“Stefano Bruno Galli”
“lindipendenza.com 12.07.2013”
Sono sempre penetranti e suggestivi gli interventi
di Gilberto Oneto, indomito paladino dell’indipendentismo padano. Anche
quello di qualche giorno fa sulla bandiera e sulla festa della Lombardia lo
era. E non bisogna farlo cadere nel vuoto. La rivoluzione per eccellenza, al di
là di ogni giudizio storiografico o ideologico, è la rivoluzione francese del
1789. E da qui occorre partire. I volontari del Comitato permanente – alla
vigilia della presa della Bastiglia, cupo simbolo dell’Ancien régime –
portavano sul cappello una coccarda blu e rossa, i colori della municipalità di
Parigi. Ai quali venne poi aggiunto, nelle ‘giornate d’ottobre’ – quando il
popolo marciò su Versailles per imporre al re e agli Stati generali di
trasferirsi a Parigi – il bianco della monarchia. La Marseillaise –
con le sue origini che affondano nella leggenda: Allons enfants de la
patrie, le jour de gloire est arrivèe. Aux armes, oh citoyens – fu
adottata solo nel corso del 1792, quale inno della rivoluzione. Un anno dopo, i
rivoluzionari cambiarono anche la misura del tempo, elaborarono un nuovo
calendario che scandiva un tempo tutto nuovo e tutto laico.
La rivoluzione era una cesura radicale con il passato: il futuro cominciava con la proclamazione della Repubblica, il 22 settembre 1792. Da questa data in poi, i dodici mesi – ridotti tutti a trenta giorni – sarebbero stati Vendemmiaio, Brumaio, Frimaio, Nevoso, Piovoso, Ventoso, Germinale, Fiorile, Pratile, Messidoro, Termidoro e Fruttidoro. Sempre nel 1793 i rivoluzionari adottarono il sistema metrico decimale per le unità di peso, capacità e misura. Tutte invenzioni giacobine, intendiamoci. Con ciò intendo tuttavia sostenere che i simboli sono davvero molto importanti dal punto di vista politico perché rappresentano concretamente lo slancio ideale di un processo rivoluzionario. Spesso emergono e s’impongono quasi naturaliter, per effetto della dinamica degli eventi, quando vengono riconosciuti da tutti e, quindi, adottati sulla scia di un consenso unanime e generalizzato. A rivoluzione in corso, non prima né dopo. Prima bisogna occuparsi di problemi che stanno emergendo con forza dal corpo della società, a cominciare dalla crisi economica e dai suoi risvolti sociali sulle famiglie e sulle imprese. In particolare la bandiera è il simbolo di lotta e di identità nel nome del quale si è disposti a combattere e a mettere in gioco la propria esistenza fisica. La sua forza simbolica raffigura l’identità di quell’agenzia di socializzazione in cui crediamo e per la quale siamo disposti a sacrificare la vita. Saremmo oggi disposti a morire in nome delle dodici stelle dorate dell’Europa dei tecnocrati e dei burocrati? Direi proprio di no. Saremmo oggi disposti a morire per un tricolore, simbolo di uno Stato ingordo e predatore, che è moribondo? Direi proprio di no. Saremmo oggi disposti a morire per la nostra comunità territoriale, quella in cui siamo nati e viviamo, per la quale aneliamo l’autonomia, l’autogoverno e poi l’indipendenza? Direi proprio di sì. Ecco perché la questione della bandiera della Lombardia – ma anche quella della festa – è importantissima e va trattata con cura, senza dilettantismi né approssimazioni. Aveva ragione Miglio a definire la rosa camuna come “la manopola di un servizio idrosanitario”. Tecnicamente si tratta del gonfalone della Regione Lombardia, cosa diversa da una bandiera, per la quale ci vuole sicuramente un esperto di araldica. È vero: quella convenzionalmente chiamata Croce di San Giorgio era il simbolo della Lombardia storica, molto più estesa dell’attuale territorio regionale. Lavorare su questa bandiera non è del tutto appropriato dal punto di vista storico. Nella tradizione l’“insubre terra” – come la chiamava, per esempio, Santorre di Santa Rosa all’inizio dell’Ottocento – corrispondeva grosso modo all’attuale Lombardia: questa è la ragione per cui il Ducale, con tutta la sua forza evocativa e il suo retroterra storico sarebbe assai più appropriato. Ma dovrebbe essere affiancato a un simbolo della Lombardia amministrativa. E la rosa camuna, per quanto oggettivamente brutta e insignificante, andrebbe bene. Una delle possibili soluzioni – forse la più razionale e ragionevole – potrebbe essere proprio quella