venerdì 17 maggio 2013

Se i comaschi (e il loro lago) li può salvare solo Maroni


“Federica Dato”
“lintraprendente.it 17.05.2013”

Quel ramo del Lago di Como, murato. La storia è più o meno questa: anno dopo anno una delle più belle città lombarde, su uno dei più bei laghi europei, veniva sommersa dall’acqua. Il che può avere il suo fascino, come nel caso di Venezia, non fosse che poi viene la conta dei danni, ingenti. Emerge il “progetto paratie” che sulla carta sembra un signor piano: questione di pannelli mobili, ispirati al Mose veneziano, che avrebbero dovuto sollevarsi nel momento in cui i livelli si fossero fatti preoccupanti. I soldi? In quegli anni cade tra capo e collo dell’amministrazione la Legge Valtellina, che garantisce finanziamenti a chi ha bisogno di risolvere problemi annessi ad allagamenti, frane e non solo. Metti sul piatto anche che le esondazioni si sarebbero potute fermare anche in altro modo, un modo non necessariamente meno traumatico, che riassunta alla spicciola consisteva nel rilasciare l’acqua in zone agricole, danneggiando i raccolti piuttosto che il centro storico. Bacchette magiche e strategie (serie) alternative non ne vengono proposte, così accade che la giunta guidata dal pidiellino Stefano Bruni voti le paratie e i lavori partano.
Neanche a dirlo i soldi d’improvviso non bastano, i fondi non si sa dove reperirli e in gran segreto decidono di costruirci un muro, al posto dei costosi pannelli mobili. La parete, destinata a oscurare circa l’80% del Lago, viene scovata da uno di quei pensionati appassionati di cantieri. È il caos, Bruni non si dimette, il muro viene abbattuto con costi che lasciamo perdere e la passeggiata resta oscurata da travi di legno. Tutta. Uno scempio che se non lo vedi non lo immagini. Lo Stato rivuole i soldi che non sono stati investiti a dovere, l’allora governatore lombardo Roberto Formigoni abbandona l’ormai già pupillo Bruni, e inizia una di quelle vicende senza fine. Il centrosinistra che, va detto, insieme a pochi della maggioranza era contrario all’opera, vince le elezioni in quello che era il fortino del centrodestra dal ’94. Ci riesce per demeriti altrui, sottolineiamo senza timori di essere smentiti. Mario Lucini, Pd e attuale sindaco di Como, è geologo e in campagna elettorale sullo scempio-muro ha cavalcato parecchio. Arrivato a Palazzo Cernezzi (il municipio) mette le mani avanti: di soldi non ce n’è. I crateri sulle strade lo raccontano bene, l’immobilismo totale in cui è stata gettata la città fa invece da prova del nove. Lui, Lucini, le idee per risolvere il problema diceva di averle o che le avrebbe studiate il prima possibile. Ma da maggio 2012, mese delle elezioni, la cronaca racconta del Lungo Lago scivolato rovinosamente verso il basso, inizio di uno sprofondare visibile agli occhi. Tutto fermo, lì a urlare vendetta. La visuale oscurata da un cantiere indegno e il silenzio inspiegabile (anche mediatico) calato sull’inconcludenza sinistrorsa. L’ultima di una pagina comasca indigeribile dice che Roberto Maroni vuole mettere le mani sul cantiere delle paratie e “definire un percorso per arrivare alla riapertura del lungolago”. Il Comune s’è dunque impegnato a consegnare, entro maggio un progetto. Bobo, i comaschi ringraziano di cuore, la cosa l’ha presa sul serio: «Non appena riceveremo il progetto, procederemo all’approvazione entro due settimane; successivamente sarà possibile firmare la Convenzione, che impegna entrambe le parti per arrivare all’obiettivo comune del completamento dell’opera». E la regione provvederà a “reperire le risorse aggiuntive necessarie a finire i lavori. Un anticipo di 3 milioni di euro sarà messo a disposizione del Comune una volta approvato lo studio di fattibilità del progetto”. E Como oggi sogna, pronta a chinarsi a Maroni.

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