mercoledì 31 luglio 2013

Fontana al ministro Kyenge: «E' al Nord la migliore accoglienza»

“La Padania 31.07.2013”


Duello" a tutto campo a Cantù alla festa del Pd, l'altra sera, tra il ministro per l' Integrazione Cécile Kyenge e il sindaco di Varese, il leghista Attilio Fontana. «Secondo un' indagine pubblicata dal Cnr - ha esordito Fontana in risposta al moderatore che gli chiedeva di commentare le prese di posizione intolleranti nei confronti del ministro provenienti dal Settentrione - secondo dichiarazioni raccolte tra gli stessi immigrati, le Regioni, più accoglienti sono quelle del Nord, in particolare il Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e il Veneto. Al contrario, quelle nelle quali si sentono più in difficoltà sono Puglia, Campania e Calabria. Forse c'è un'enfasi eccessiva nei confronti di chi dice stupidate rispetto a chi si comporta bene». «Sono dell'opinione - ha in seguito detto Fontana a proposito di certi episodi avvenuti nel calcio - che il razzismo si manifesti nei fatti. Certi comportamenti sono sicuramente sbagliati, ma vengono definite "razzisti" anche se hanno tutta un'altra origine, anch'essa sbagliata».
Paradossale la risposta del ministro: «Se i tifosi fischiano il giocatore di colore della squadra avversaria ma non fischiano il proprio è ipocrisia. È "razzismo democratico"... «Parlando di "integrazione", Kyenge ha poi ribadito il suo sogno di «togliere la g alla parola integrazione, e arrivare all'interazione», ai «rapporti tra persone, quando ci si sente protagonisti della comunità in cui si vive». «Sono convinto che la cultura di un popolo sia qualcosa di irrinunciabile - ha ribattuto Fontana - e credo che la nostra storia, le nostre tradizioni siano irrinunciabili. Non è detto che tutto ciò che portano le altre culture debba essere accettato. La società dirà quali si intendono accettare e quali no. Se eliminiamo questi principi di base non esiste più una civiltà, una base dal quale partire». Il sindaco ha portato come esempio la libertà femminile. «Se accettiamo tutti i va lari, tutte le regole e tutte le culture che esistono nel mondo  rischiamo di creare una situazione incontrallata». Sulla legge (francese ma anche sull'applicazione di quella italiana) che ha vietato il burka, il ministro è stato sfuggente. Riprendendo il suo concetto di "condivisione", ha sostenuto che bisogna «cercare di avere un accompagnamento attraverso il dialogo. Insieme alle protagoniste, arrivare a poter stabilire se  effettivamente dopo un percorso è necessario poter insistere con la legge, visto che la legge esiste già...» E ha paragonato il velo islamico a quello delle suore. Il moderatore ha poi ripreso i due modelli di immigrazione: quella delle comunità chiuse e quella dell'integrazione "alla Balotelli". «Credo che chi arriva in un territorio debba accettarne le regole, e farlo senza dubbi. Se ci sono dubbi è perché non siamo convinti della nostra civiltà. Sul discorso del burqa vi sono due ragioni per cui la legge va applicata: la prima è proprio che la legge esiste, e la seconda è che si deve rispettare il principio di parità tra uomo e donna». Sull'assistenza pediatrica ai figli degli immigrati irregolari, oggetto di una mozione respinta in Regione Lombardia, Fontana ha ribadito la contrarietà della Lega all'immigrazione clandestina, anche perché crea problemi «a quella parte dell'immigrazione che si integra, fa parte della nostra società ed ha un ruolo al suo interno». Venendo allo scottante tema della regolamentazione dell'immigrazione stessa, Kyenge ha riconosciuto che non era nel programma del governo. Ma ha ribadito che può passare dal Parlamento, cosa che sta avvenendo per la legge sulla cittadinanza. «E credo che anche la legge Bossi Fini vada rivista», ha ribadito. Un netto "no" allo "ius soli" è invece stato ripetuto da Fontana. «L'immigrato può diventare cittadino italiano dopo dieci anni di residenza, e il figlio in questi casi diventa automaticamente anche lui cittadino». Significativo poi che i Paesi in cui esiste lo ius soli «esiste soprattutto nei Paesi nuovi, che devono essere popolati, in cui si cercava di attirare persone. Non c'è un Paese africano che lo applichi, tranne il Sud Africa con però molti temperamenti». «Non si riesce a capire il perché ci debba essere un automatismo per la cittadinanza. Se si decide di diventare cittadino di un certo Paese lo deve fare in maniera cosciente. E quindi dopo un ragionamento, una scelta ponderata. Non dimentichiamo che il bambino che non è ancora cittadino italiano ha tutti i diritti del bambino cittadino italiano. È una questione soltanto forma le. E già ora, al compimento dei 18 anni, può decidere se diventare o meno cittadino italiano, ha concluso». 

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