“Simone Girardin”
“La Padania 03.10.2013”
«Se ci saranno
due Pdl? Non lo so ma una cosa è certa: ci sarà una sola Lega». Roberto Maroni,
leader del Carroccio, preferisce non entrare nel merito delle schermaglie
di casa Berlusconi. Semmai l'occasione della bagarre politica a Roma è buona
per ribadire come la Lega goda di buona salute, lavori e sia unita più che mai.
Di fatto, per il momento, al governatore lombardo non pare interessare
l'ipotesi di queste ultime ore della nascita o meno di due nuovi partiti
distinti uno dall'altro all'interno del Pdl; quanto piuttosto commentare l'ennesimo
stallo di un governo che ancora nella discussione
sulla fiducia «non ha detto nulla di nuovo». Da qui il voto contrario del
Carroccio sia alla Camera che al Senato. Protagonista ieri a Palazzo Madama, il
capogruppo Massimo Bitonci: «Lei è un politico onesto, trasparente: ma
lasci perdere le accise e le tasse e pensi a tagliare la spesa pubblica», ha
esordito nella dichiarazione di voto finale sulla fiducia al governo Letta. Per
Bitonci l'esecutivo in carica non ha fatto nulla «per il federalismo, la
questione settentrionale, la sburocratizzazione».
Ecco perché - evidenzia l'esponente leghista - «darle la sfiducia non è solo la
Lega al Senato ma le famiglie e il sistema del nord produttivo del Paese». Sulla
stessa lunghezza d'onda anche il vice di Bitonci, Raffaele Volpi, che rivolgendosi
a Letta nel corso del dibattito sulla fiducia, gli ha rimproverato di fare
sempre «discorsi molto ampi, ma voglio dirle anch'io che il ragionamento sull'Europa
è valido se dell'Europa lei prende tutto, compresa l'idea europea delle
macroregioni che noi le avevamo proposto. A quella richiesta lei non ha dato
ancora risposta». Per il vice presidente dei senatori leghisti, a preoccupare è
«il 40% dei giovani disoccupati che non sta solo, come sempre, al Sud». Da qui
l'invito affinché le risorse vengano assegnate anche alle regioni
settentrionali, «perché al Nord i giovani sono disoccupati quanto al Sud. Non
vorrei che lei continuasse sulla strada del Governo Monti, con gli imprenditori
che si suicidano». E se per Matteo Salvini a Roma «è andato in scena
l'ennesimo teatrino; l'unica via è l' indipendenza», per un altro senatore del
Carroccio, Sergio Divina, «questo governo non ha più niente da dare al
Paese ed è meglio staccare la spina e ridare la voce al popolo sovrano». Durissimo
l'affondo del governatore piemontese Roberto Cota: «Letta? La solita minestra».
L'accusa è chiara: questo esecutivo aveva il compito di fare riforme strutturali
«e non l'ha fatto - aggiunge. Al di là delle operazioni di equilibrio politico
non è stato in grado di affrontare problemi che sono esplosi negli ultimi mesi».
«Sull'Ilva-Riva alla fine è stato approvato un emendamento proposto dalla Lega,
non è stato mai fatto un intervento di politica industriale, così come è
mancata una politica choc di abbassamento della pressione fiscale nei confronti
del lavoro e delle imprese - conclude Cota - Inoltre non si è fatto niente per proporre
un regime fiscale che consenta al nord produttivo di competere con le altre
regioni d'Europa». Pungente l'intervento in Aula alla Camera del capogruppo Giancarlo
Giorgetti che punta il dito contro la tanto sbandierata e bene fica
stabilità: «Buona stabilità a presidente, ministri, sottosegretari,
parlamentari tutti. Culto della stabilità (dittatura?) condizione necessaria e
sufficiente da cui discenderebbe la crescita, arriva dopo il culto dell'austerità
fiscale». Per il deputato del Varesotto la maggioranza ora è «solidissima, una
stabilità fine a se stessa cementata dalle debolezze umane (che non è buona
quando migra da destra a sinistra e cattiva quando fa il contrario)». Ma il
Paese - annota - non ha bisogno di una stabilità parente prossimo dell'immobilismo:
ha bisogno di una rivoluzione». Di sicuro - per Giorgetti - oggi «nasce la nuova
Dc. Ai colleghi del Pd che applaudono entusiasti la rotta del Pdl toccherà la legge
del contrappasso, prima o poi anche loro vivranno una giornata simile». Poi la
stoccata finale: «l piccoli imprenditori non hanno paura di quelli della troika
ma degli esattori di Equitalia quando gli suonano il campanello così i lavoratori
hanno paura della telefonata al mattino del collega che comunica che il padrone
chiude e va all'estero».

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