“La
Padania 14.01.2014”
Matteo
Renzi parla inglese e manda il suo jobs act via mail alle
redazioni dei giornali? La Lega di Matteo Salvini invece parla in
italiano, per farsi capire da tutti, e discute il suo "piano
sviluppo" davanti ai giornalisti, accettando di rispondere ad ogni
richiesta di chiarimento. Come quelle, tuttora eluse dal Rottamatore, sulle
coperture finanziare. Ma c 'è anche un 'altra premessa che il Segretario tiene
a ricordare personalmente prima di lasciare l'illustrazione del "piano
sviluppo" a chi si è occupato di redigerlo, cioè Massimiliano Fedriga e
i due capigruppo di Camera e Senato Giancarlo Giorgetti e Massimo Bitonci. «La
premessa logica e politica - chiarisce Salvini - dev'essere rimettere in
discussione la follia dei vincoli europei e di una moneta criminale come l'euro. Chiunque
parla di lavoro senza prima par lare di questo, racconta solo barzellette».
L'allusione,
evidente ancorché non esplicitata è a Matteo Renzi ed Angelino Alfano, che
da giorni stanno rimpallandosi impalpabili
jobs act che sembrano prescindere totalmente dalla questione europea. La
Lega invece prima dice chiaro e tondo qual è il nemico e poi pone sul tavolo un
programma concreto e in pochi punti che già domani sarà trasformato in progetto
di legge e depositato alle Camere. Che i contenuti siano forti , se non
addirittura rivoluzionari sotto certi aspetti, lo si capisce già dal primo
provvedimento del piano: l'equiparazione dei contratti tra il settore pubblico
e il settore privato con l'introduzione, nel pubblico, di una parte di
stipendio legata alla produttività del lavoratore. «In modo che non accada più
- osserva Salvini - che in un ufficio ci sia un dipendente che lavora anche per
quelli che non lavorano e che poi a fine mese tutti quanti prendano lo stesso
stipendio. Chi non lavora secondo noi deve essere allontanato mentre chi lavora
bene deve vederselo riconosciuto anche in busta paga». «Lo scenario in cui si
inseriscono le altre proposte del nostro piano sviluppo - prosegue Fedriga introducendo
le novità auspicate dalla Lega in campo contrattuale - è un mercato del lavoro distrutto, con la disoccupazione al 12
per cento e la disoccupazione giovanile arrivata addirittura al 42 per cento.
Per questo serve una misura d'urto che noi abbiamo individuato in un nuovo
contratto a tempo indeterminato, basato sui principi della flex-security, che
permetterà al datore di lavoro, in cambio della stabilità del posto, di poter cambiare
mansione ed orari al lavoratore in base alle esigenze produttive dell'azienda».
Ma non c'è solo questo: la nuova tipologia contrattuale, infatti, prevede anche
incentivi di natura economica. «Prevediamo un a forte decontribuzione, che poi
andrà a decrescere nel corso dei successivi cinque anni, sia per il datore di
lavoro che per il dipendente. Questo significa più soldi all'impresa, più soldi
in busta paga e in definitiva più soldi in circo lo nel mercato interno». Il
datore di lavoro, in particolare, nella
proposta leghista, avrà un netto beneficio perché «l'Ipef datoriale gli sarà
ridotta della metà». Il piano sviluppo prevede poi misure ad hoc per quelle
che Fedriga individua come le due categorie attualmente più svantaggiate: i
giovani e i disoccupati sopra i 50 anni di età. «Per gli under 30, oltre alla
possibilità di essere assunti con il nuovo contratto basato su Ila flex-security,
ci sarà anche la possibilità di attivare altri tipi di contratto, come ad
esempio quelli a tempo determinato, ma con l'abbattimento del 50 per cento dell'Irpef.
Su questo - precisa Fedriga - noi vogliamo sfidare la sinistra italiana. Ci ha
sempre "venduto" la balla che per fare più contratti a tempo
indeterminato bisognava aumentare il costo dei contratti a tempo determinato.
