“Stefano Bruno Galli”
“La Padania 13/14.01.2013”
La
proposta di trattenere le risorse sul territorio che le ha generate – elemento essenziale
del progetto politico di Roberto Maroni - fa molto discutere. Dal punto di
vista teorico, il principio è sacrosanto e produrrebbe degli indubbi benefici a
vantaggio delle comunità volontarie territoriali - cioè dei cittadini, delle
famiglie e delle imprese - del Grande Nord. Si tratta di una proposta forte e perciò
ha suscitato le malcelate avversioni e le velenose Insinuazioni di avversari
politici e commentatori. Che si sono
sviluppate su due piani. Da un lato c'è chi ha tentato approssimative quantificazioni
dei benefici, in termini di residuo fiscale, che sarebbero garantiti dal
trattenere al Nord il 75% delle risorse. Dall'altro c'è chi ha messo in
discussione la praticabilità della proposta, sentenziando sui processi politico-istituzionali
da seguire. È forse il caso di dipanare un po' la matassa e dimostrare quanto il
progetto politico incarnato da Roberto Maron i abbia una sua .fondatezza, sia più che legittimo, concretamente realizzabile
e produca degli indubbi vantaggi per il Nord. Che lavora, produce e paga le
tasse. La premessa è rappresentata dalla nascita della macroregione del Nord. La
Questione settentrionale ha oggi subìto una radicale trasformazione. Una
ventina d'anni orsono si manifestava nelle vallate prealpine e nelle aree
pedemontane, investendo principalmente il lavoro autonomo, l'agricoltura, la
piccola impresa, il mondo dei commerci. Progressivamente si è abbassato il
baricentro.
E la Questione settentrionale è dilagata in pianura, coinvolgendo la media impresa e il terziario avanzato. A nulla valgono i tentativi di scomporla, con il deliberato obiettivo di depotenziarne l'impatto politico. Al contrario, è una realtà viva e pulsante, che si esprime nel disagio, nel risentimento e nel rancore delle comunità del Nord. Una realtà organica, compatta e omogenea, fondata su due elementi essenziali: la leadership economica e produttiva e la vessazione fiscale, al netto delle diverse vocazioni territoriali e del pedaggio che tali "vocazioni" pagano alla crisi. Per ciò è ragionevole e fondato il progetto di mettere insieme le tre grandi regioni del Nord - Piemonte, Lombardia e Veneto ricorrendo agli strumenti del diritto interno, a cominciare dalle materie di legislazione concorrente indicate nell'articolo 117 della Costituzione e dalle procedure previste negli ultimi due commi, e del diritto europeo in tema di accordi infraregionali. Il fattore tempo è decisivo: le deliberazioni dei Consigli regionali devono avvenire, sulla base degli stessi contenuti, pressoché in contemporanea. Nasce così la macroregione del Nord. Ogni anno, le tre regioni del Nord coprono oltre la metà del Pii e staccano un assegno di oltre cinquanta miliardi di euro – a tanto ammontano i trasferimenti - che vanno a beneficio del resto del Paese. Tutte e tre hanno un residuo fiscale fortemente svantaggioso, perché incassano dallo Stato centra le molto meno di quello che versano. Le altre sedici - salvo l'Emilia Romagna - sono mantenute dallo Stato centrale. Con il progetto macroregionale, aumenta la forza negozia le delle tre regioni del Nord per effetto del principio del contratto-scambio. Ricorrendo a esso - alle origini della vicenda repubblicana – le Regioni a Statuto speciale costruirono le loro fortune, ponendo il problema dell'adesione allo Stato unitario in termini meramente contrattuali. Sulla questione insistevano allora specifiche ragioni storiche, etniche, culturali e linguistiche, non disgiunte da significative pressioni internazionali, che richiedevano per tali regioni un inquadramento "speciale" nell'architettura del nuovo Stato. Dietro la "specialità"- non solo istituzionale, ma anche fiscale - si celava la dimensione pattizia della loro adesione allo Stato. Su nuove basi, il contratto- scambio si configura oggi come uno strumento più che legittimo al quale può fare ricorso la macroregione del Nord. Per effetto della crisi economica, che si abbatte su l sistema produttivo, e delle dimensioni di una vessazione fiscale reale insopportabile, che ha superato il cinquanta per cento, la "diversità" del Nord è conclamata. E va ben oltre la storia, le tra dizioni civiche, l'identità culturale, la koinè linguistica, che pure sono degli elementi identitari concreti e fortemente presenti. L' identità politica del Grande Nord è oggi una questione economico-produttiva e fiscale. Di fronte alla negazione della sussidiarietà verticale, bisogna imporre le istanze del Grande Nord, facendo leva sulla sua consolidata forza negoziale nei confronti di uno Stato che non perde l'occasione di ribadire, con tutta la protervia istituzionale di cui dispone, le inaccettabili ragioni di un centralismo davvero asfissiante. Se il Nord negasse allo Stato centrale il cinquanta per cento del Pil e cinquanta miliardi di euro di trasferimenti, è facile prevedere un futuro "greco" per il Paese. Il principio del contratto-scambio si pone dunque come lo strumento privilegiato per ottenere il riconoscimento del principio che le risorse rimangano nei territori dove sono state prodotte, cioè al Nord, nella misura "almeno" del 75%, in un regime di autonomia costituzionale così come previsto dall'articolo 5 della Carta. E nel nome di Gianfranco Miglio.
