martedì 7 gennaio 2014

A Milano c’è la giunta Robespierre


“Matteo Borghi”
“lintraprendente.it 07.01.2014”

A Milano c’è un novello Robespierre. Si chiama Giuliano Pisapia, fa il sindaco, e vuol ristabilire la moralità pubblica, anzi la “Moralità pubblica“, affossata da due decenni di malato berlusconismo che – proprio nel capoluogo lombardo – ha trovato il suo terreno fertile. Una Milano che Pisapia vorrebbe trasfigurare, educandola, nel modello ideale (peraltro molto confuso) che ha nella sua mente: la Rivoluzione arancione. Ieri il vicesindaco Ada De Cesaris – lei che ha detto no al Cerba, centro d’eccellenza ideato da Umberto Veronesi e finanziato con fondi privati perché a suo indiscutibile giudizio «manca di un progetto credibile» (dopo 10 anni di progetti) – ha dato perfetta prova di questa visione giacobina della realtà. Intervistata dal Corriere della Sera sui traguardi più importanti della giunta ha risposto senza esitazione: «Milano può essere riconsiderata la capitale morale del Paese».
Un’idea perfettamente in linea con quanto Pisapia ha scritto, nero su bianco, nella prefazione al libro “Il suicidio – Il declino del berlusconismo. Cronache e retroscena” di Edmondo Rho: con la dipartita del Cavaliere (annunciata con largo anticipo nell’ottobre 2011 e ampiamente smentita dalla realtà) tocca a noi riportare la capitale del Nord Italia agli antichi fasti per creare quella «svolta che da Milano può cambiare il Paese». L’obiettivo è rafforzare appunto la Morale pubblica, insegnamento di coercizione statale introdotto dai rivoluzionari del 1789 e che oggi il presidente François Hollande, figura incredibilmente simile a Pisapia, vuol introdurre nelle scuole. L’idea è che lo Stato debba educarti, punirti se sbagli e assisterti dalla culla alla tomba, prevaricando sulla tua libertà, ma solo per aiutarti nell’arduo compito di essere migliore. Come diceva Maximilien de Robespierre: «Il governo della Rivoluzione è il dispotismo della libertà contro la tirannia». A Milano, per carità, non c’è la ghigliottina. Il Terrore però c’è ed è quello fiscale più accentuato che altrove (il che è tutto dire). La giunta arancione si sente in diritto di imporre tutte le tasse che vuole, di esigerne il pagamento e di vigilare sul pagamento in modo ferreo. A breve a Palazzo Marino partiranno verifiche a tappeto sui presunti evasori. Verranno scandagliate, con «controlli massivi», tutte le pratiche di autocertificazione alla ricerca di irregolarità a seguito delle quali «si procedrà alle dovute segnalazioni all’autorità giudiziaria competente». E chissenefrega se si è sbagliato in buona fede. Non stiamo dicendo, per carità, che chi tarocca le carte per accedere ai bandi dei servizi sociali non meriti la nostra riprovazione. Stiamo dicendo che controlli a tappeto di questo genere – peraltro accompagnati dalla campagna intimidatoria di cartelli sparsi per la città che invitano ad autodenunciarsi – sono di per sé illiberali. Sarebbe bastato – come ha detto il coordinatore forzista Giulio Gallera – «usare gli strumenti ordinari e fare intelligence sui casi davvero sospetti». Invece si preferisce il «terrorismo fiscale». Ma solo per educare i cittadini al bene. Perché – si sa – come diceva sempre Robespierre: «La virtù produce la felicità, come il sole produce la luce».



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