lunedì 13 gennaio 2014

SFILA LA RABBIA DEL NORD, SALVINI: «SIAMO IN BATTAGLIA»


“La Padania 12-13.01.2014”

«Volevo solo ringraziarla velocemente». Un cenno di saluto, una stretta di mano timida. E il ragazzo esce dal corteo. Il piccolo siparietto è tra Roberto Cota, Governatore del Piemonte, e un giovane che segue la lunga fiaccolata torinese  organizzata dalla Lega a difesa del suo presidente. Lui ha da poco trovato un posto come apprendista, grazie a una legge sull'occupazione varata dalla Giunta regionale. Come a dire: il Piemonte al collasso, dei debiti miliardari lasciati dalla Bresso, prova a rialzare la testa. Poi c'è invece qualcuno a cui «dai fastidio; perché non frequenti i salotti; perché giorno e notte sei impegnato a far tornare i conti, a spaccarti la schiena e lavorare per la tua comunità». Nelle parole di Cota c'è tutta la  rabbia e la delusione di un momento che mai avrebbe pensato di vivere. Di chi ti dice, dopo quattro anni, che tu non sei più il presidente eletto con i voti della gente. Colpa di una lista fatta alla carlona ma vidimata dai colleghi di chi ieri l'ha giudicata tarocca.
A sostegno del governatore c'è tutto il Carroccio: parlamentari, consiglieri regionali, semplici militanti. Migliaia di persone sfilano dalla prefettura alla sede della Regione per ribadire che Cota deve stare al suo posto. «Che i governatori - come ci spiega Luca Zaia, presidente del Veneto - non li può decidere un tribunale ma il voto democratico della gente. Invece stiamo scoprendo il contrario. Di una democrazia malata, di uno Stato allo sbando». Non c'è Roberto Maroni costretto a disertare l'impegno all'ultimo istante. Il suo messaggio, fatto recapitare tramite l'amico Cota, è però limpido: «Uniti e avanti tutta con la grande Lega». Concetto che il leader leghista Matteo Salvini ribadirà più volte. «Tra dieci giorni Maroni, Zaia, Cota e il sottoscritto ci ritroveremo per mettere a punto alcune battaglie comuni. Noi andiamo avanti, a lavorare». Certo, il ricorso al consiglio di Stato contro la sentenza del Tar si farà. Ma la Lega - fa capire Salvini - non  ha paura. Non abbassa la testa e non indietreggia di un millimetro. Perché non è un Paese normale quello dove qualcuno ti viene a dire dopo 4 anni che quel voto non è più valido». «Ma allora chi ha partecipato a un bando della Regione? O i consiglieri? Tutti devono ridare indietro i soldi visto che la Giunta Cota era illegittimata a deliberare qualsiasi cosa. Su dai non scherziamo. Semmai bisognerebbe tornare a riflettere seriamente sulla responsabilità civile dei magistrati». Il j'accuse arriva per bocca di Edoardo Rixi, consigliere regionale leghista in Liguria. Con lui c'è Sonia Viale, Francesco Bruzzone. Ma di leghisti se ne vedono con ogni carta di identità: da Bitonci a Paolo Grimoldi fino a Gianluca Buonanno e Giacomo Stucchi. E poi i consiglieri lombardi Ciocca, Romeo, Formenti, Foroni, Anelli, Cecchetti. C'è l'ex senatore Mura in compagnia di  Federico Bricolo. E non poteva mancare Mario Borghezio. C'è l'assessore regionale all'Ambiente Claudia Terzi («a Roberto dico di tenere duro e di non dimettersi») e la collega Simona Bordonali. Si vede il sindaco di Adro, Oscar Lancini. Dal Trentino fino al Valla Liguria e alla Lombardia: chi non striscioni e bandiere, tutti con la fiaccola della libertà, come qualcuno l'ha subito ribattezzata. C'è chi parla apertamente di «colpo di Stato», chi invece di «golpe rosso». Un disegno architettato  scientificamente: ti tolgo credibilità con la storiella del rimborso delle mutande verdi, poi ti azzanno con una sentenza che per molti grida vergogna. Costretto all'angolo. Ma la Lega «non molla. Non è una questione di poltrone, quelle non ci sono mai interessate. Qui è in gioco – fa capire ancora Salvini – la libertà e la democrazia. Forse qualcuno invece vuole mandarci a dire che in Piemonte come da altre parti ci deve essere solo il simbolo del Pd...». Eccola la Lega che sfila in piazza; che ritorna dove è nata. In una manifestazione, quella di ieri pomeriggio a Torino, nata con un tam tam di poche ore e trasformatasi in un fiume zeppo di rabbia. Con i magistrati e la sinistra a finire nel mirino dei cori dei militanti. Unico momento di tensione quando un gruppetto di ragazzi ai margini del corteo ha insultato pesantemente i leghisti. L'intervento di una decina di poliziotti ha riportato subito la calma. Una fiaccolata lunga, colorata e pacifica per ribadire che Cota «resta al suo posto. L'hanno votato i piemontesi e ha lavorato bene», ricordano Salvini e Zaia. Piazza Castello, fermata di arrivo del corteo, è soffocata dalle bandiere del Carroccio. Sul palco si alterneranno tutti i big leghisti. per ribadire «che qui non siamo in Corea del Nord. E al gioco al massacro la Lega non ci vuole più stare». Tradotto: «A uno Stato razzista, si risponde con le palle. È cominciata la battaglia», tuona Salvini. Più chiaro di così...

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