E la Questione settentrionale è dilagata in pianura, coinvolgendo la media impresa e il terziario avanzato. A nulla valgono i tentativi di scomporla, con il deliberato obiettivo di depotenziarne l'impatto politico. Al contrario, è una realtà viva e pulsante, che si esprime nel disagio, nel risentimento e nel rancore delle comunità del Nord. Una realtà organica, compatta e omogenea, fondata su due elementi essenziali: la leadership economica e produttiva e la vessazione fiscale, al netto delle diverse vocazioni territoriali e del pedaggio che tali "vocazioni" pagano alla crisi. Per ciò è ragionevole e fondato il progetto di mettere insieme le tre grandi regioni del Nord - Piemonte, Lombardia e Veneto ricorrendo agli strumenti del diritto interno, a cominciare dalle materie di legislazione concorrente indicate nell'articolo 117 della Costituzione e dalle procedure previste negli ultimi due commi, e del diritto europeo in tema di accordi infraregionali. Il fattore tempo è decisivo: le deliberazioni dei Consigli regionali devono avvenire, sulla base degli stessi contenuti, pressoché in contemporanea. Nasce così la macroregione del Nord. Ogni anno, le tre regioni del Nord coprono oltre la metà del Pii e staccano un assegno di oltre cinquanta miliardi di euro – a tanto ammontano i trasferimenti - che vanno a beneficio del resto del Paese. Tutte e tre hanno un residuo fiscale fortemente svantaggioso, perché incassano dallo Stato centra le molto meno di quello che versano. Le altre sedici - salvo l'Emilia Romagna - sono mantenute dallo Stato centrale. Con il progetto macroregionale, aumenta la forza negozia le delle tre regioni del Nord per effetto del principio del contratto-scambio. Ricorrendo a esso - alle origini della vicenda repubblicana – le Regioni a Statuto speciale costruirono le loro fortune, ponendo il problema dell'adesione allo Stato unitario in termini meramente contrattuali. Sulla questione insistevano allora specifiche ragioni storiche, etniche, culturali e linguistiche, non disgiunte da significative pressioni internazionali, che richiedevano per tali regioni un inquadramento "speciale" nell'architettura del nuovo Stato. Dietro la "specialità"- non solo istituzionale, ma anche fiscale - si celava la dimensione pattizia della loro adesione allo Stato. Su nuove basi, il contratto- scambio si configura oggi come uno strumento più che legittimo al quale può fare ricorso la macroregione del Nord. Per effetto della crisi economica, che si abbatte su l sistema produttivo, e delle dimensioni di una vessazione fiscale reale insopportabile, che ha superato il cinquanta per cento, la "diversità" del Nord è conclamata. E va ben oltre la storia, le tra dizioni civiche, l'identità culturale, la koinè linguistica, che pure sono degli elementi identitari concreti e fortemente presenti. L' identità politica del Grande Nord è oggi una questione economico-produttiva e fiscale. Di fronte alla negazione della sussidiarietà verticale, bisogna imporre le istanze del Grande Nord, facendo leva sulla sua consolidata forza negoziale nei confronti di uno Stato che non perde l'occasione di ribadire, con tutta la protervia istituzionale di cui dispone, le inaccettabili ragioni di un centralismo davvero asfissiante. Se il Nord negasse allo Stato centrale il cinquanta per cento del Pil e cinquanta miliardi di euro di trasferimenti, è facile prevedere un futuro "greco" per il Paese. Il principio del contratto-scambio si pone dunque come lo strumento privilegiato per ottenere il riconoscimento del principio che le risorse rimangano nei territori dove sono state prodotte, cioè al Nord, nella misura "almeno" del 75%, in un regime di autonomia costituzionale così come previsto dall'articolo 5 della Carta. E nel nome di Gianfranco Miglio.

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