“Igor Iezzi”
“La Padania 19.02.2013”
Ambrosoli si dice contrario
al progetto di Macroregione. Ma anche a favore. Forse è una strategia elettorale per accaparrarsi
il voto di tutti. O forse conosce talmente poco l'argomento che le spara a caso.
O più semplicemente chi gli ha scritto il
programma non lo ha avvisato. Sta di fatto che l' inesperto candidato della
sinistra alla presidenza della regione più importante del Paese su questo tema
ha inanellato l'ennesima gaffe di questa campagna elettorale. Dopo aver chiesto
le dimissioni del commissario straordinario di Expo, senza sapere che questa carica
è ricoperta da Giuliano Pisapia, dopo aver proposto buoni scuola in base al reddito,
senza cogliere la netta distinzione che esiste tra questo strumento e le borse di
studio, dopo aver collocato Morbegno in
provincia di Lecco, ora tocca alla macroregione. Sabato Maroni ha sottoscritto con
i governatori di Piemonte, Veneto e Friuli Venezia Giulia un patto per la costituzione
della Macroregione al Nord. Ambrosoli è subito
scattato in piedi ed è partito, come un riflesso pavloviano, la sequela di
insulti. «Altro che futuro politico dell'alleanza! E' un patto per la ritirata
-ha urlato Umberto Ambrosoli -. La repubblica macroregione del Nord, firmata a
Sirmione, rischia di essere una farsa. Per fortuna tutto sarà più chiaro quando
tra una settimana i cittadini lombardi diranno a Maroni, Gelmini e ai firmatari delle altre
regioni, che il gioco-ricatto della secessione è finito.
La Lombardia deve aprirsi al mondo e mettersi alla testa dell'Europa, accettandone le sfide e cercando di primeggiare come ha sempre fatto nella sua storia. l Governatori leghisti Zaia e Cota sono liberi di firmare ciò che vogliono ma il destino della Lombardia è nelle mani degli elettori lombardi, quegli elettori che sono stanchi di sentir parlare di progetti mai realizzati, cittadini che adesso vogliono una vera discontinuità con il sistema di depravazione a cui chi ha governato fino ad oggi ha portato la nostra regione». Insomma, una netta bocciatura. Legittima, per carità. Non tutti devono essere d'accordo. Ma almeno essere d'accordo con se stessi sarebbe auspicabile. Perché se a parole Ambrosoli si dice nettamente contrario all'ipotesi della macroregione, nel suo programma dice ben altro. «Una grande Regione come la Lombardia deve poter giocare sullo scacchiere europeo un ruolo di leadership per sé, per le regioni più prossime e per l'Italia, con uno sguardo indirizzato alle opportunità legate alla formazione di una macroregione alpina». Scritto nero su bianco a pagina 14 del "Progetto di Governo" di Ambrosoli nel capitolo dedicato ad "una regione forte in un'Europa forte". Ma allora perché Ambrosoli urla insulti contro la proposta di Maroni? Forse non è a conoscenza del suo stesso programma? Se è così chi l'ha scritto? Chi governerà davvero la Lombardia nel malaugurato caso di una sua vittoria? Accortosi della gaffe, Ambrosoli (su suggerimento di qualcuno?) è corso ai ripari. «Macroregione sì, ma niente a che fare con il secessionismo di Maroni"». Una toppa che non ha nascosto il buco, semmai lo ha allargato. Perché il progetto della macroregione è ben presente nel dibattito pubblico da anni. Un confronto sul tema di cui evidentemente Ambrosoli non è a conoscenza. Come ha scritto Aldo Bonomi sul Sole 24 ore il 3 febbraio «nel rumore di fondo fa capolino la proposta leghista della macroregione. Si parte dalla carta di Chivasso, dall'analisi della crisi dello stato nazione di Gianfranco Miglio e passando per le macroregioni italiane della Fondazione Agnelli si arriva alla macroregione europea. Si disegna un cerchio attorno alla Svizzera che partendo dallo spazio alpino e andando giù verso le pianure va dalla Lombardia verso la Slovenia l'Austria la Baviera e l'Alsazia per tornare verso il Rodano-Alpi e il Limonte (Liguria-Piemonte)•. Lo stesso Bonomi ne parla come di una nuova opportunità per le imprese. Già a dicembre, il Corriere della Sera registrava quanto detto al Politecnico di Milano in occasione del 150esimo anno accademico: «Una macro regione che inizia a Torino e arriva fino a Venezia. Un polo con Milano al centro che disegnato così arriva a venticinque milioni di abitanti. E allora sì, potrebbe piazzarsi su uno scenario globale come Shangai o Pechino». Il rettore Giovanni Azzone la poneva come «alternativa possibile» rispetto ad altre destinazioni in cui oggi i "cervelli" fuggono. Perché il futuro passa dalla Macroregione. Anche se Ambrosoli ne è all'oscuro.
