venerdì 7 giugno 2013

Ci siamo persi Milano

“Federica Dato”
“lintraprendente.it 06.06.2013”

San Siro è ancora lì, con tutte le sue luci e la nebbia capace di proteggere la passione di due ragazzi. Lo stadio è ancora lì, Vecchioni è sempre buono a fare canzoni e Milano non la troviamo più. La città bella al punto da potersi permettere di essere crudele, veloce e sfuggente mentre sta ferma, porto d’arrivo e partenza, non la vediamo più. Le guglie del Duomo, un fascino che ti si strozza in gola se cerchi di raccontarlo e un’anima perduta. Il tempo cancella, lenisce e modifica. Tutto, o quasi. Milano è stata tante cose negli anni. Locomotiva d’Italia, faccia buona di un Paese affamato, culla dell’imprenditoria, risposta italiana ai caffè letterari parigini, cuore di rivoluzioni civili (a volte farlocche ma sempre tali), linfa universitaria. È stata qualsiasi cosa quasi contemporaneamente, perché nel suo cambiare trascinava in sé il suo passato, che l’avesse ferita o arricchita. La città del compromesso, borghese e radical chic come nessun’altra in Italia, non riusciamo a capire chi – cosa – sia diventata. Perché Giorgio Armani, ossia uno che la milanesità la incarna, ce l’ha addosso, la veste masticandola, è riuscito a dire che ad oggi, data la gestione, «È meglio Roma».
Un tuffo al cuore. Il «decoro» langue, e quello che è un uomo azienda, che è azienda, riesce a voltare le spalle alla capitale economia nostrana. Milano è meno industriale, la crisi la soffoca, le tasse la schiacciano e la Svizzera è vicina, troppo vicina. Milano è quella che non detta più legge nella moda, sono tutti in fuga: direzione Cina, Londra, Parigi. Meno cool e decisamente meno fashion. Milano non è neanche quella del welfare, aperta e capace di accogliere. Ché per accogliere occorrono energie e risorse e da queste parti non ce ne sono più. Non è quella dell’assistenza ossessione sinistrorsa (ed ecclesiale, qualcuno dovrebbe ricordarlo ogni tanto, che i preti fanno beneficenza), perché Giuliano Piasapia è stato costretto a inviare agli anziani una missiva. Ve la sintetizziamo: vi dimezziamo il sussidio. Nonostante l’aumento di tutte le tasse possibili, dei biglietti dei mezzi pubblici (notoriamente usati dai ricchi) e la limatura di un paio d’altre cosine, Palazzo Marino i soldi per sostenere le fasce deboli, tanto sventolate in campagna elettorale, non li ha. Milano, infatti, è differente anche dal socialismo riformista di Tognoli e Pellitteri, che col vento arancione non ha affinità alcuna. Milano non è più mito, esempio di moralità o immoralità. Non attrae e non insegna. Ha aperto la via alla creatività ma resta la terra farcita di burocrazia, per cui da queste parti se qualcuno si mette in testa di dare vita a una multinazionale partendo da un garage viene denunciato per abusivismo. Ci siamo persi Milano. Non ha una direzione, una via, un obbiettivo. Non giuda più il mercato, a tratti lo subisce. Non comanda, china la testa a Roma e Merkel, non detta la linea avanguardista, nascondendo un’anima che speriamo ci sia ancora. Ci siamo persi Milano e perdersi lei significa perdersi la Nazione, perché e da qui che si può ripartire, da nessun’altra parte. Ci siamo persi Milano e va ritrovata e Pisapia lo capisca, invece di fare la guerra alle zone commerciali, quelle della movida. Ora ha dato il là alla battaglia del gelato: dopo le 24 non si può vendere cibo da asporto. Giuliano, non lo sapesse, Milano è diventata Milano proprio perché lontana dai proibizionisti, dal proibizionismo in generale. Libera di vivere, sgarrare, esagerare. Castrata la sua capacità libertin-liberale è morta. E di questo stiamo parlando.




Nessun commento:

Posta un commento