c’è spazio per la cooperazione

“Stefano Bruno Gali”
“lindipendenza.com 09.08.2013”

Ieri più Stato, oggi più Länder. La Germania rispose alla grande crisi del 1929, quella del crollo della borsa di Wall Street e delle successive ripercussioni europee, enfatizzando il ruolo dello Stato centrale nella guida dei processi economici e sociali. Gettò così le fondamenta di quella idolatria verso lo Stato-moloch, che sarebbe stata alla base delle successive involuzioni totalitarie degli anni Trenta. Oggi, la stessa Germania ha risposto alla crisi – parimenti grave, se non di più – in senso inverso: decentrando e attribuendo maggiori responsabilità politiche e amministrative ai Länder. Di fronte al cupio dissolvi dello Stato nazionale, burocratico e accentratore, la Germania ha accresciuto il ruolo delle unità macroregionali, quali sono i Länder che la compongono e che rappresentano il vero antidoto alla crisi economica e alle perverse dinamiche della globalizzazione. Se prima, infatti, la dicotomia era quella fra Stato e mercato, adesso essa ha mutato di segno ed è quella tra comunità territoriali e mercato globale. In forza di questo processo, era inevitabile che il federalismo cooperativo tedesco – quello che giustamente Gianfranco Miglio definiva un “falso” federalismo proprio per il suo aspetto solidaristico - venisse messo in discussione, a cominciare dalla sua articolazione amministrativa.
In previsione della necessità di ottenere il pareggio di bilancio, imposto da Berlino non solo agli altri Stati europei – che lo hanno costituzionalizzato – ma anche a tutti i Länder, quelle amministrazioni che non riescono a far quadrare i conti nel rapporto tra Pil e debito (Berlino, Amburgo, Brema, Saarland e Nord Reno-Westfalia) sono destinate a vedere erosa la propria autonomia e, in prospettiva, a valutare l’ipotesi dell’accorpamento con altre unità regionali. Si parla infatti di rimettere in discussione i principi del federalismo cooperativo e di ridurre il numero dei Länder da 16 a 11, se non addirittura a 9. Tutto ciò è assai indicativo e per una folla di ragioni suona da monito per l’attuale situazione italiana, nel momento in cui i “saggi” nominati dal presidente Napolitano in primavera hanno nuovamente individuato nel federalismo, dopo le recrudescenze di centralismo del governo Monti, la strada maestra per fronteggiare la crisi che si abbatte su famiglie e imprese. Nella Relazione Finale del Gruppo di Lavoro sulle riforme istituzionali si rilevava infatti che la crisi «potrebbe costituire una ragione per esaltare le ragioni del federalismo fiscale»; federalismo che «rafforza la responsabilità delle autonomie territoriali nella gestione dei propri bilanci a partire da una ripartizione delle risorse pubbliche tra tutti i livelli di governo e tra enti decentrati ispirata a criteri di equità e di efficienza». Questa riforma non deve essere abbandonata nel «limbo». Perché le vicende interne della Germania sono così importanti? Dopo tante stucchevoli lezioncine che frau Merkel, negli ultimi anni, ha imposto all’Europa, suscitando disagi e perplessità, forse questa è davvero una lectio magistralis. Anzitutto perché al tempo di una crisi economica così forte, e con pesanti ripercussioni sociali, ogni amministrazione regionale deve essere inchiodata alle proprie responsabilità. Non si può più trascurare la spesa pubblica locale in base al Pil regionale e alla capacità fiscale territoriale. Devono essere inoltre ripensate le politiche assistenziali concepite per sanare gli squilibri territoriali; politiche assistenziali che, per quanto attiene allo Stato centrale con il Mezzogiorno, hanno assunto un carattere diffusamente clientelare e, nel corso di almeno mezzo secolo, non hanno mai prodotto risultati accettabili. Di solidarietà in questo sgangherato paese ce n’è stata sin troppa: come in Germania è il Sud che paga per tutti, in Italia è il Nord che ha pagato e paga sempre per tutti. Ma nella crisi non c’è spazio per la cooperazione. Nel dibattito tedesco di queste settimane si sta infine profilando l’ipotesi di ridare vita, nei territori dell’ex Lega Anseatica, a uno “Stato del Nord” su base macroregionale. La riabilitazione delle “leghe” medievali intese quale esperienza di aggregazione istituzionale proto-federale e, come ha fatto il “Financial Times” poco più di un anno fa, il recupero dell’Europa lotaringia – di cui faceva parte anche la Padania – come culla delle attività manifatturiere, della civiltà mercantile e dell’economia reale, sono fatti importanti. Al di là di questo, l’idea di progettare delle razionali aggregazioni amministrative macroregionali in relazione alle vocazioni economiche e produttive territoriali e alle capacità fiscali rappresenta un segnale rilevante verso la costruzione della Macroregione del Nord, intesa quale risposta politica e istituzionale a una crisi che ha rilanciato con forza la Questione settentrionale.


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