“La Padania 03.10.2013”
Ora che tutto è rientrato, che Pd e Pdl sono tornati a braccetto, almeno l'aumento
dell'Iva verrà bloccato, avranno pensato
in tanti dopo l'harakiri in diretta tv di Silvio Berlusconi. Neanche per
idea. L'aumento dell'Iva resta tale e quale, non illudetevi. Infatti, il
ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni non ha neanche aspettato di
tornare nel suo ufficio del ministero dopo l' inutile dibattito in Parlamento, per
annunciare che no, sull'aumento dell'Iva scattato lunedì, «non c'è niente da
fare». A chi gli chiedeva se magari si poteva provare con decreto ad hoc,
Saccomanni ha detto chiaramente che «Non c'è nessun decreto, è già legge. È il
decreto legge del 2011 che portava l'Iva a questo livello: non c'è niente da
fare».
Ma come, non era mica stata «l'irresponsabile» minaccia di dimissioni da
parte dei parlamentari Pdl a bloccare il Consiglio dei ministri di venerdì e il
decreto che bloccava l'aumento dell'imposta? Lo ha detto chiaramente Enrico Letta
nella sua risposta al comunicato con cui Berlusconi annunciava di
"ritirare" i ministri Pdl dal governo. Giusto per la precisione, ecco
le parole testuali del presidente del Consiglio sabato: «La responsabilità dell'aumento
dell'Iva è invece proprio di Berlusconi e della sua decisione di far dimettere
i propri parlamentari mercoledì, fatto senza precedenti, che priva il
Parlamento e la maggioranza della certezza necessaria per assumere provvedimenti
che vanno poi convertiti». Vista dalla prospettiva dell'Iva, che poi è la
prospettiva di tutti quelli che ci dovranno fare i conti - ogni cittadino - la
farsa della crisi lampo di governo ha quindi tutta un'altra spiegazione: come
ha ammesso Saccomanni non c'era alcuna volontà di bloccarne l'aumento e il colpo
di teatro di Berlusconi di sabato è stato in realtà un provvidenziale e clamoroso
alibi per coprire l'ennesima tassa del governo Letta. Il cui passaggio al 22%,
"annegato" nelle celebrazioni per lo scampato pericolo di una crisi
di governo, non sarà più così rilevante. Lo sarà invece, purtroppo, nella realtà
economica, in cui i consumi delle famiglie italiane sono calati del 3% (del
3,7% quelli alimentari) in un anno. Del resto, a guardare i dati dei conti
pubblici non è che si potesse aspirare a qualcosa di meglio. Nonostante i
proclami di spending review, di privatizzazioni,
di razionalizzazioni del pubblico impiego, di snellimento dell'apparato
burocratico, la "fame" dello Stato continua a crescere. Secondo i
dati del Ministero dell'Economia il fabbisogno della macchina statale ha
superato nei primi nove mesi dell'anno i 75 miliardi di euro, circa 30 miliardi
in più rispetto a quello cumulato nei primi nove mesi del 2012. A settembre, in
particolare, il fabbisogno è stato di 15,5 miliardi, ben quattro in più
rispetto al settembre dell'anno scorso. Il ministero ha spiegato che il sostanziale
peggioramento è dovuto «a maggiori pagamenti per interessi a causa di una
diversa calendarizzazione delle emissioni rispetto allo scorso anno», a
maggiori rimborsi fiscali e soprattutto (circa 2,4 miliardi) allo sblocco dei
pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione. Quindi, a conti fatti, con
una mano lo Stato paga alle imprese quanto gli è dovuto (in alcuni casi da
anni), dall'altra si riprende quei soldi, spalmandoli però su tutti i cittadini,
aumentando dell'Iva. Il tutto, naturalmente, senza che ciò possa incidere sul
debito pubblico, arrivato ormai a sfiorare quota 2.100 miliardi di euro (era
1.900 miliardi alla fine del 2012), e in continua corsa, né tanto meno sul
rapporto debito/Pil, che ha raggiunto il 130,3% (era 125% nel 2012).

Nessun commento:
Posta un commento