“Carlo Lottieri”
“lintraprendente.it 16.01.2014”
Non c’è nulla da fare: questo Paese si appresta a
sprofondare a grande velocità, tra imprese che chiudono e giovani che se ne
vanno fuori dai confini. E a questo punto sembra più realistico un collasso
generalizzato che non l’insorgere di una qualche ragionevolezza nei discorsi e
soprattutto nelle iniziative politiche di una classe politica, quella italiana,
che ha responsabilità davvero cruciali nel disastro sociale ormai sotto gli
occhi di tutti. Due tweet lanciati ieri dal presidente della Regione Puglia,
Nichi Vendola, raccontano più di tante analisi come l’Italia non sia
assolutamente riformabile. Il leader della sinistra italiana, infatti, ha annunciato
in questo modo una nuova imbarcata di burocrati pubblici da parte dell’ente
regionale: «Entro marzo bando per assunzione 200 funzionari #regione #Puglia .
È la risposta migliore alla precarietà in tempi di crisi #lavoro». Nel momento in cui un politico responsabile dovrebbe preoccuparsi unicamente di ridurre l’area d’intervento dello Stato e ridimensionare la presenza del settore pubblico nella vita economica e sociale, annunciare altre assunzioni significa inferire su un malato terminale. Dovrebbe essere chiaro che oggi le regioni non devono assumere, ma semmai licenziare. Non si capisce, d’altra parte, per quale motivo nessuno si sorprenda che spesso le aziende private chiudano o riducano gli organici, mentre sembra una blasfemia perfino l’ipotesi che chi ha una posizione “di ruolo” nel settore statale – si tratta di sanità, università, prefettura o altro – possa perdere il lavoro. La pervicace difesa dello statalismo operata da Vendola è assurda e il suo non rendersi conto dell’urgenza di intervenire sulle uscite (sulle voci di spesa, a partire dal personale) la dice lunga sulla sua incomprensione del dramma in cui ci troviamo. Ma d’altra parte è lui stesso a offrire una chiave di lettura senza equivoci. Nei tweet egli difende la sua scelta di arruolare altri duecento funzionari evocando, una volta di più, il mantra della precarietà. Come molti eredi del vecchio Pci, Vendola seguita a pensare che nulla sia peggio di una società in cui domani potresti dover lasciare il tuo impiego. Non ha compreso che lavorare significa mettersi al servizio degli altri, e che poiché le preferenze altrui sono mutevoli una certa precarietà è strutturale. Se io lavoro in un’azienda che produce fax e a un certo punto, grazie ad esempio al diffondersi della telematica, la domanda di tali prodotti viene meno, è normale che debba fare un’altra attività. E in un mondo che cambia alla velocità in cui muta il nostro, la condizione della precarietà va considerata come assolutamente normale. Per Vendola, invece, è inammissibile ammettere quello che gli uomini hanno sempre saputo, e cioè che del doman non v’è certezza: e nel suo statalismo selvaggio l’alternativa alla precarietà consiste nel portare il maggior numero di persone all’interno della funzione pubblica. Se tutti diventano dipendenti statali e se la funzione pubblica continua a escludere ogni ipotesi di licenziamento, la precarietà può essere sconfitta. A questo punto, bisognerebbe però che qualcuno – in questo o quell’altra palazzo delle Regioni che più sono penalizzate dalla redistribuzione territoriale (la Lombardia in primis, ma anche il Veneto e l’Emilia) facesse sapere a Vendola che tutto questo è inaccettabile, e che se la Regione Puglia vuole difendere un modello statalista del tutto fallito almeno lo faccia con i propri soldi: e non già con quanto lo Stato sottrae alle regioni che più danno e meno ricevono. Perché gli errori, un’intera comunità come la Puglia, può certo anche farli: ci mancherebbe. Ma sarebbe però bene che se li pagasse da sé.
È la risposta migliore alla precarietà in tempi di crisi #lavoro». Nel momento in cui un politico responsabile dovrebbe preoccuparsi unicamente di ridurre l’area d’intervento dello Stato e ridimensionare la presenza del settore pubblico nella vita economica e sociale, annunciare altre assunzioni significa inferire su un malato terminale. Dovrebbe essere chiaro che oggi le regioni non devono assumere, ma semmai licenziare. Non si capisce, d’altra parte, per quale motivo nessuno si sorprenda che spesso le aziende private chiudano o riducano gli organici, mentre sembra una blasfemia perfino l’ipotesi che chi ha una posizione “di ruolo” nel settore statale – si tratta di sanità, università, prefettura o altro – possa perdere il lavoro. La pervicace difesa dello statalismo operata da Vendola è assurda e il suo non rendersi conto dell’urgenza di intervenire sulle uscite (sulle voci di spesa, a partire dal personale) la dice lunga sulla sua incomprensione del dramma in cui ci troviamo. Ma d’altra parte è lui stesso a offrire una chiave di lettura senza equivoci. Nei tweet egli difende la sua scelta di arruolare altri duecento funzionari evocando, una volta di più, il mantra della precarietà. Come molti eredi del vecchio Pci, Vendola seguita a pensare che nulla sia peggio di una società in cui domani potresti dover lasciare il tuo impiego. Non ha compreso che lavorare significa mettersi al servizio degli altri, e che poiché le preferenze altrui sono mutevoli una certa precarietà è strutturale. Se io lavoro in un’azienda che produce fax e a un certo punto, grazie ad esempio al diffondersi della telematica, la domanda di tali prodotti viene meno, è normale che debba fare un’altra attività. E in un mondo che cambia alla velocità in cui muta il nostro, la condizione della precarietà va considerata come assolutamente normale. Per Vendola, invece, è inammissibile ammettere quello che gli uomini hanno sempre saputo, e cioè che del doman non v’è certezza: e nel suo statalismo selvaggio l’alternativa alla precarietà consiste nel portare il maggior numero di persone all’interno della funzione pubblica. Se tutti diventano dipendenti statali e se la funzione pubblica continua a escludere ogni ipotesi di licenziamento, la precarietà può essere sconfitta. A questo punto, bisognerebbe però che qualcuno – in questo o quell’altra palazzo delle Regioni che più sono penalizzate dalla redistribuzione territoriale (la Lombardia in primis, ma anche il Veneto e l’Emilia) facesse sapere a Vendola che tutto questo è inaccettabile, e che se la Regione Puglia vuole difendere un modello statalista del tutto fallito almeno lo faccia con i propri soldi: e non già con quanto lo Stato sottrae alle regioni che più danno e meno ricevono. Perché gli errori, un’intera comunità come la Puglia, può certo anche farli: ci mancherebbe. Ma sarebbe però bene che se li pagasse da sé.

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