mercoledì 30 gennaio 2013

«Vinco e lascio la segreteria. Il processo di rinnovamento della Lega CONTINUA»


“Alessandro Montanari”
“La Padania 30.01.2013”

Cita il Che Guevara del «chi lotta può perdere, ma chi non lotta ha già perso», auspica la transi zione dai “partiti personali" ai "partiti territoriali" sul modello Catalano, spiega la composizione delle liste e ribadisce che, chiuse le urne e comunque vada la partita lombarda, lascerà la segreteria del Carroccio. E' un Roberto Maroni a tutto campo quello che si concede al quotidiano on line L'Indipendenza per un'intervista a viso aperto nella quale affronta tutte le critiche che provengono dalla vasta galassia dell'autonomismo padano. La premessa, però, è la conferma di una promessa, quella del ricambio  generazionale. «Che diventi presidente della Lombardia o che perda ribadisce Maroni - mi dimetterò dalla segreteria della Lega. Nell 'autunno prossimo o al massimo nella primavera del 2014, prima delle elezioni europee, si terrà il congresso  federale per scegliere la nuova guida del movimento». Da qui alla strategia della nuova Lega il passo è breve. Il Segretario  ricorda di avere ottenuto che «Fratelli d'Italia e La Destra per le elezioni regionali specificassero nel simbolo "per la Lombardia", e spiega: «La mia idea è che si debba passare dai partiti personali, e anche la Lega e il Pdl lo sono stati, a un vero partito territoriale». Il modello ideale, conferma il leader del Carroccio, è proprio quello di Convergència i Uniò, la coalizione  territoriale di partiti che ha ripreso il governo della Catalogna. «CiU, che è la somma di due partiti, ha un unico simbolo - sottolinea il Segretario.
E' il modello confederale della Lega, la quale al congresso dell'anno scorso è passata da partito federale a partito confederale. Qual è la grande differenza che in pochi hanno compreso? Se un partito è federato, su un determinato territorio c'è spazio per un solo soggetto politico. Se invece è confederato, c'è lo spazio per più soggetti politici. Questa è la mia visione: la Lega non può essere il partito che ingloba tutto nella propria pancia, ma deve farsi promotrice di un 'evoluzione della rappresentanza politica che vada in parallelo con l'evoluzione delle istituzioni. La macroregione è una  novità assoluta che deve avere come espressione un partito macroregionale, il quale non può essere la coalizione. Secondo  me il processo, che richiederà del tempo, dovrà prevedere un coordinamento così stretto tale da condurre al modello catalano». «Per noi - concede a questo punto Maroni - è facile, perché siamo già su questa strada. Più complicato sarà per il Pdl e per gli altri. Ma se loro si organizzano su base territoriale, allora la cosa è fatta e nasce un soggetto politico  straordinariamente forte in Italia e in Europa» . Quanto alla presunta abdicazione al concetto di Padania, il Segretario invita a distinguere «la strategia dalla tattica»: «la strategia è la Padania come macroregione d'Europa, come prima tessera del nuovo mosaico europeo, non come nuovo stato intorno al quale si mettono i confini così come s i poteva pensare nel 1996.  Dunque, se la Padania è la strategia, come arrivarci? Tornando a parlare di Nord e creando una struttura territoriale che possa realizzare l'obiettivo. Quindi non è la cancellazione dell'obiettivo strategico, ma una nuova iniziativa tattica, perché  con gli altri strumenti non ce l'abbiamo fatta. Sono stati tattica sia la secessione che l'andare al governo con Berlusconi che il federalismo fiscale: cambiano gli strumenti, ma l'obiettivo finale resta sempre quello, per cui respingo al mittente la  contestazione». La ricomposizione dell'alleanza col Pdl, però, non ha convinto tutti. E Maroni lo sa. «E' stata una scelta difficile, che ho fatto in perfetta solitudine e di cui mi assumo tutte le responsabilità. La scelta era se vincere o perdere le  elezioni». Respinto al mittente, con vigore, anche lo scetticismo sulle liste. «S'è cambiato molto - rivendica il Segretario -. In Veneto è stata introdotta la regola delle due legislature, comportamento che al momento non è stato condiviso dalle altre segreterie nazionali, ma che per il futuro sarà la regola. Così sono rimasti a casa Stefani, Dozzo e Bricolo, cioè gli elementi di spicco della Liga Veneta. E' stato candidato Bitonci, nemico giurato di Tosi, e questo dà il senso del cambiamento. La pulizia  interna è pulizia e non epurazione: io ho fatto fuori quelli che hanno usato male i soldi della Lega e mi sento di dire che il processo di rinnovamento continua. Detto questo, non sono un rottamatore e non cancello il passato: per me il passato rimane la base su cui costruire il futuro». Poi Maroni passa in rassegna, e spiega, alcune singole candidature, cominciando  dalla principale. «Bossi: l'ho ricandidato non solo perché è il fondatore del partito, ma anche perché dal congresso in poi ha svolto una funzione fondamentale per l'unità della Lega, nonostante sia stato tirato da tutte le parti con l'intento di farlo uscire. Lui invece ha sempre risposto di no, facendo prevalere l'unità del movimento. Calderoli: è il motore organizzativo,  senza di lui non saremmo nemmeno riusciti a presentare le liste, è veramente una macchina infernale in attività 24 ore su 24. Tremonti: è stata una scelta tattica, l'ho voluto tirare dentro per evitare che fosse fuori e potesse creare problemi». Ora, però, quel che conta è la sfida della Lombardia che Maroni conta di vincere con la proposta, rivoluzionaria e di rottura, di mantenere sul territorio il 75% delle tasse. «Siamo avanti ma la strada non è in discesa, è una sfida difficile. lo però ci credo davvero e a conferma di ciò non mi sono creato il paracadute per Roma. Poi, come diceva Che Guevara, chi lotta può perdere ma chi non lotta ha già perso». L'esito del voto, tuttavia, aprirà nuovi scenari. In Lombardia ma anche in via Bellerio. «Se vincerò, sarò il garante istituzionale del percorso verso la macroregione del Nord, mentre il nuovo segretario dovrà realizzare il progetto politico del nuovo partito del Nord. Se invece perderò, mi farò da parte perché ritengo che un leader che si candida non può riciclarsi se viene sconfitto. Sarà differente dal passato quando, davanti a una sconfitta elettorale, si cercava il capro espiatorio: ad esempio nel 1999, con il flop delle elezioni europee al 4,5%, il capro espiatorio fu Domenico Comino, buttato fuori al congresso straordinario di Varese. Oggi, siccome la decisione di fare certe alleanze è stata solo mia, mi assumerò per intero la responsabilità di una eventuale sconfitta, rimarrò nella Lega, ma farò il passaggio di consegne». Fosche, invece, le previsioni sulla prossima legislatura. «Penso che non durerà più di due anni e che sarà un casino. E tuttavia più il governo di Roma sarà debole meglio sarà per me governatore, perché il Nord avrà la forza per strappare qualsiasi cosa».  

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