giovedì 25 luglio 2013

Gli esperti: dal picconatore solo discorsi sconnessi Kabobo incapace di intendere

“Anna Giorgi e Agnese Pini”
“ilgiorno.it 25.07.2013”

Milano, 25 luglio 2013 - Mada che non capisce, Mada che non parla, Mada che guarda nel vuoto, che dice frasi sconnesse e biascica strane formule nella sua lingua confusa: «Un dialetto ghanese», dicono gli inquirenti, confermano gli psichiatri. Mada che, alla fine — e come da previsioni della vigilia — è stato giudicato «incapace di intendere e di volere» dagli esperti che dal 6 giugno lo hanno tenuto sotto osservazione, lo hanno esaminato, hanno provato a guardare dentro alla sua testa annebbiata. A questa conclusione, secondo indiscrezioni, sono arrivati gli psichiatri incaricati dalla Procura di provare a far luce nel buio di un uomo di 31 anni dalla personalità, a quanto pare, distorta e impenetrabile. Le uniche parole che in questi due mesi e mezzo chi lo ha interrogato è riuscito a comprendere — tra carabinieri, avvocati, pubblico ministero, giudice e personale medico — sono state le stesse pronunciate dal mostro di Niguarda a poche ore dal suo arresto, all’alba di sabato 11 maggio:
«Sento le voci, voci cattive», aveva detto già allora in maniera psicotica e ha continuato a ribadire poi. Nient’altro. Mada Kabobo aveva appena massacrato a colpi di piccone tre uomini, uno morto sul colpo, gli altri a distanza di pochi giorni: un’estenuante processione di lutti che aveva gettato l’intero quartiere nell’incubo di una mattanza ancora incomprensibile. E adesso, stando agli esiti della perizia psichiatrica su questo killer, potrebbe sfumare anche la possibilità di quella «punizione esemplare» per l’assassino che forse era pazzo, ma di sicuro non ha avuto pietà, una «punizione» più volte invocata dai parenti delle vittime: Alessandro Carolè, 40 anni, Ermanno Masini, 64 anni, Daniele Carella, 20 anni. Ad oggi è accertato che Kabobo non «non era in sé» al momento della strage. Ma se dalla relazione finale della perizia dovesse emergere che il killer si trova anche adesso in condizioni così alienate da non poter presenziare consapevolmente al processo, potrebbe essere affidato a un ospedale psichiatrico giudiziario senza nemmeno entrare in un’aula di tribunale. Senza dover rispondere delle accuse pesantissime che lo inchiodano al suo massacro: triplice omicidio volontario e lesioni volontarie (oltre ai tre morti, il bilancio di quella mattina di maggio segna anche due feriti). Eppure, nelle immagini delle telecamere di sorveglianza agli angoli delle strade della strage — via Adriatico per Masini, piazza Belloveso per Carolè, via Monte Rotondo per Carella — il film dell’orrore che racconta Kabobo non mostra i tratti del folle, almeno inteso nel senso comune del termine. Mada sembra determinatissimo nel suo disegno di morte, e soprattutto molto tranquillo. Perfino consapevole, al punto da cercare di sbarazzarsi del suo piccone non appena si accorge di essere braccato dai carabinieri. Poco conta, perché Mada non parla, farnetica. Mada sentiva «voci cattive». Ha ferito due uomini e ne ha uccisi altri tre per colpa di quelle voci, e forse avrebbe colpito e ucciso ancora se non fosse stato fermato.




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