“Matteo Borghi”
“lintraprendente 23.07.2013”
Dopo alcuni giorni di silenzio il Giuliano
Pisapia ha soffiato sul fuoco della polemica su D&G generata dalle
improvvide dichiarazioni dell’assessore Franco
D’Alfonso e del presidente del consiglio Basilio Rizzo: «Basta –
dice – gli indignati adesso siamo noi. Dolce e Gabbana
dovrebbero chiedere scusa a Milano» ha dichiarato ieri ai fidi
quotidiani La Repubblica e l’Unità. «Vedo il rischio – ha proseguito – che
l’Italia finisca sempre all’indice degli stranieri: la reazione di
Dolce e Gabbana è inaccettabile, è stata assolutamente sopra le righe. Fare una
serrata per una frase infelice di un assessore. Peraltro immediatamente
chiarita? Ma dai…Se si sono sentiti offesi potevano prendersela con lui. Che
c’entra “Milano fai schifo”? Sono molte le cose che fanno schifo, ma non ho mai
visto chiudere i loro negozi per le stragi, le guerre, le ingiustizie». Il
perché D&G abbiano offeso Milano chiudendo, per tre giorni,
un’attività di loro proprietà non è dato sapere. Del resto, a perderci, sono
stati solo loro visto che i dipendenti verranno pagati e il Comune incasserà
regolarmente i soldi dell’Imu sui loro negozi, della Cosap e tutte le altre
addizionali del caso.
Quindi perché lamentarsi? Per l’affronto ai milanesi o al Comune di Milano? Se si parla dei primi non crediamo che essi abbiano sofferto così tanto dei tre giorni di chiusura, a parte qualche (fortunato) che ha dovuto ritardare di qualche giorno gli acquisti nei negozi del centro. Se l’offesa è la giunta Pisapia non crediamo che essa abbia i titolo per parlare a nome di “Milano” o dei “milanesi” che – anzi – ha a sua volta offeso più volte pesantemente, certamente di più di quanto non abbiano fatto gli stilisti con la loro serrata. Qualche esempio? Partiamo dalle imposte con cui la giunta arancione ha vessato i milanesi. Abbiamo le rate massime di legge dell’Imu su prima e seconda casa, quindi sulle attività commerciali, nella città più industriale e commerciale d’Italia. Per una mappa completa della stangata che a breve ci attende potete consultare il poco confortante articolo di Marianna Baroli. Credete che agli “stranieri” di cui parla Pisapia diano più fastidio tre giorni di serrande abbassate di D&G o il fatto di dover pagare la tassa di soggiorno più alta d’Italia? Questo per quanto riguarda i turisti perché chi vuole investire è già abbastanza dissuaso da un’amministrazione tassaiola e poco favorevole all’impresa. Cosa penseranno di investire in una città in cui il responsabile politico del Commercio e all’Industria, l’assessore d’Alfonso, addita come evasori, per motivi ideologici, due grossi imprenditori prima della sentenza della magistratura? Non si sentiranno – anche loro – un po’ offesi? Prima di fare esternazioni del genere si rifletta sul fatto che – come da dati della Camera di Commercio – la sola Milano ospita le filiali di oltre 3mila multinazionali estere (il 42% di quelle presenti in tutta Italia) con un fatturato di 169 miliardi di euro. E che danno lavoro a 320mila persone, milanesi o lombardi. Non ci pensa a loro il sindaco? Non si direbbe prenda in grande considerazione i lavoratori ma nemmeno chi, avendolo perso, fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Pare che gli unici beneficiari delle politiche sociali del Comune siano i rom. A loro la giunta ha affidato venti case mobili con tutti i confort, tipo zanzariere e infissi in pvc: quante coppie italiane, in difficoltà, le avrebbero volute? Invece, in qualsiasi alloggio popolare comunale, viene chiesto un canone d’affitto, anche se chi vi entra, prima di perdere il lavoro, le tasse le pagava. Al contrario dei rom. Protagonisti, spesso, di quella criminalità che – dati alla mano – colpisce sempre di più il capoluogo lombardo.
Quindi perché lamentarsi? Per l’affronto ai milanesi o al Comune di Milano? Se si parla dei primi non crediamo che essi abbiano sofferto così tanto dei tre giorni di chiusura, a parte qualche (fortunato) che ha dovuto ritardare di qualche giorno gli acquisti nei negozi del centro. Se l’offesa è la giunta Pisapia non crediamo che essa abbia i titolo per parlare a nome di “Milano” o dei “milanesi” che – anzi – ha a sua volta offeso più volte pesantemente, certamente di più di quanto non abbiano fatto gli stilisti con la loro serrata. Qualche esempio? Partiamo dalle imposte con cui la giunta arancione ha vessato i milanesi. Abbiamo le rate massime di legge dell’Imu su prima e seconda casa, quindi sulle attività commerciali, nella città più industriale e commerciale d’Italia. Per una mappa completa della stangata che a breve ci attende potete consultare il poco confortante articolo di Marianna Baroli. Credete che agli “stranieri” di cui parla Pisapia diano più fastidio tre giorni di serrande abbassate di D&G o il fatto di dover pagare la tassa di soggiorno più alta d’Italia? Questo per quanto riguarda i turisti perché chi vuole investire è già abbastanza dissuaso da un’amministrazione tassaiola e poco favorevole all’impresa. Cosa penseranno di investire in una città in cui il responsabile politico del Commercio e all’Industria, l’assessore d’Alfonso, addita come evasori, per motivi ideologici, due grossi imprenditori prima della sentenza della magistratura? Non si sentiranno – anche loro – un po’ offesi? Prima di fare esternazioni del genere si rifletta sul fatto che – come da dati della Camera di Commercio – la sola Milano ospita le filiali di oltre 3mila multinazionali estere (il 42% di quelle presenti in tutta Italia) con un fatturato di 169 miliardi di euro. E che danno lavoro a 320mila persone, milanesi o lombardi. Non ci pensa a loro il sindaco? Non si direbbe prenda in grande considerazione i lavoratori ma nemmeno chi, avendolo perso, fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Pare che gli unici beneficiari delle politiche sociali del Comune siano i rom. A loro la giunta ha affidato venti case mobili con tutti i confort, tipo zanzariere e infissi in pvc: quante coppie italiane, in difficoltà, le avrebbero volute? Invece, in qualsiasi alloggio popolare comunale, viene chiesto un canone d’affitto, anche se chi vi entra, prima di perdere il lavoro, le tasse le pagava. Al contrario dei rom. Protagonisti, spesso, di quella criminalità che – dati alla mano – colpisce sempre di più il capoluogo lombardo.

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