"Matteo Borghi"
“lintraprendente.it 14.10.2013”
«Da oggi ci aspettiamo che Poste Italiane scenda in campo ogni qual
volta un artigiano in difficoltà sia prossimo a chiudere la saracinesca della
bottega a causa della crisi, per l’insopportabile carico fiscale, per il peso della
burocrazia asfissiante e per la mancanza di credito». Indignati è perfino dir
poco. Come riporta il Cittadino gli artigiani monzesi – per bocca del loro
segretario generale Marco Accornero – sono più che giustamente imbufaliti per
la scelta di Poste Italiane di partecipare, a suon di milioni (ben 75),
all’ennesimo folle salvataggio di Alitalia. Una compagnia fallita da tempo –
già dal lontano ’93 come ha dimostrato Giancarlo Pagliarini – che si è voluto
tenere in piedi artificialmente con iniezioni di denaro del contribuente. Cosa
che del resto si fa anche oggi. La storia dell’azienda privata che ne salva
un’altra è una bufala: le Poste sono per il 100% di proprietà del Ministero
dell’Economia che gode degli utili ma risponde anche delle eventuali perdite;
questo senza contare i finanziamenti statali destinati ai servizi postali. L’Italia è un Paese dal capitalismo (se così si può chiamare il sistema economico iperstatalista de noantri) strano. Ci sono aziende – come la Fiat, la Monte Paschi Siena, Alitalia e tutte le altre imprese pubbliche – che, qualunque porcata facciano, non possono fallire. Attività economiche che, quando va bene, privatizzano gli utili e socializzano le perdite: già perché, quando va male, di utili da privatizzare o socializzare non ne hanno proprio. Accanto a queste realtà che invocano l’intervento pubblico in quanto too big to fail c’è una serie sterminata di piccole e medie imprese sane, che non avrebbero bisogno di alcun aiuto se non fosse che lo Stato mette continuamente fra i loro piedi bastoni – chiamati Imu, Iva, Ires, Irap, Tares – che valgono, tutti insieme, il 68,3% del loro fatturato. Ora, secondo il rapporto Sba (Small business act) della Commissione europea nel 2012 le Pmi italiane rappresentavano il 99,9% delle imprese italiane per un totale di 3,81 milioni e 12,2 milioni di posto di lavoro. Come numero di aziende battiamo, di gran lunga, la Germania che ne ha solo 2,06 milioni. Come non bastasse, nonostante da noi le Pmi svolgano il ruolo più importante nel fronteggiare la crisi economica, in Italia si preferisce aiutare quelle imprese che han di mezzo interessi politici, strategici, sindacali. Del resto una piccola azienda lombarda che chiude non fa nemmeno più notizia, mentre una grande – specie se pubblica – provoca mobilitazioni da ogni parte. Peccato che migliaia di imprese piccole che muoiono lentamente vogliano dire molti più posti di lavoro persi di una grossa impresa che chiude i battenti. Per invertire questo trend folle basterebbe fare una cosa semplicissima: azzerare i 35 miliardi annui di contributi pubblici alle attività economiche (vanno quasi tutti a quelle pubbliche, foriere di sprechi e inefficienze) e tagliare 35 miliardi di tasse a tutte le imprese. Sarebbe un modo per incentivare le imprese sane, in un vero sistema concorrenziale. Peccato ci siano di mezzo troppi interessi che non depongono, certamente, a favore dei nostri artigiani.
questo senza contare i finanziamenti statali destinati ai servizi postali. L’Italia è un Paese dal capitalismo (se così si può chiamare il sistema economico iperstatalista de noantri) strano. Ci sono aziende – come la Fiat, la Monte Paschi Siena, Alitalia e tutte le altre imprese pubbliche – che, qualunque porcata facciano, non possono fallire. Attività economiche che, quando va bene, privatizzano gli utili e socializzano le perdite: già perché, quando va male, di utili da privatizzare o socializzare non ne hanno proprio. Accanto a queste realtà che invocano l’intervento pubblico in quanto too big to fail c’è una serie sterminata di piccole e medie imprese sane, che non avrebbero bisogno di alcun aiuto se non fosse che lo Stato mette continuamente fra i loro piedi bastoni – chiamati Imu, Iva, Ires, Irap, Tares – che valgono, tutti insieme, il 68,3% del loro fatturato. Ora, secondo il rapporto Sba (Small business act) della Commissione europea nel 2012 le Pmi italiane rappresentavano il 99,9% delle imprese italiane per un totale di 3,81 milioni e 12,2 milioni di posto di lavoro. Come numero di aziende battiamo, di gran lunga, la Germania che ne ha solo 2,06 milioni. Come non bastasse, nonostante da noi le Pmi svolgano il ruolo più importante nel fronteggiare la crisi economica, in Italia si preferisce aiutare quelle imprese che han di mezzo interessi politici, strategici, sindacali. Del resto una piccola azienda lombarda che chiude non fa nemmeno più notizia, mentre una grande – specie se pubblica – provoca mobilitazioni da ogni parte. Peccato che migliaia di imprese piccole che muoiono lentamente vogliano dire molti più posti di lavoro persi di una grossa impresa che chiude i battenti. Per invertire questo trend folle basterebbe fare una cosa semplicissima: azzerare i 35 miliardi annui di contributi pubblici alle attività economiche (vanno quasi tutti a quelle pubbliche, foriere di sprechi e inefficienze) e tagliare 35 miliardi di tasse a tutte le imprese. Sarebbe un modo per incentivare le imprese sane, in un vero sistema concorrenziale. Peccato ci siano di mezzo troppi interessi che non depongono, certamente, a favore dei nostri artigiani.

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