“Paolo
Guido Bassi”
“La Padania 22.03.2013”
Proporrò
al Consiglio regionale che costituisca al suo interno una commissione antimafia
sul modello di quella che già esiste in
Parlamento. In Lombardia c'è bisogno del coinvolgimento di tutte le istituzioni,
soprattutto in vista di Expo 2015, ma non solo». Roberto Maroni lo annuncia al termine
del suo intervento ai lavori del convegno organizzato a Palazzo Pirelli in occasione della "Giornata regionale dell'impegno
contro le mafie e in ricordo delle vittime", alla quale hanno partecipato fra gli altri Livia Pomodoro, presidente
del Tribunale di Milano, Don Gino Rigoldi, cappellano dell'istituto
penale per i minorenni, docenti universitari,
rappresentanti delle associazioni di volontariato, delle istituzioni e degli
studenti. Una partecipazione non di circostanza
quella del presidente della Regione, che infatti è arrivato ben prima dell'ora
prevista per il suo intervento, rimanendo ad ascoltare con attenzione i
contributi di tutti i relatori. E proprio dalle parole dell'ultimo oratore un giovane che ha parlato a nome delle
consulte provinciali degli studenti, evidenziando l'importanza di occasioni di confronto pubblico su questi temi - Maroni
ha confermato l'impegno a 360 gradi, suo e della sua amministrazione, contro le
mafie.
A partire dalla "cultura della legalità", che deve «essere promossa in ogni occasione possibile, perché la lotta alle mafie non è una questione che attiene solo al lavoro di magistratura e forze dell'ordine, ma una priorità che ci riguarda tutti. Il rifiuto dell'illegalità, la prevenzione e l'informazione – ha sottolineato - sono armi letali contro la mafia. È da qui che parte la riscossa della nostra civiltà contro ogni forma di criminalità». Ieri è stata la prima volta nella quale Maroni ha parlato come Governatore nell'Aula del Consiglio regionale, non a caso proprio in occasione di una manifestazione sul tema della lotta alla mafia, suo cavallo di battaglia anche al ministero dell'Interno, dov'è riuscito ad ottenere risultati mai raggiunti prima in Italia. Un primato che il segretario del Carroccio ha voluto condividere con Antonio Manganelli, il Capo della Polizia, scomparso mercoledì a Roma, a lungo suo collaboratore al Viminale. «Con lui - ha ricordato – ho condiviso l'esperienza di ministro dell'Interno per tre anni e mezzo. È stato un punto di riferimento straordinario, è riuscito a fare cose straordinarie ed è stato una bandiera nel contrasto alla piccola e alla grande criminalità». l numeri parlano meglio di mille parole: tra il 2008 e il 2011, 28 dei 30 boss latitanti più pericolosi, sono stati catturati e assicurati alla giustizia. «È importante catturare i mafiosi - ha evidenziato il numero uno di Palazzo Lombardia - Ma è parimenti importante portar via loro il frutto dell'attività illecita». Un altro successo del lavoro di Maroni, concretizzatosi con la costituzione dell'Agenzia nazionale per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata: uno strumento importantissimo, ha spiegato Maroni , perché «al sequestro delle aziende in mano ai mafiosi, deve anche seguire la loro rinascita nel segno della legalità. In passato fra il sequestro e la confisca, accadeva che le aziende fallissero, lasciando a casa dei lavoratori e dando così alla popolazione un messaggio negativo. Noi attraverso l'agenzia, con il coinvolgimento di manager che sanno gestire le imprese, abbiamo fatto in modo che si scongiurasse questo pericolo». Un'esperienza di anti-mafia "dei fatti", che prosegue ora in Lombardia. «Terra ricca e quindi "attraente" per gli interessi della criminalità - ha messo in guardia il presidente - Per questo tutte le istituzioni devono impegnarsi. La Regione non ha compiti investigativi, ma può fare molto su altri fronti». Come quello legislativo e operativo. La linea è stata già tracciata con la legge 9 del 2011, dove sono indicati tutte le azioni che le istituzioni possono fare in proposito. A partire della garanzia della legalità e della trasparenza nei contratti e negli appalti pubblici, che secondo Maroni è «l'obiettivo numero uno, perché occorre salvaguardare i soldi pubblici, così come le aziende sane che, non potendo più competere, vengono di fatto messe fuori mercato». Parlando di appalti, il Governatore ha ricordato l'impegno e il coraggio dei tanti sindaci che si sono esposti anche in prima persona per dire no al tentativo di chi voleva inquinare le gare di aggiudicazione. «Dobbiamo aiutarli – ha suggerito - mettendoci al loro fianco. Uno degli strumenti utili in tal senso può essere quello della "stazione unica appaltante", cioè della possibilità data ai primi cittadini di usufruire di un solo centro per gli appalti, in maniera da essere sgravati da ogni rischio». E ancora l'uso sociale dei beni confiscati, cioè i luoghi e le cose tolti ai mafiosi e restituiti alla cittadinanza. «È un segnale straordinario - ha evidenziato Maroni - quando una casa dove si svolgevano riunioni della criminalità, diventa un luogo di ritrovo per i giovani o un centro culturale. Una strada che ho iniziato a percorrere da ministro dell' Interno e che intendo proseguire anche in Regione». Così come l'attenzione nei confronti del fenomeno dell'usura. «Molto spesso - ha continuato - questo è il canale attraverso il quale la criminalità organizzata attira nel proprio circuito aziende sane. Dobbiamo contrastare questo fenomeno, perché è il primo passo che spesso porta l'azienda alla chiusura e al fallimento». E infine la cultura. «Ogni iniziativa che sensibilizzi la gente sul fenomeno mafioso è importante – ha concluso Maroni - . Dobbiamo favorire in ogni modo la cultura della legalità. È il principale antidoto contro la criminalità. E su questo impegno bisogna essere tutti uniti, senza distinzioni politiche. Come il lavoro, questa deve essere una battaglia di tutti».