Bene, noi invece crediamo il contrario, cioè che per incentiva re i contratti a
tempo indeterminato si debba renderli più vantaggiosi ma senza penalizzare altre
forme contrattuali». Il guanto di sfida è lanciato anche sugli over 50, «categoria
– attacca ancora Fedriga - che la sinistra sembra essersi dimenticata». «Per due
anni e con qualsiasi tipo di contratto vengano assunti - spiega l'esponente leghista
- godranno della totale esenzione degli oneri contributivi». Ma quale sarà il
prodotto di questa rivoluzione contrattuale? «Cinque milioni di contratti a
tempo indeterminato - calcola Fedriga - Due milioni ci sono già perché sono quelli
che di media vengono attivati ogni anno, più un milione di contratti a tempo
determinato che con le nuove regole potrebbero trasformarsi in tempo
indeterminati più un milione e mezzo-due milioni di nuovi contratti. Meno oneri
sociali, più tasse pagate dalle aziende e maggiore gettito Iva determinato
dalla ripresa dei consumi: per lo Stato ci sarebbe un cospicuo aumento di
entrate». Il capitolo lavoro del "piano sviluppo" tocca poi altri due
totem dell'attuale asfittico sistema italiano: i centri per l'impiego e i corsi
di formazione. Su questo la ricetta leghista è drastica. «I centri per l'impiego
che non raggiungono almeno la media di ricollocamento nazionale dovranno essere
chiusi mentre i corsi di formazione che non ricollocano entro un anno almeno il
50 per cento degli iscritti non saranno più finanziati». Le imprese però hanno bisogno
anche di altro: ossigeno dalle banche e sburocratizzazione. «Per risolvere il
problema del credit crunch – spiega Giorgetti - il nostro obiettivo è
ripristinare la separazione dell'attività bancaria tipica da quella speculativa.
Non lo faremo introducendo un obbligo ma attraverso l'incentivo di una
tassazione differenziata sul reddito generato dalle banche a seconda che sia
prodotto con i prestiti alle imprese o con l'attività speculativa. Questa
tassazione differenziata dovrebbe poter evitare che le banche si limitino a
contrarre prestiti presso la Bce all'1 per cento per poi investire in titoli d
i Stato che rendono il 3-4 per cento. E' una misura che proponiamo a livello
nazionale ma ancora una volta le Regioni potrebbero fare da apri pista. Abbiamo
chiesto all'assessore lombardo Garavaglia di usare la piccola parte di Irap
che è di competenza regionale per creare un trattamento privilegiato per quelle
banche che aiutano le economie locali». «La burocrazie e gli adempimenti -
ricorda infine Massimo Bitonci affrontando l'ultimo capitolo del piano - costa
ai nostri imprenditori e ai nostri artigiani qualcosa come 5 miliardi ogni
anno. Per questo, anche in maniera provocatoria, proponiamo di introdurre un
nuovo regime di contabilità a "costi zero" per i lavoratori autonomi
e le imprese con meno di 5 dipendenti ed un fatturato inferiore ai 250 mila
euro. Su questi sarà applicato un pagamento dell'imposta sostitutiva del 10 per
cento e niente adempimenti. Se i pagamenti
sono completamente tracciabili, gli basterà tenere le fatture e gli estratti
conto bancari». Quanto alle coperture, spiega
Bitonci, «le proposte sui contratti di lavoro hanno già una propria copertura.
Per quanto riguarda le altre invece basterebbe applicare i costi standard in
sanità. Questo permetterebbe di recuperare 30 miliardi l'anno. Poi, se servono altri
soldi, si potrebbe sempre tagliare l'Iva di due punti. Se aumentarla di due
punti, infatti, ha provocato una diminuzione del gettito di quattro miliardi,
allora ritagliando l'Iva di due punti si recupererebbero anche quei soldi.
Peccato che non lo faranno mai».

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