giovedì 30 maggio 2013

Ora tutti scoprono la bontà della Devolution bocciata sette anni fa

“Simone Girardin”
“La Padania 30.05.2013”


Si continua a parlare e leggere  di riforme. Nessuno le ha però mai viste. Il gattopardismo romano si è dimostrato sterile e dannoso in questi anni. Tanto che oggi, l’attuale governo,  ci ha impiegato  mesi solo per capire se era meglio partire con una Convenzione o una commissione. Staremo a vedere. Ieri la Lega, per bocca di Calderoli ha fatto un’apertura al governo Letta dopo il sì alla mozione Giorgetti. Eppure qualcosa si provò a smuovere anni fa. Nel 2006, su pressing asfissiante della Lega, il Paese andò a votare (era il 25 e 26 giugno del 2006) per la devoluzione. E’ stato il primo (e unico) vero tentativo di ammodernare una Carta costituzionale vecchia di oltre 60 anni. Il dato, che ad alcuni può sembrare buffo, è che molti dei contenuti di cui le larghe intese capitanate da Letta discutono, erano già inserite in quella riforma targata Carroccio. Ancora più paradossale il fatto che alla fine, tirando le somme, il referendum venne bocciato con il 61,70 per cento dei no (con la sinistra a fare una campagna spietata anti-devolution). Andarono a votare qualcosa come 25 milioni di elettori (circa il 53%). A mettere nel cassetto una riforma che oggi avrebbe dato frutti positivi, le Regioni del Sud. Lombardia e Veneto, asse portante dell’economia del Paese, votarono a favore. Anche Piemonte, Toscana e Friuli si avvicinarono alla maggioranza dei sì ma, come detto, alla fine prevalse la volontà di mantenere l’impianto di uno stato centralista. Si diceva che gran parte delle norme di cui in questi giorni si discute per riformare il Paese, fossero già contenute nella devoluzione.
Dal premierato forte al Senato federale fino alla riduzione (20 per cento) del numero dei parlamentari. Una riforma che riscriveva la seconda parte della Carta costituzionale approvata nel 1947. Un sistema innovativo che prevedeva un primo ministro scelto direttamente dagli elettori con grandi poteri (nomina e revoca dei ministri, scioglimento della Camera) e meno vincoli per la realizzazione del programma di governo. Con l’istituzione del Senato federale della Repubblica, quale Camera  rappresentativa  degli interessi del territorio e delle comunità locali, doveva arrivare la fine  del bicameralismo perfetto. Poi  c’era il  taglio dei parlamentari la Camera  costituita da 518 deputati, di cui 18 eletti all’estero. Senatori 252, eletti in ciascuna Regione contestualmente  ai consigli regionali. Veniva abbassata l’età per l’eleggibilità e venivano anche ridotti i senatori a vita (trasformati in deputati a vita e con un massimo di tre). Venivano introdotte anche importanti novità per i componenti del Csm eletti per un terzo dal Senato federale (integrato dai presidenti delle regioni) e per due terzi dalla magistratura. Alle Regioni veniva inoltre attribuita la competenza esclusiva sull’organizzazione della Sanità, l’organizzazione scolastica (compresa la parte riguardante i programmi scolastici di interesse regionale) e la polizia locale. Sarebbe dovuta entrare a pieno regime nel 2013  (dal 2011 la parte riguardante la riduzione dei parlamentari e la contestualità dell’elezione del Senato e delle Regioni). Non è andata così. Oggi però tutti riscoprono che in fondo, a guardare bene, quelle norme della Devolution tanto male non erano. Soprattutto i tanti politici che ora si affannano a urlare di ridurre i parlamentari e che la  Lega mise nero su bianco ben 7 anni fa. Ma forse proprio perché erano idee del Carroccio non andavano bene...

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