di pensare non a una, bensì a due bandiere: una bandiera storica e una bandiera amministrativa. Il Ducale come bandiera storica e la rosa camuna, cioè il “rubinetto” di Miglio, trasformata – dal punto di vista araldico – da gonfalone in bandiera. È del resto vero che la Regione è un’invenzione: e questo consente di inventarsi anche la bandiera amministrativa. Ma quella storica no: è il Ducale. In ordine alla data, il 29 maggio è davvero troppo risorgimentale e, quindi, stomachevole. “Dovunque è Legnano”, dice il Canto degli italiani sulle note della marcetta di Mameli, nella sua versione integrale. Per intenderci: non nella versione canticchiata in occasione delle partite della nazionale pallonara. Eppoi è data di guerra che esclude chi non fu – appunto – della partita, cioè Pavia, Varese e Como e altre città minori. Sarebbe semmai da preferire la data convenzionale del 7 aprile 1167, giorno del giuramento di Pontida. Perché? La dottrina è ormai concorde nell’individuare nelle ‘leghe’ di città il precedente storico e istituzionale delle successive evoluzioni confederali e, quindi, federali. Vi è, insomma, una certa continuità nell’evoluzione istituzionale dalle leghe medievali alle confederazioni di Stati per giungere infine alle moderne federazioni. La storia ci suggerisce allora che il giuramento di Pontida viene oltre un secolo prima del patto del Grütli (1291), evento fondativo della confederazione svizzera, così ammirata da ogni vero spirito federalista. Il federalismo, insomma, è nato nell’abbazia di Pontida prima che sul prato del Grütli. Ciò può essere rivendicato con fierezza e con orgoglio perché enfatizza le tradizioni civiche, lo spirito di autonomia e la rivendicazione di autogoverno. Il 7 aprile potrebbe essere la data della festa della Regione Lombardia, anche se esclude qualche città che decise di stare dalla parte dell’imperatore. La data che suggerisce Gilberto Oneto è fortemente simbolica e comunque meritevole di attenzione. Ogni anno, convenzionalmente, la prima domenica di maggio potrebbe essere una festa di forte consapevolezza antistatale, cioè di libertà dallo Stato oppressore e vessatore, ingordo e predatore, che – da sempre – schiavizza il Nord. Le cannonate di Bava Beccaris nella crisi di fine secolo (1898) furono un esempio concreto dello spirito repressivo dello Stato, della sua forza coercitiva e della violenza alla quale abitualmente ricorre per soffocare nel sangue l’insurrezione popolare. La data assumerebbe così il significato della lotta antitaliana, contro lo Stato. Quella lotta che bisogna praticare oggi per radicalizzare la frattura, utilizzarla come elemento virtuoso, imponendo allo Stato di venire a trattare la sua resa con il Nord.
La rivoluzione era una cesura radicale con il passato: il futuro cominciava con la proclamazione della Repubblica, il 22 settembre 1792. Da questa data in poi, i dodici mesi – ridotti tutti a trenta giorni – sarebbero stati Vendemmiaio, Brumaio, Frimaio, Nevoso, Piovoso, Ventoso, Germinale, Fiorile, Pratile, Messidoro, Termidoro e Fruttidoro. Sempre nel 1793 i rivoluzionari adottarono il sistema metrico decimale per le unità di peso, capacità e misura. Tutte invenzioni giacobine, intendiamoci. Con ciò intendo tuttavia sostenere che i simboli sono davvero molto importanti dal punto di vista politico perché rappresentano concretamente lo slancio ideale di un processo rivoluzionario. Spesso emergono e s’impongono quasi naturaliter, per effetto della dinamica degli eventi, quando vengono riconosciuti da tutti e, quindi, adottati sulla scia di un consenso unanime e generalizzato. A rivoluzione in corso, non prima né dopo. Prima bisogna occuparsi di problemi che stanno emergendo con forza dal corpo della società, a cominciare dalla crisi economica e dai suoi risvolti sociali sulle famiglie e sulle imprese. In particolare la bandiera è il simbolo di lotta e di identità nel nome del quale si è disposti a combattere e a mettere in gioco la propria esistenza fisica. La sua forza simbolica raffigura l’identità di quell’agenzia di socializzazione in cui crediamo e per la quale siamo disposti a sacrificare la vita. Saremmo oggi disposti a morire in nome delle dodici stelle dorate dell’Europa dei tecnocrati e dei burocrati? Direi proprio di no. Saremmo oggi disposti