A partire dalla "cultura della legalità", che deve «essere promossa in ogni occasione possibile, perché la lotta alle mafie non è una questione che attiene solo al lavoro di magistratura e forze dell'ordine, ma una priorità che ci riguarda tutti. Il rifiuto dell'illegalità, la prevenzione e l'informazione – ha sottolineato - sono armi letali contro la mafia. È da qui che parte la riscossa della nostra civiltà contro ogni forma di criminalità». Ieri è stata la prima volta nella quale Maroni ha parlato come Governatore nell'Aula del Consiglio regionale, non a caso proprio in occasione di una manifestazione sul tema della lotta alla mafia, suo cavallo di battaglia anche al ministero dell'Interno, dov'è riuscito ad ottenere risultati mai raggiunti prima in Italia. Un primato che il segretario del Carroccio ha voluto condividere con Antonio Manganelli, il Capo della Polizia, scomparso mercoledì a Roma, a lungo suo collaboratore al Viminale. «Con lui - ha ricordato – ho condiviso l'esperienza di ministro dell'Interno per tre anni e mezzo. È stato un punto di riferimento straordinario, è riuscito a fare cose straordinarie ed è stato una bandiera nel contrasto alla piccola e alla grande criminalità». l numeri parlano meglio di mille parole: tra il 2008 e il 2011, 28 dei 30 boss latitanti più pericolosi, sono stati catturati e assicurati alla giustizia. «È importante catturare i mafiosi - ha evidenziato il numero uno di Palazzo Lombardia - Ma è parimenti importante portar via loro il frutto dell'attività illecita». Un altro successo del lavoro di Maroni, concretizzatosi con la costituzione dell'Agenzia nazionale per la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata: uno strumento importantissimo, ha spiegato Maroni , perché «al sequestro delle aziende in mano ai mafiosi, deve anche seguire la loro rinascita nel segno della legalità. In passato fra il sequestro e la confisca, accadeva che le aziende fallissero, lasciando a casa dei lavoratori e dando così alla popolazione un messaggio negativo. Noi attraverso l'agenzia, con il coinvolgimento di manager che sanno gestire le imprese, abbiamo fatto in modo che si scongiurasse questo pericolo». Un'esperienza di anti-mafia "dei fatti", che prosegue ora in Lombardia. «Terra ricca e quindi "attraente" per gli interessi della criminalità - ha messo in guardia il presidente - Per questo tutte le istituzioni devono impegnarsi. La Regione non ha compiti investigativi, ma può fare molto su altri fronti». Come quello legislativo e operativo. La linea è stata già tracciata con la legge 9 del 2011, dove sono indicati tutte le azioni che le istituzioni possono fare in proposito. A partire della garanzia della legalità e della trasparenza nei contratti e negli appalti pubblici, che secondo Maroni è «l'obiettivo numero uno, perché occorre salvaguardare i soldi pubblici, così come le aziende sane che, non potendo più competere, vengono di fatto messe fuori mercato». Parlando di appalti, il Governatore ha ricordato l'impegno e il coraggio dei tanti sindaci che si sono esposti anche in prima persona per dire no al tentativo di chi voleva inquinare le gare di aggiudicazione. «Dobbiamo aiutarli – ha suggerito - mettendoci al loro fianco. Uno degli strumenti utili in tal senso può essere quello della "stazione unica appaltante", cioè della possibilità data ai primi cittadini di usufruire di un solo centro per gli appalti, in maniera da essere sgravati da ogni rischio». E ancora l'uso sociale dei beni confiscati, cioè i luoghi e le cose tolti ai mafiosi e restituiti alla cittadinanza. «È un segnale straordinario - ha evidenziato Maroni - quando una casa dove si svolgevano riunioni della criminalità, diventa un luogo di ritrovo per i giovani o un centro culturale. Una strada che ho iniziato a percorrere da ministro dell' Interno e che intendo proseguire anche in Regione». Così come l'attenzione nei confronti del fenomeno dell'usura. «Molto spesso - ha continuato - questo è il canale attraverso il quale la criminalità organizzata attira nel proprio circuito aziende sane. Dobbiamo contrastare questo fenomeno, perché è il primo passo che spesso porta l'azienda alla chiusura e al fallimento». E infine la cultura. «Ogni iniziativa che sensibilizzi la gente sul fenomeno mafioso è importante – ha concluso Maroni - . Dobbiamo favorire in ogni modo la cultura della legalità. È il principale antidoto contro la criminalità. E su questo impegno bisogna essere tutti uniti, senza distinzioni politiche. Come il lavoro, questa deve essere una battaglia di tutti».

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