La Lombardia deve aprirsi al mondo e mettersi alla testa dell'Europa, accettandone le sfide e cercando di primeggiare come ha sempre fatto nella sua storia. l Governatori leghisti Zaia e Cota sono liberi di firmare ciò che vogliono ma il destino della Lombardia è nelle mani degli elettori lombardi, quegli elettori che sono stanchi di sentir parlare di progetti mai realizzati, cittadini che adesso vogliono una vera discontinuità con il sistema di depravazione a cui chi ha governato fino ad oggi ha portato la nostra regione». Insomma, una netta bocciatura. Legittima, per carità. Non tutti devono essere d'accordo. Ma almeno essere d'accordo con se stessi sarebbe auspicabile. Perché se a parole Ambrosoli si dice nettamente contrario all'ipotesi della macroregione, nel suo programma dice ben altro. «Una grande Regione come la Lombardia deve poter giocare sullo scacchiere europeo un ruolo di leadership per sé, per le regioni più prossime e per l'Italia, con uno sguardo indirizzato alle opportunità legate alla formazione di una macroregione alpina». Scritto nero su bianco a pagina 14 del "Progetto di Governo" di Ambrosoli nel capitolo dedicato ad "una regione forte in un'Europa forte". Ma allora perché Ambrosoli urla insulti contro la proposta di Maroni? Forse non è a conoscenza del suo stesso programma? Se è così chi l'ha scritto? Chi governerà davvero la Lombardia nel malaugurato caso di una sua vittoria? Accortosi della gaffe, Ambrosoli (su suggerimento di qualcuno?) è corso ai ripari. «Macroregione sì, ma niente a che fare con il secessionismo di Maroni"». Una toppa che non ha nascosto il buco, semmai lo ha allargato. Perché il progetto della macroregione è ben presente nel dibattito pubblico da anni. Un confronto sul tema di cui evidentemente Ambrosoli non è a conoscenza. Come ha scritto Aldo Bonomi sul Sole 24 ore il 3 febbraio «nel rumore di fondo fa capolino la proposta leghista della macroregione. Si parte dalla carta di Chivasso, dall'analisi della crisi dello stato nazione di Gianfranco Miglio e passando per le macroregioni italiane della Fondazione Agnelli si arriva alla macroregione europea. Si disegna un cerchio attorno alla Svizzera che partendo dallo spazio alpino e andando giù verso le pianure va dalla Lombardia verso la Slovenia l'Austria la Baviera e l'Alsazia per tornare verso il Rodano-Alpi e il Limonte (Liguria-Piemonte)•. Lo stesso Bonomi ne parla come di una nuova opportunità per le imprese. Già a dicembre, il Corriere della Sera registrava quanto detto al Politecnico di Milano in occasione del 150esimo anno accademico: «Una macro regione che inizia a Torino e arriva fino a Venezia. Un polo con Milano al centro che disegnato così arriva a venticinque milioni di abitanti. E allora sì, potrebbe piazzarsi su uno scenario globale come Shangai o Pechino». Il rettore Giovanni Azzone la poneva come «alternativa possibile» rispetto ad altre destinazioni in cui oggi i "cervelli" fuggono. Perché il futuro passa dalla Macroregione. Anche se Ambrosoli ne è all'oscuro.

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