“Matteo Borghi”
“lintraprendente.it 18.02.2014”
«I tedeschi non ammettono che sono investimenti
(europei ndr) che sono negli interessi della Germania. Nessun Paese trae
maggior profitto dall’Unione europea della Repubblica Federale Tedesca. Nessun
Paese ha un vantaggio maggiore dall’euro e dal mercato unico della Germania.
Non dobbiamo dire che sono elemosine. Dobbiamo dire che sono investimenti che
facciamo nel nostro proprio interesse, però non lo diciamo ed è questo il
motivo per cui, credo, la gente non ha fiducia in noi. Dobbiamo cambiare questo
status quo». A dirlo è nientepopodimeno che lo stesso presidente del Parlamento
europeo, il tedesco Martin Schulz ai microfoni di Otto e Mezzo, su La 7. «È
quello che io dico da sempre, dobbiamo cambiare questa Europa germanocentrica»
ha commentato a caldo l’europarlamentare Susy De Martini postando il video sul
suo profilo.
In effetti la dichiarazione di Schulz ha dell’incredibile se
pensiamo che a pronunciarla non è un antieuropeista convinto come Matteo
Salvini o Claudio Borghi, bensì è uno degli euroburocrati più influenti di
sempre. Anzi probabilmente il più influente. Se lo dice lui, sarà così. Certo
poi uno potrebbe chiedersi come mai non abbia mai alzato un dito per risolvere
il problema nei venti lunghi anni di permanenza a Bruxelles. Forse che Schulz,
candidato a presidente della commissione europea, sa bene che i partiti
antieuropeisti sono in rimonta e che, fuori dalla Germania, si posson prendere
voti solo dicendo qualcosa contro la Germania? Probabile. Del resto benché i
colleghi dell’Huffington Post (gruppo Repubblica) vogliano farlo passare come
uno che ha fatto il libraio fino a ieri, Schulz è un vecchio volpone della
politica. Un «kapò», tanto per fare una citazione. Potremmo fare lunghi
discorsi sul perché l’Ue favorisce la Germania (senza per questo toglierci
colpe che sono solo nostre, come quella della spesa e del debito pubblico
smodato). Ma per capire l’assurdità della situazione che stiamo vivendo basta
guardare indietro nella storia. 9 maggio 1950. Il ministro degli Esteri
francese Robert Schuman fa la prima dichiarazione in cui compare il concetto di
Europa come entità economica: a cinque anni dalla fine della guerra la Germania
è ancora considerata da molti un nemico, responsabile di milioni di morti. In
molti ambienti c’è ancora una certa ritrosia a farla rientrare a pieno titolo
nella Ceca, la futura Ue. Ma ad est c’è un nemico che spinge. Per contrastarlo
si fa un semplice ragionamento di Realpolitik: rafforzare la Germania (Ovest),
un Paese più prostrato degli altri dalla guerra, per bloccare l’avanzata
sovietica. Si sceglie di considerare come europeo l’acciaio tedesco per evitare
embarghi e imposizione fiscale. È la prima volta che si decide di avvantaggiare
l’economia tedesca. 18 febbraio 2014. La situazione si è leggermente capovolta.
La Germania non è più la piccola repubblichetta sotto le macerie, in
difficoltà, bisognosa d’aiuto. È un colosso economico (il primo in Europa, il
quarto nel mondo) perfettamente in grado di reggersi sulle proprie gambe.
Eppure viene ancora avvantaggiata. Paradossale vero?

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