“lintraprendente.it 03.10.2013”
Quindi
resta solo la Lega. Che sarà anche sgangherata, confusa, ferita, appesantita da
anni di promesse mancate e scandaletti. Ma che dopo lo psicodramma del PdL fa
un figurone. E rimane l’unico baluardo a difesa del Nord. L’esecutivo Letta ha
aumentato le tasse. Non intende riformare la giustizia. Incentiva
l’immigrazione. Non aiuta gli enti locali virtuosi. Ha dimenticato il
federalismo. Mantiene in posizioni apicali figure come il ministro Kyenge e la
presidentessa della Camera, illustrissima signora Laura Boldrini. È un governo
sbilanciato a sinistra e che permette ad alcuni dinosauri come Casini di essere
ancora a galla. C’è da credere non resterà insensibile ai lamenti del sindaco
di Roma, che chiede soldi per ripianare i debiti ma vuole fare le Olimpiadi.
Ebbene, questo governo spaventoso che non a caso piace a Napolitano, è ancora
in piedi perché il PdL s’è spaccato e Berlusconi ha deciso il clamoroso
dietrofront. Nonostante il minaccioso intervento di Sandro Bondi, formulato
poco prima e che così ha rimediato una figuraccia. Il centrodestra non rompe e
resta nella maggioranza. Pd allibito e spiazzato. Azzurri tramortiti e con la
credibilità a picco, anche perché il democratico Zanda li ha insolentiti con
l’arroganza tipica di certa sinistra. Almeno la Lega è stata coerente. No a
Letta, no alle larghe intese.
Era partita male, perché quando il buon Enrico si
era insediato aveva deciso un atteggiamento morbido, quasi da finta
opposizione. Astensione sulla fiducia. Grandi aperture. Il grazioso omaggio
della pesante poltrona del Copasir, finita al padano Giacomo Stucchi. Il tutto
dopo aver spedito Giancarlo Giorgetti tra i saggi del Colle e aver votato con
entusiasmo il Napolitano bis. Però, nonostante queste mosse, nelle ultime ore
ha tenuto il punto. E da settimane Maroni sta sparando a zero sul governo,
anche perché sperava che Berlusconi rompesse per davvero. Così da ripristinare
quell’asse del Nord che resta intatto nel Settentrione ma che a Roma ha preso
strade diverse. Col sostegno al governo Letta, il Pdl fa un secondo scivolone
in poco tempo. L’altro è quello sul referendum per l’indipendenza del Veneto:
consultazione che il centrodestra del Nordest ha fatto rinviare nonostante
alcune spaccature (Galan, per esempio, s’era detto favorevole). L’appoggio al
Letta bis offre al Carroccio il gancio per rilanciare la questione
settentrionale con forza, con la coerenza di chi attacca Palazzo Chigi parlando
la stessa lingua a Roma come a Milano. Il tempo stringe, perché tra un anno e
mezzo andranno al voto Piemonte e Veneto e l’esito delle regionali è
imprevedibile. Maroni deve accelerare per concretizzare quella Macroregione e
quell’idea del 75% delle tasse sul territorio che gli hanno fatto vincere le
elezioni in Lombardia. Il primo passo, a questo punto, è il congresso di
dicembre con la scelta del nuovo segretario federale (pare che voglia candidarsi
anche il bolognese Manes Bernardini). Poi servono i risultati. Concreti. La
Lega ha anche la possibilità di raccogliere i delusi dal Cavaliere che non
vogliono astenersi o scappare verso altri lidi. L’alternativa è regalare il
Nord alla sinistra o ai grillini. Gli stessi grillini che tifano per la
decrescita economica (cari imprenditori padani, sapete cosa significa?) e che
concludono il discorso in Senato urlando a Pd e PdL «voi siete gnente». Gnente.

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