venerdì 7 giugno 2013

La Cina minaccia dazi sui vini europei. La Lega non ci sta: «Noi lo diciamo da sempre. E' ora di difendere i nostri prodotti»

“Alessandro Montanari”
“La Padania 07.06.2013”


La Cina dichiara guerra ai vini europei e la Lega Nord, che da sempre fa della battaglia contro la concorrenza sleale delle "tigri asiatiche" un suo manifesto programmatico, prova a dare una sveglia a Roma e a Bruxelles. Prima di arrivare al nocciolo politico della questione, però, occorre ricostruire i contorni di quella che i grandi giornali economici nazionali,  solitamente così inerti e fatalisti verso le "asimmetrie" dei mercati globali, hanno già ribattezzato la "guerra delle dogane". Accade, infatti, che per una forma di ritorsione contro i limiti imposti dall'Europa all'importazione dei pannelli solari cinesi, Pechino abbia annunciato di avere aperto un'indagine «per verificare se i vini d'importazione europea - che ovviamente per la gran parte sono italiani e francesi - stiano arrivando in Cina a prezzi e quantitativi congrui». Paradossalmente, dunque, i cinesi accusano l'Europa di praticare l'arte del cosiddetto dumping nella quale loro sono i maestri riconosciuti e la probabile conseguenza, secondo gli esperti, sarebbe l'applicazione di nuovi dazi sull'importazione dei nostri vini.
Certo, non siamo ancora a questo punto, ma la minaccia risulta chiarissima a tutti, tanto che il presidente  francese Hollande ha già provveduto a chiedere una riunione urgente dei 27 Paesi europei per affrontare il problema. Ma mentre Parigi si muove, in Italia sono le tre regione padane a guida leghista a prendere in mano la questione cinese sollecitando un immediato e forte intervento di Palazzo Chigi. Anche perché il vino è notoriamente una delle grandi peculiarità del made in ltaly e la Cina rappresenta il nuovo, sterminato, mercato di questo eccezionale settore. Per dare un'idea economica del fenomeno, basti dire che nel 2012 in Cina sono stati importati 31 milioni di litri di vino italiano per un valore di quasi 90 milioni di euro (dati del Ministero del Commercio Cinese). Quel che più conta però è che le importazioni cinesi di vino italiano sono in costante aumento dal 2008 e che secondo tutti gli analisti i margini di ulteriore crescita sono considerati ancora notevoli. L'applicazione di dazi, tuttavia, comprimerebbe drasticamente gli spazi di mercato. Ecco perché le amministrazioni leghiste di Lombardia, Veneto e Piemonte, tre terre che sono il vanto dell'enologia italiana (e l'incubo di quella francese), chiedono, anzi pretendono, interventi immediati. «Le Regioni del Nord - proclama il governatore piemontese Roberto Cota - sono pronte a scendere in campo per difendere i nostri prodotti. Quando la Lega mise in guardia dalla sleale concorrenza cinese fu bollata come antistorica. Adesso però prenderemo l'iniziativa come governatori del Nord. Insieme a Roberto Maroni e a Luca Zaia siamo già sul piede di guerra, ci attiveremo  in collaborazione con tutte le istituzioni del territorio per proteggere i nostri vini. Ne difenderemo la qualità e il prestigio». «E lo dico proprio oggi - rimarca e conclude Cota -, nel giorno della candidatura ufficiale a Patrimonio Mondiale dell'Umanità 2013 dei paesaggi viti-vinicoli del Piemonte, Langhe-Roero e Monferrato». Dal Veneto, prima regione d'Italia per la produzione viti-vinicola con oltre 8 milioni di ettolitri l'anno, si alza la voce di Franco Manzato. «Anche il governo italiano - afferma l'assessore all'Agricoltura di Luca Zaia - deve attivarsi subito e a tutti i livelli per evitare che si concretizzi la minaccia cinese di dazi alle importazioni di vino. L'agricoltura di valore e di immagine come l'enologia del vecchio continente, e in particolare quella veneta che esporta una quantità di vini e mosti pari ad oltre il 60 per cento di quello che produce, non può diventare merce di scambio per partite industriali. Da una vicenda del genere noi certo saremmo i più penalizzati senza colpa alcuna e temo anche senza ritorno effettivo per l'economia europea, mentre rischiamo di aprire una guerra commerciale che in questo momento annienterebbe il Made in ltaly. Tutto questo, poi, capiterebbe in una fase non solo di grande apertura del nostro export di valore, ma mentre sono già programmate proprio con la Fondazione Italia-Cina iniziative molto forti nei confronti di quel mercato asiatico che guarda con attenzione all'"italian style" e che continua a crescere mentre noi siamo in piena recessione. Quindi non facciamoci del male e anzi preveniamo conseguenze negative:  un battito d'ali di farfalla in Cina può provocare da noi un disastro». Dal versante lombardo, infine, si fa sentire l'assessore Gianni Fava che annuncia una «risposta politica a livello di macroregione» ma prima di tutto si toglie un sassolino dalla scarpa: «Sul problema della concorrenza sleale cinese - ricorda - noi della Lega siamo stati i primi ad aprire gli occhi ma il mondo dei benpensanti ci dava dei nostalgici...». Ora però i problemi sono sul piatto e le regioni a presidenza leghista sono pronte a guidare la strategia difensiva. «Il presidente Maroni - spiega Fava - mi ha chiesto di muovermi immediatamente per attivare la giunta Lombarda sulle conseguenze che questa scelta scellerata comporterebbe per il nostro sistema. Ritengo però che si tratti di un fatto grave soprattutto sotto il profilo politico in quanto emblematico della considerazione che i cinesi hanno tanto dell'Europa quanto dell'Italia. La risposta data fin qui dal Governo non ci soddisfa. Ecco perché penso che i presidenti delle Regioni del Nord dovranno riunirsi con i produttori e con i consorzi per mettere a punto una strategia comune a tutela degli interessi del Nord». «Mai come in questo periodo - conclude Fava - c'è stato bisogno di una macroregione del Nord, in particolare di una macroregione agricola del Nord».  

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