lunedì 27 maggio 2013

Contro-lettera a Pisapia su Milano. Quella vera

"Federica Dato"
"lintraprendente.it 27.05.2013"

Caro Pisapia, lei scrive al Corriere della Sera e noi scriviamo a lei. Un triangolo che forse la tocca poco, conosciamo la sua passione salottiera e certo non siamo di quelli annoverati nella Milano-bene-radical-chic, ma ce lo perdonerà. Le chiediamo perciò comunque ascolto, giacché è sindaco pure nostro. E partiamo dalla fine, dalla sua “solitudine politica”, quella che lei spiega con il fatto che “l’elezione del sindaco di Milano è stato il primo atto con il quale gli italiani hanno dimostrato di voler voltare pagina. Hanno eletto un uomo che si è presentato solo, non sotto le insegne di un partito”. Perché siamo costretti a dirglielo, Sindaco, che dovrebbe non dormirci la notte, per la sua solitudine politica, che è specchio di totale (negativa) impreparazione politica. Lei non amministra un paesino sperso tra i monti, che di Roma certo non può permettersi di non curarsi ma alla peggio tutto resta immobile. Guida la capitale economica del Paese e allora i matrimoni di interesse sono un suo dovere, perché gli interessi che deve far diventare d’altri sono quelli dei milanesi. Di una regione intera, in qualche misura. La solitudine politica, per chi è capo meneghino, è un limite inaccettabile, non un vanto. Se ne dolga e tenti di rimediare, ne va del domani di una città che può cambiare la Nazione.
Ci tocca poi precisarle che lei ha (stra)vinto alle comunali ma è così certo che non abbiamo (lo diciamo con amarezza) perso alla grande gli altri? Il suo Pd - perché lei i simboli di un partito li ha cuciti in fronte e sulla giacca buona -, con continue scelte dissennate da apparato anacronistico, lady Moratti, che ha pagato anche troppo carenze reali, e in generale la Politica, che qui continuiamo a insignire della maiuscola, hanno perso. Vuole fare il cane sciolto? Saluti i democratici, ché queste sono chiacchiere venute male, creda. Un carpiato e siamo all'inizio della sua missiva, al perché a nostro avviso non è all'altezza del ruolo che esprime: accenna ai “servizi che forniamo a milioni di city users” (“city users”? Stavolta saltiamo l’ironia ma davvero non ce le serva così…), al fatto che “ho sempre detto che non ho la bacchetta magica”, “che ogni decisione scontenta qualcuno” e “grazie ai nostri contributi per le start-up e per i giovani” qui si resiste meglio alla crisi. Si rende conto che sta parlando di ordinaria amministrazione, Sindaco? Questo è il minimo, sono quelle faccende minute cui lei neppure dovrebbe guardare. Dovrebbe, infatti, avere avviato la macchina in modo da non doversi occupare dell’olio nel carburatore, guardando invece alla strada. Ed è triste lei non se ne renda conto, ed è preoccupante che le rimanga tra le dita così poco da essere costretto a citare il nulla nell'elenco del suo tanto fatto. Parla di “walfare”, di come ha aiutato chi è in difficoltà e dei senza tetto cui ha dato un pasto caldo. Dice che non ha mai smesso di guardare ai “più deboli” cercando “di mettere all’angolo gli egoismi dei più forti”. Nell’atto straordinario di accogliere i senza tetto, dramma annoso, ritorna l’ordinarietà di quella che dovrebbe essere una metropoli. Inoltre, per favore, risolva il cortocircuito per cui chiama i poliziotti (1.200 euro al mese, forse) per difenderla dai giovani che lei ha fatto sgomberare e il giorno dopo li abbandona, tradendoli. Ma che deboli vede, lei. Dove sta la “giustizia sociale”? Parta lei “dai dati di realtà”, che sono questi. Che sono quei ragazzi davanti a Palazzo Marino per lei, chiamati da lei. Così come le rammentiamo che non si esce dal retro di una chiesa dov’è andato ad onorare i suoi cittadini massacrati a picconate. Questo è un altro dato di realtà, Sindaco. Dopo quell’atto vigliacco di “giustizia sociale” forse è il caso non parli. E vuole l’“Imu”, che schiaccia i suoi tassatissimi milanesi, e parla di abolire gli “steccati ideologici” ma a questo punto abbiamo il dubbio stesse scherzando. S’è dimenticato di citare i rom e la sua apertura a loro. Strambo lapsus, forse dovuto a un certo fallimento. Si ricorda di inneggiare all’“Area C”, cui non ci pare fosse vicino prima della sua elezione e che poi ha esteso. Parla di servizi e ha aumento qualsiasi prezzo, dal biglietto dei mezzi pubblici in giù. E poi ha rimesso in carreggiata “l’Expo”, l’“esposizione universale” ma mastica solo il banale “wi-fi”. Per carità, Pisapia guida Milano, finga almeno di aver chiaro che dovrebbe parlare di internalizzazione, di scalo commerciale mondiale, di attrattiva, di immagine nazionale. Di peso romano, di potere che poi muta in sviluppo, crescita, ripresa. Magari un pizzico di sicurezza, ma per lei non c’è “nessuno stallo” e tanto meno un problema serio, visto che “gli episodi tragici non sono solo un problema di casa nostra”. E che le diciamo? Sorvoliamo. Sulla “Smart City” cui finge di ammiccare scriveremo presto, le anticipiamo il titolo: Milano, la city per nulla smart. Ci permetteremo magari di cambiarlo un po’, il concetto resterà questo: dati e fatti vogliono che la città della Madonnia sia quanto di più lontano da una città ‘intelligente’. E non ci proviamo gusto a sottolinearlo. Su una cosa ha ragione: “Saranno i cittadini a giudicare”. Noi iniziamo ora, dicendole che è di una inconsistenza imbarazzante e che la capitale economica italiana si merita sostanza. Qualcuno che parlando della sua “visione” di Milano non dica neanche per scherzo che sarà “più gioiosa”. Non la conoscessimo avremmo pensato a una burla. Invece l’ha scritto e temiamo lo pensi pure.

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