venerdì 1 febbraio 2013

Appello di ZAIA a banche e imprese «Ricompriamoci l'ANTONVENETA»


“Andrea Ballarin”
“La Padania 01.02.2013”

Nella vicenda Mps c'è chi sbrana e chi straparla. Poi c'è chi - più o meno con discrezione – conduce indagini e scoperchia calderoni ribollenti di commistioni tra politica e finanza, di tangenti e situazioni esplosive, si scoprono "cupole" che indirizzano  business con un unico - prioritario - obiettivo: un incalcolabile avido arricchimento di pochi e il saccheggio di molti.  Nell'acquisto di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi è stata pagata una maxi-tangente? Due miliardi di euro o giù di li? Per ora è dato solo sospettarlo, cercando indizi di colpevolezza. Che, per la cronaca, sembrerebbero abbondare. Guai, però, a tirare di mezzo il Pd di Pierluigi Bersani, si rischia una querela all'istante. Per inciso, di un casino così non si parlava dal crac del  Banco Ambrosiano, dalla morte di Roberto Calvi. Augurandoci che l'epilogo sia meno cruento, c'è da chiedersi, comunque, come andrà a finire l'intera faccenda. Un'idea precisa per uscire almeno in parte dalla palude dell'incertezza (e dell'infamia)  nella quale sta finendo l' intero sistema bancario nazionale, ce l'ha il governatore del Veneto, Luca Zaia, in riferimento proprio  ad una delle circostanze più controverse che hanno condotto Mps nel ciclone dello scandalo, l'acquisto di Antonveneta ad un  valore superiore di due miliardi di euro rispetto a quello "d i mercato" (operazione che - secondo gli inquirenti - potrebbe  nascondere il pagamento di una maxi-tangente), soldi che potrebbero essere finiti anche in parte nelle casse di partiti politici particolarmente influenti nella nomina dei vertici e nella gestione complessiva delle relazioni di Mps.
Zaia, ieri, ha lanciato un appello agli imprenditori del Veneto per dare vita a una cordata che possa acquisire da Mps la banca Antonveneta e riportarla sotto il controllo del tessuto economico regionale. «Come presidente della Regione - dice Zaia - auspico che le forze  imprenditoriali e bancarie del territorio si organizzino per far tornare qui il controllo di Antonveneta». «La storia di Monte dei Paschi – argomenta Zaia -non ha nulla a che vedere con lo stile veneto, non fa parte della nostra family line. Guardiamo strabiliati alla situazione che si è creata: genera un imbarazzo a tutti noi, oltre che al sistema Paese ». Un progetto non così sganciato da una possibile realtà: «La presa di posizione di Fondazione Montepaschi che parla di riduzione delle quote - conferma infatti Zaia - apre inevitabilmente nuovi scenari. Per far fronte a i problemi sul tappeto potrebbe non essere da  escludere la dismissione di un asset importante come Antonveneta con i suoi 400 sportelli ». Come spesso accade in politica,  ad una proposta concreta (quella di Zaia) segue fatalmente una fesseria. In questo caso è il premier Mario Monti a metterei del proprio, con un uscita che anche un bimbetto delle elementari avrebbe evitato per non rischiare di farci una figura da cioccolatino. Il ruolo della verginella, infatti, non si addice propriamente al professore: «Per il bene di tutti - ha ammonito  indossando vesti da illibata – dobbiamo tenere i partiti lontani dalla gestione delle banche». Monti ha, però, trascurato un  secondo passaggio che gli avrebbe reso onore e credibilità, ossia di impegnarsi per tenere lontano la finanza dalla politica,  intrecci soffocanti che hanno condotto, per fare un esempio, il nostro Paese a una sospensione di democrazia per tredici mesi.  Sull'affaìre Mps-Antonveneta anche le dichiarazioni di un altro esponente del Carroccio, l'europarlamentare Mario Borghezio.  cd l primo politico che prese carta e penna, da Bruxelles, per esporre per iscritto alla Procura del Tribunale di Siena nel2008 le  evidentissime anomalie della compravendita dell' Antonveneta - ha ricordato in una nota l'esponente leghista - fu il  sottoscritto». Borghezio ha chiesto di conoscere, dunque, «chi e perché insabbiò archiviando senza alcun adeguato  approfondimento quell'atto propedeutico all'apertura di un'inchiesta che la magistratura senese, pur notoriamente non del tutto immune da influenze e condizionamenti locali, già allora poteva e doveva promuovere ed attuare sollecitamente». Con due miliardi di euro in ballo, denaro che da maggio scorso si cerca all'estero in un turbinio di bonifici tra Londra, Brasile e in  qualche paradiso fiscale e che, secondo gli inquirenti, potrebbero spiegare la grande differenza di prezzo pagata dal Monte dei  Paschi per Antonveneta, rispetto a quanto era stata pagata da Santander, è sin troppo facile - oggi - capire il motivo dell'insabbiamento di quella denuncia. 

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