“La Padania 08.12.2012”
Risparmio,
rinuncio, rinvio. Sono le tre "r" dei consumi familiari che secondo
il Censis assillano da un anno a questa parte gli italiani. L'istituto, nel suo
quarantaseiesimo rapporto sulla situazione sociale relativo al 2012, descrive
un Paese dove i redditi sono tornati indietro di vent'anni e in cui le famiglie
si vedono costrette a vendere oro, mobili e gioielli di famiglia per sbarcare il
lunario. E' l'Italia al tempo dei Professori. Un Paese dove «istituzioni
politiche e soggetti sociali» vivono da «Separati in casa». Nel primo trimestre
del 2012, scrive il Censis, la flessione delle spese delle famiglie è stata del
2,8% e nel secondo trimestre vicina al 4%. Nel 2012 i consumi reali pro-capite,
pari a poco più di 15.700 euro, sono ritornati ai livelli del 1997. Anche la
propensione al risparmio è in flessione, dal 12% del 2008 all'attuale 8%. Nella
prima parte del 2012 l'83% delle famiglie italiane ha riorganizzato la spesa alimentare
cercando offerte e prodotti meno costosi, il 66% ha cercato di limitare gli
spostamenti in auto o moto per risparmiare sulla benzina, il 42% ha rinunciato
a un viaggio, il 40% all'acquisto di articoli di abbigliamento o calzature, il
38% a pranzi e cene fuori casa. A metà del 2012, il 10% delle famiglie ha
venduto oro o altri oggetti preziosi per ottenere liquidità, il 3% ha venduto
un immobile senza acquistarne un altro per disporre di denaro contante, l'1% ha venduto mobili di
famiglia. Nei primi sei mesi del 2012 il 18% delle famiglie non è riuscito a
coprire tutte le spese con il reddito accumulato nel medesimo periodo. Si
tratta di circa 4,5 milioni di famiglie che per il momento non hanno mostrato
capacità di risparmio e che nella maggior parte dei casi (52%) hanno dovuto
intaccare quelli preesistenti. Il Censis osserva che «negli anni '90 il reddito
medio pro-capite delle famiglie è aumentato, passando da circa 17.500 a 18.500
euro, si è mantenuto stabile nella prima metà degli anni 2000, ma a partire dal
2007 è sceso ai livelli del 1993: -0,6% in termini reali tra il 1993 e il
2011». L'istituto parla di «Italia alla prova della sopravvivenza».
Le dinamiche interne hanno visto una «parallela discontinuità ». Da un lato, le istituzioni politiche si sono concentrate con rigore sulla fragilità dei conti pubblici e della nostra credibilità finanziaria internazionale, sulla riduzione delle spese, le riforme settoriali, la razionalizzazione dell'apparato pubblico. Dall'altro lato, i soggetti economici e sociali sono rimasti soli con le loro affannose strategie di sopravvivenza, anche scontando sacrifici e restrizioni derivanti dalle politiche di rigore. «E' angosciante pensare che queste famiglie saranno perseguitate dal redditest», commenta il capogruppo della Lega Nord in Commissione Finanze del Senato, Paolo Franco. «Il rapporto del Censis si presta a molteplici analisi prosegue -, vista l'ampiezza dei temi trattati. Ne voglio acquisire e discutere solamente due, che mettono in luce quanto, chi ha voluto abbandonare il Paese al Governo dei tecnici, abbia giocato sulla pelle degli italiani senza, e qui sta il problema, intaccare strutturalmente i problemi del Paese. Mi riferisco al capitolo dei "separati in casa" tra istituzioni politiche e soggetti economici e sociali. Nonostante il Presidente del Censis Giuseppe De Rita si affretti a precisare come il Governo Monti abbia dimostrato "la capacità e il coraggio di aver toccato alcuni settori, come le pensioni di anzianità, mettendo ordine e facendo recuperare credibilità al Paese all'estero" la ricerca afferma che "i soggetti sociali non si sono sentiti coinvolti dall'azione di governo perché sospettosi che alle strategie tecnico- politiche non seguisse un 'adeguata implementazione amministrativa e organizzativa e perché restavano in attesa di una proposta di percorso comune". Questa è la dimostrazione che il Governo italiano ha risposto ad un mandato diverso da quello popolare, e cioè a quello della finanza mondiale ed europea, mettendo in sicurezza (forse) lo Stato e le banche». Altro capitolo, «ancora più penoso», il crollo dei consumi. «C'è proprio poco da essere orgogliosi in questa situazione - dice Paolo Franco - . Qualcuno aveva informato i Professori che l'incremento della pressione fiscale abbatte i consumi? Visto che sarebbe sbagliato dare degli stupidi a persone che di economia masticano quasi fin da quando erano bambini, significa che lo sapevano, eccome! Ma occorreva scegliere che cosa scaldare con la corta coperta a disposizione: la spesa pubblica e il sistema finanziario, oppure i cittadini. E il Governo ha optato per ciò per cui è stato insediato. Infatti il debito pubblico, dopo l'esplosione degli anni '80, non è mai salito così tanto come nell'ultimo anno, toccando ora i 2 mila miliardi di euro». Ma una via d'uscita c'è, dice il senatore leghista. «Attribuire allo Stato le sole competenze su politica estera, difesa, leggi in materia di giustizia, infrastrutture di interesse nazionale, perequazione, oneri sulla metà del debito pubblico (25% delle risorse complessivamente prodotte a livello nazionale) e lasciare il rimanente 75% delle risorse prodotte in ogni regione alla Regione stessa, per sostenere l'erogazione di qualsiasi altro onere o servizio pubblico: previdenza, sanità, scuola, amministrazione della giustizia, infrastrutture locali, finanziamento di Comuni e Province, appartenenza all'Europa, eccetera, nonché suddivisione di metà del debito statale alle Regioni in proporzione al Pil regionale ».