a morire per un tricolore, simbolo di uno Stato ingordo e predatore, che è moribondo? Direi proprio di no. Saremmo oggi disposti a morire per la nostra comunità territoriale, quella in cui siamo nati e viviamo, per la quale aneliamo l’autonomia, l’autogoverno e poi l’indipendenza? Direi proprio di sì. Ecco perché la questione della bandiera della Lombardia – ma anche quella della festa – è importantissima e va trattata con cura, senza dilettantismi né approssimazioni. Aveva ragione Miglio a definire la rosa camuna come “la manopola di un servizio idrosanitario”. Tecnicamente si tratta del gonfalone della Regione Lombardia, cosa diversa da una bandiera, per la quale ci vuole sicuramente un esperto di araldica. È vero: quella convenzionalmente chiamata Croce di San Giorgio era il simbolo della Lombardia storica, molto più estesa dell’attuale territorio regionale. Lavorare su questa bandiera non è del tutto appropriato dal punto di vista storico. Nella tradizione l’“insubre terra” – come la chiamava, per esempio, Santorre di Santa Rosa all’inizio dell’Ottocento – corrispondeva grosso modo all’attuale Lombardia: questa è la ragione per cui il Ducale, con tutta la sua forza evocativa e il suo retroterra storico sarebbe assai più appropriato. Ma dovrebbe essere affiancato a un simbolo della Lombardia amministrativa. E la rosa camuna, per quanto oggettivamente brutta e insignificante, andrebbe bene. Una delle possibili soluzioni – forse la più razionale e ragionevole – potrebbe essere proprio quella di pensare non a una, bensì a due bandiere: una bandiera storica e una bandiera amministrativa. Il Ducale come bandiera storica e la rosa camuna, cioè il “rubinetto” di Miglio, trasformata – dal punto di vista araldico – da gonfalone in bandiera. È del resto vero che la Regione è un’invenzione: e questo consente di inventarsi anche la bandiera amministrativa. Ma quella storica no: è il Ducale. In ordine alla data, il 29 maggio è davvero troppo risorgimentale e, quindi, stomachevole. “Dovunque è Legnano”, dice il Canto degli italiani sulle note della marcetta di Mameli, nella sua versione integrale. Per intenderci: non nella versione canticchiata in occasione delle partite della nazionale pallonara. Eppoi è data di guerra che esclude chi non fu – appunto – della partita, cioè Pavia, Varese e Como e altre città minori. Sarebbe semmai da preferire la data convenzionale del 7 aprile 1167, giorno del giuramento di Pontida. Perché? La dottrina è ormai concorde nell’individuare nelle ‘leghe’ di città il precedente storico e istituzionale delle successive evoluzioni confederali e, quindi, federali. Vi è, insomma, una certa continuità nell’evoluzione istituzionale dalle leghe medievali alle confederazioni di Stati per giungere infine alle moderne federazioni. La storia ci suggerisce allora che il giuramento di Pontida viene oltre un secolo prima del patto del Grütli (1291), evento fondativo della confederazione svizzera, così ammirata da ogni vero spirito federalista. Il federalismo, insomma, è nato nell’abbazia di Pontida prima che sul prato del Grütli. Ciò può essere rivendicato con fierezza e con orgoglio perché enfatizza le tradizioni civiche, lo spirito di autonomia e la rivendicazione di autogoverno. Il 7 aprile potrebbe essere la data della festa della Regione Lombardia, anche se esclude qualche città che decise di stare dalla parte dell’imperatore. La data che suggerisce Gilberto Oneto è fortemente simbolica e comunque meritevole di attenzione. Ogni anno, convenzionalmente, la prima domenica di maggio potrebbe essere una festa di forte consapevolezza antistatale, cioè di libertà dallo Stato oppressore e vessatore, ingordo e predatore, che – da sempre – schiavizza il Nord. Le cannonate di Bava Beccaris nella crisi di fine secolo (1898) furono un esempio concreto dello spirito repressivo dello Stato, della sua forza coercitiva e della violenza alla quale abitualmente ricorre per soffocare nel sangue l’insurrezione popolare. La data assumerebbe così il significato della lotta antitaliana, contro lo Stato. Quella lotta che bisogna praticare oggi per radicalizzare la frattura, utilizzarla come elemento virtuoso, imponendo allo Stato di venire a trattare la sua resa con il Nord.

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