“Giovanni Sallusti”
"lintraprendente.it 19.04.2013"
Il lupo marsicano non passa, ed è una bella notizia. Nessun pregiudizio ad
personam, intendiamoci. Anzi, uno dei pochi pregi evidenti di Franco
Marini al Quirinale sarebbe proprio la refrattarietà intrinseca
a farsi divorare dalla retorica sinistrorsa contra personam, cioè contro
il Caimano. Non è un professionista dell’antiberlusconismo permanente,
Marini, e questo per le regioni produttive è senza dubbio buona cosa. Però, e
qui bisogna ascoltare Matteo Renzi, è un professionista di quella politica
che si sarebbe dovuta spegnere col Novecento. Pragmatismo democristiano, concertazione
sociale, gattopardismo perenne. Non è passato, in gran parte per le ferite
interne che albergano in quella parodia di partito che è ormai il Pd.
Bene. Ora s’affaccia un incubo, però. Neanche tanto sottotraccia, s’affaccia in
modo palese e fin sfacciato, perché in realtà è una pietra sopra quel minimo
di convivenza civile che ancora sopravvive in Italia. Romano
Prodi. Lo riscrivo, vi giuro che neanch’io riesco a capacitarmene, Ro-ma-no
Pro-di. Il Pd annuncia la scheda bianca alla seconda e alla terza votazione,
insopportabile rito della Roma più bizantina, insulto esplicito
alle imprese che chiudono, spesso insieme alle vite dei loro
titolari. E dopo, alla quarta, quando sarà maggioranza semplice, l’ideona di
Bersani & Co, presi a schiaffi ogni giorno dalla realtà, è rifriggerci
Prodi. Per portare a compimento, finalmente, il corteggiamento mortificante e
masochista nei confronti di Beppe Grillo, un Comico che vuol far pagare a
tutti il suo esilio dal sistema datato trent’anni fa, per espellere Berlusconi dal
consesso istituzionale, e poter contrabbandare all’esterno la balla, ormai
irricevibile, dell’unità del Partito.
Spiace, stavolta, che anche Matteo Renzi paia andare in questa direzione: il rottamatore della Seconda Repubblica che dà le chiavi dello Stato a uno dei suoi protagonisti principali, è troppo perfino per dei realisti politici come noi. Ma il dramma vero, e chiunque si dibatta nella trincea del lavoro e dell’impresa qui al Nord lo sa già, è un Paese a misura-Prodi. Il dramma vero è il finto buonismo curiale, in realtà spietato cinismo democristiano, del Professore, la sua offensiva retorica cattocomunista, la sua palpabile incapacità di riconoscere le ragioni di mezzo Paese (perché è questo, che l’asse Pdl-Lega rappresenta, e non tenerne minimamente conto è un atto da guerra civile), la facilità con cui sputa sul cadavere di Margaret Thatcher a mezz’ora dalla sua morte, quando avrebbe dovuto inginocchiarsi, lui, uno dei burocrati miopi che vollero l’Unione Europea, di fronte alla Lady che aveva capito tutto, e che sull’Europa aveva urlato tre “No!”. È questo, il problema di Prodi, è intrinsecamente inabile alla dialettica democratica, vera, non quella del Palazzo, quella del confronto a viso aperto, non contempla in natura l’esistenza del punto di vista altro, e se glielo sciorini ti sorride in faccia, e affila il coltello appena giri l’angolo. È molto peggio di Napolitano, che per inciso era filo-americano, mentre Prodi è filo-cinese, è senz’altro molto peggio di D’Alema, forse l’unica soluzione accettabile col canovaccio dell’Inciucio, addirittura peggio del Lupo Marsicano, che già era largamente indigeribile. Ma Romano Prodi è “impresentabile”, come direbbero certi colleghi illuminati e progressisti, per quasi mezzo Paese, senz’altro per il Nord, o quel che esso rappresenta. Prodi no, punto.
Spiace, stavolta, che anche Matteo Renzi paia andare in questa direzione: il rottamatore della Seconda Repubblica che dà le chiavi dello Stato a uno dei suoi protagonisti principali, è troppo perfino per dei realisti politici come noi. Ma il dramma vero, e chiunque si dibatta nella trincea del lavoro e dell’impresa qui al Nord lo sa già, è un Paese a misura-Prodi. Il dramma vero è il finto buonismo curiale, in realtà spietato cinismo democristiano, del Professore, la sua offensiva retorica cattocomunista, la sua palpabile incapacità di riconoscere le ragioni di mezzo Paese (perché è questo, che l’asse Pdl-Lega rappresenta, e non tenerne minimamente conto è un atto da guerra civile), la facilità con cui sputa sul cadavere di Margaret Thatcher a mezz’ora dalla sua morte, quando avrebbe dovuto inginocchiarsi, lui, uno dei burocrati miopi che vollero l’Unione Europea, di fronte alla Lady che aveva capito tutto, e che sull’Europa aveva urlato tre “No!”. È questo, il problema di Prodi, è intrinsecamente inabile alla dialettica democratica, vera, non quella del Palazzo, quella del confronto a viso aperto, non contempla in natura l’esistenza del punto di vista altro, e se glielo sciorini ti sorride in faccia, e affila il coltello appena giri l’angolo. È molto peggio di Napolitano, che per inciso era filo-americano, mentre Prodi è filo-cinese, è senz’altro molto peggio di D’Alema, forse l’unica soluzione accettabile col canovaccio dell’Inciucio, addirittura peggio del Lupo Marsicano, che già era largamente indigeribile. Ma Romano Prodi è “impresentabile”, come direbbero certi colleghi illuminati e progressisti, per quasi mezzo Paese, senz’altro per il Nord, o quel che esso rappresenta. Prodi no, punto.

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