lunedì 13 gennaio 2014

Tutte le verità non dette sul caso Cota


“lintraprendente.it 13.01.2014”

Qualcuno pensa che la sentenza del Tar piemontese, che annulla le elezioni regionali del 2010, sia il minimo che potesse capitare al governatore Roberto Cota, ormai riconosciuto come quello che s’è comprato dei boxer verdi coi soldi pubblici. Le cose non stanno esattamente così, e anzi sono molto più gravi e serie. Il presidente leghista aveva battuto la coalizione di Mercedes Bresso per un pugno di voti, 47,3% contro 46,9%. Circa 9mila suffragi di differenza. L’esponente Pd ha poi fatto ricorso, spiegando che alcune delle liste collegate a Cota hanno partecipato alle elezioni con un trucco, ovvero falsificando le firme necessarie per scendere in campo. I magistrati, che inizialmente non avevano riscontrato irregolarità, dopo aver condannato Michele Giovine dei “Pensionati per Cota” a 2 anni e otto mesi, hanno deciso che il furbetto non doveva partecipare alla contesa e che quindi tutto va azzerato.
Guardacaso, succede nello stesso giorno in cui l’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino, Pd, esce dalla lista degli indagati per una faccenda amministrativa. È lui il nome più gettonato del centrosinistra per strappare lo scettro a Cota alla fine della legislatura. Per i democratici un doppio colpo di fortuna. E qualche malizioso potrebbe ricordare che gli eredi del Pci sono ancora ciucchi per essersi liberati del Cavaliere grazie a un’altra condanna. Renzi e compagnucci fanno impallidire Gastone. Tornando al Piemonte, la lista di Giovine aveva incassato circa 27mila voti, risultando decisiva per la vittoria del centrodestra. Non tutti stanno ricordando, però, che anche nella coalizione della signora Bresso c’erano alcuni furbetti. Come i “Pensionati e Invalidi”, poco più di 12.500 consensi nel 2010, su cui le toghe hanno accertato irregolarità. Un dettaglio che i giornaloni pare stiano snobbando, preferendo manganellare il povero Cota e ritirando fuori la faccenda dei boxer che c’entra nulla. C’è qualcuno che obietta: se qualcuno ha fatto il furbo, va punito. Vero. Ma la logica non va stuprata, e tantomeno la democrazia. Quindi precisiamo alcuni passaggi. Le firme che vengono raccolte alla vigilia delle elezioni servono per dare solidità popolare agli aspiranti amministratori. Non ci fossero, chiunque potrebbe alzarsi la mattina e decidere di farsi un partito. Nel momento in cui le liste vengono ammesse alla competizione, è però allucinante immaginare che quattro anni dopo – e nonostante abbiano preso migliaia di voti reali – le stesse liste vengano messe fuorigioco. E invece in un Paese barzelletta come l’Italia accade questo, e nessuno dica che vogliamo difendere Cota per partito preso: se deve andare a casa, deve succedere col consenso dei cittadini e non per una decisione cervellotica. Qui c’è in ballo un principio: chi prende più suffragi deve governare, il resto avanza. Se proprio i giudici volessero intervenire in modo così drastico contro i furbetti del voto, suggeriamo di controllare gli archivi delle elezioni dagli anni Novanta a oggi. Troveranno una miriade di leghe fasulle capaci di fregare consensi alla Lega Nord e magari di risultare decisive. Pochi ricordano che nel 2006, quando Prodi vinse per un soffio contro Berlusconi, si avvantaggiò dei decisivi consensi della Lega per l’Autonomia-Alleanza lombarda di cui si sono poi perse le tracce. A noi sembra più discutibile un partito che scimmiotta clamorosamente il nome di un altro, piuttosto che una lista che raccoglie sì firme false, ma che i tribunali non bloccano subito e che poi viene legittimata da migliaia di voti. Invece i leghisti tarocchi hanno continuato a correre indisturbati in tutte le elezioni o quasi, mentre i consensi per Cota – veri, perdio, veri! – vengono cestinati dai signori del Tar. Signori che nessuno ha scelto, che in pochi conoscono e che probabilmente di piemontese hanno solo la targa dell’auto di servizio.

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