lunedì 15 aprile 2013

Se il padrone si chiama Pisapia, alla Cgil fanno i crumiri


“Luciano Capone”
"lintraprendente.it 15.04.2013"

A Milano i dipendenti comunali sono in rivolta. Stavolta non si tratta della “drammatica” battaglia contro l’aumento di 5 centesimi del prezzo del caffè descritta da Gilberto Oneto, ma della riorganizzazione del personale. È il caso ad esempio delle educatrici comunali che, causando notevoli disagi alle famiglie, hanno protestato contro la giunta Pisapia per “i salari troppo bassi, il lavoro non organizzato e le valutazioni con moduli inadatti e obiettivi irraggiungibili”. Secondo i sindacalisti la situazione sarebbe insostenibile: “Il problema delle educatrici è simile a quello di tutti i dipendenti del Comune – dice Aldo Tritto del sindacato Csa – la giunta Pisapia prende decisioni sulla testa dei lavoratori, manca quel confronto che non era mai stato interrotto neppure con la giunta Moratti. Andiamo verso lo sciopero generale”. Parole pesantissime. Pisapia addirittura peggio della Moratti, quasi come la Thatcher, nomi che stanno ai sindacati come l’aglio ai vampiri. A guidare la protesta ci sono quasi tutti i sindacati Cisl, Uil, Csa e la sigla di base Usb.
Ne manca uno, la Cgil, che stranamente sta dalla parte del “padrone”, in questo caso la giunta arancione, e fa un invito alla responsabilità: “Il Comune ci ha sempre dato spazio per il confronto. Non si fa uno sciopero in un momento di crisi”. Ma la giunta si confronta o non si confronta? Chi dice la verità? Tutti e due. Il Comune infatti dialoga solo con la Cgil (che infatti non sciopera) e convoca i sindacati a cose fatte: “Non era mai successo in 40 anni che il Comune contrattasse esclusivamente con la Cgil – dice Valeria Arcari della Cisl – prima decide, poi convoca il tavolo e pretende che noi firmiamo”. Insomma siamo in mezzo ad una guerra tra sindacati che verosimilmente ha come obiettivo la spartizione degli incarichi dirigenziali prossimi alla scadenza, bottino assegnato come spesso accade in base all’ appartenenza politica. In questo caso si ribaltano le posizioni nazionali: i duri e puri della Cgil si trovano a loro agio nei panni dei “crumiri” e si schierano con la “ditta”. La “ditta” è il termine con cui Bersani chiama il Partito Democratico, ma che in senso più esteso indica la grande famiglia della sinistra storica: tutte le forze politiche eredi del Pci, il mondo delle coop rosse, la Cgil e gli intellettuali organici. Il sindacato guidato da Susanna Camusso è un pezzo importantissimo di questa coalizione di interessi: come hanno dimostrato le truppe di pensionati alle primarie, è determinante nell’indirizzo politico del partito e viene ripagato con candidature(anche in questa legislatura c’è stata un’infornata di sindacalisti che non sono passati nemmeno per le primarie) e con ruoli dirigenziali nella pubblica amministrazione. Tutto questo naturalmente va a penalizzare chi fa parte di un’altra “ditta”, ma soprattutto chi non appartiene a nessuna parrocchia. Quella che in molti chiamano “la parte migliore del Paese”, una grossa fetta di giovani, donne, studenti, precari e lavoratori, forse la maggioranza degli italiani. Ma una maggioranza disorganizzata e senza rappresentanza. Anche questa è una delle ragioni della crisi.

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