Le dinamiche interne hanno visto una «parallela discontinuità ». Da un lato, le istituzioni politiche si sono concentrate con rigore sulla fragilità dei conti pubblici e della nostra credibilità finanziaria internazionale, sulla riduzione delle spese, le riforme settoriali, la razionalizzazione dell'apparato pubblico. Dall'altro lato, i soggetti economici e sociali sono rimasti soli con le loro affannose strategie di sopravvivenza, anche scontando sacrifici e restrizioni derivanti dalle politiche di rigore. «E' angosciante pensare che queste famiglie saranno perseguitate dal redditest», commenta il capogruppo della Lega Nord in Commissione Finanze del Senato, Paolo Franco. «Il rapporto del Censis si presta a molteplici analisi prosegue -, vista l'ampiezza dei temi trattati. Ne voglio acquisire e discutere solamente due, che mettono in luce quanto, chi ha voluto abbandonare il Paese al Governo dei tecnici, abbia giocato sulla pelle degli italiani senza, e qui sta il problema, intaccare strutturalmente i problemi del Paese. Mi riferisco al capitolo dei "separati in casa" tra istituzioni politiche e soggetti economici e sociali. Nonostante il Presidente del Censis Giuseppe De Rita si affretti a precisare come il Governo Monti abbia dimostrato "la capacità e il coraggio di aver toccato alcuni settori, come le pensioni di anzianità, mettendo ordine e facendo recuperare credibilità al Paese all'estero" la ricerca afferma che "i soggetti sociali non si sono sentiti coinvolti dall'azione di governo perché sospettosi che alle strategie tecnico- politiche non seguisse un 'adeguata implementazione amministrativa e organizzativa e perché restavano in attesa di una proposta di percorso comune". Questa è la dimostrazione che il Governo italiano ha risposto ad un mandato diverso da quello popolare, e cioè a quello della finanza mondiale ed europea, mettendo in sicurezza (forse) lo Stato e le banche». Altro capitolo, «ancora più penoso», il crollo dei consumi. «C'è proprio poco da essere orgogliosi in questa situazione - dice Paolo Franco - . Qualcuno aveva informato i Professori che l'incremento della pressione fiscale abbatte i consumi? Visto che sarebbe sbagliato dare degli stupidi a persone che di economia masticano quasi fin da quando erano bambini, significa che lo sapevano, eccome! Ma occorreva scegliere che cosa scaldare con la corta coperta a disposizione: la spesa pubblica e il sistema finanziario, oppure i cittadini. E il Governo ha optato per ciò per cui è stato insediato. Infatti il debito pubblico, dopo l'esplosione degli anni '80, non è mai salito così tanto come nell'ultimo anno, toccando ora i 2 mila miliardi di euro». Ma una via d'uscita c'è, dice il senatore leghista. «Attribuire allo Stato le sole competenze su politica estera, difesa, leggi in materia di giustizia, infrastrutture di interesse nazionale, perequazione, oneri sulla metà del debito pubblico (25% delle risorse complessivamente prodotte a livello nazionale) e lasciare il rimanente 75% delle risorse prodotte in ogni regione alla Regione stessa, per sostenere l'erogazione di qualsiasi altro onere o servizio pubblico: previdenza, sanità, scuola, amministrazione della giustizia, infrastrutture locali, finanziamento di Comuni e Province, appartenenza all'Europa, eccetera, nonché suddivisione di metà del debito statale alle Regioni in proporzione al Pil regionale ».

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