"Romano Bracalini"
"lindipendenza.com 03.04.2013"
Vengono alla mente i più luminosi esempi di democrazia
partecipata – dalla Bielorussia alla Corea del Nord – per spiegare il caso
italiano, in cui un presidente della repubblica, Napolitano, invece
di esserne il geloso custode, come vorrebbe la retorica nazionale, negli ultimi
due anni del suo mandato ha ripetutamente calpestato la Costituzione nel
silenzio colpevole e imbarazzato delle oche del Campidoglio. Si dirà che
l’eredità del comunismo staliniano, combinato con la tradizione
dell’assolutismo borbonico, non potevano suggerire al presidente che una forma
anomala e sui generis di democrazia. Va da sé che la cultura illiberale, di cui
è imbevuto Napolitano, per nascita e educazione ideologica, difficilmente
avrebbe potuto coniugarsi con gli obblighi della prassi costituzionale di una
democrazia quale si vanta d’essere – e non è – quella italiana. Del resto la
carriera di Napolitano s’è svolta interamente nel PCI, nel quale è stato
esponente dell’ala migliorista, cioè di destra, ricoprendovi l’incarico di
ministro degli esteri, com’era consuetudine nel partito-stato, mai in contrasto
con i vertici del partito, fino all’approvazione staliniana e togliattiana
dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956.
Anche se Napolitano ha lasciato intendere di essersi pentito, non lo ha fatto mai apertamente e pubblicamente, perché l’autocritica nel PCI equivaleva a una abiura, impossibile a farsi senza infamia come in tutte le religioni. E tuttavia stupisce la protervia e l’indifferenza ad ogni critica con le quali Napolitano ha reiterato i suoi numerosi strappi alla vantata Carta, dalla nomina del governo abusivo di Monti, alla interruzione delle consultazioni per la soluzione della crisi, fino alla nomina dei dieci saggi che dovrebbero surrogare il governo Monti, che resta in carica nonostante la solenne bocciatura elettorale. Tutti gesti compiuti in spregio alla Costituzione che il capo dello Stato avrebbe il dovere di difendere. Di fatto il presidente ha trasformato la repubblica parlamentare, se non in una sorta di nuova monarchia, in repubblica presidenziale, esautorando il Parlamento e annullando la volontà del popolo sovrano. La cosa assume carattere di “golpe” in piena regola ove si sappia che la sinistra comunista ha sempre osteggiato la repubblica presidenziale come l’obiettivo occulto della destra e tacciando di fascista chiunque avesse in mente di instaurarla in Italia. Nel 1946 Randolfo Pacciardi, esponente repubblicano, combattente antifascista in Spagna, fondatore di un nuovo gruppo politico, l’Unione Democratica per la Nuova Repubblica, propose di modificare la Costituzione per instaurare in Italia la repubblica presidenziale sul modello gollista della V repubblica francese. Era convinto che la repubblica presidenziale avrebbe eliminato i contrasti e le lotte di potere che rendevano il Paese ingovernabile; era convinto che in una repubblica presidenziale la dignità e la sovranità del Parlamento sarebbero state meglio garantite. Il Parlamento, dominato dai partiti, esautorato e umiliato, aveva perduto ogni autorità e prestigio. Il deputato aveva garanzie di libertà e di immunità persino davanti alla legge penale, ma il primo scagnozzo che diventava segretario di partito aveva il diritto di punirlo con reprimende, sospensioni, espulsioni. La Costituzione conferiva ogni potere ai partiti. Viceversa nella Costituzione la figura del primo ministro era così debole da non poter nemmeno destituire un ministro. Occorreva rifondare la repubblica su basi nuove ,ponendo fine alla dittatura dei partiti. Pacciardi tuonava contro lo statalismo, dicendo che il capitalismo di stato significava miseria e schiavitù. In questa campagna di moralità e di denuncia, Pacciardi trovò molti seguaci e estimatori ma pagò a caro prezzo la sua battaglia contro la partitocrazia, che già agli albori della repubblica aveva infettato la vita nazionale. Venne emarginato e perseguitato, specie dalle sinistre che ebbero perfino il coraggio di accusarlo di simpatie fasciste e autoritarie, lui antico combattente per la libertà ed esule in America durante il fascismo, e di aver appoggiato il cosiddetto golpe bianco di Edgardo Sogno. Le condizioni dell’Italia d’oggi sono le stesse denunciate da Pacciardi che era così fascista dall’invocare una repubblica presidenziale espressa liberamente dal popolo attraverso il voto. Stavolta il “golpe” l’ha compiuto il compagno presidente ma nessuno s’è sognato di dargli del fascista, o del comunista se preferite, che senza il consenso del popolo attenta alla Costituzione. Anzi, c’è chi lo vorrebbe ancora al Quirinale e fa voti perché il “caro leader” ci ripensi.
Anche se Napolitano ha lasciato intendere di essersi pentito, non lo ha fatto mai apertamente e pubblicamente, perché l’autocritica nel PCI equivaleva a una abiura, impossibile a farsi senza infamia come in tutte le religioni. E tuttavia stupisce la protervia e l’indifferenza ad ogni critica con le quali Napolitano ha reiterato i suoi numerosi strappi alla vantata Carta, dalla nomina del governo abusivo di Monti, alla interruzione delle consultazioni per la soluzione della crisi, fino alla nomina dei dieci saggi che dovrebbero surrogare il governo Monti, che resta in carica nonostante la solenne bocciatura elettorale. Tutti gesti compiuti in spregio alla Costituzione che il capo dello Stato avrebbe il dovere di difendere. Di fatto il presidente ha trasformato la repubblica parlamentare, se non in una sorta di nuova monarchia, in repubblica presidenziale, esautorando il Parlamento e annullando la volontà del popolo sovrano. La cosa assume carattere di “golpe” in piena regola ove si sappia che la sinistra comunista ha sempre osteggiato la repubblica presidenziale come l’obiettivo occulto della destra e tacciando di fascista chiunque avesse in mente di instaurarla in Italia. Nel 1946 Randolfo Pacciardi, esponente repubblicano, combattente antifascista in Spagna, fondatore di un nuovo gruppo politico, l’Unione Democratica per la Nuova Repubblica, propose di modificare la Costituzione per instaurare in Italia la repubblica presidenziale sul modello gollista della V repubblica francese. Era convinto che la repubblica presidenziale avrebbe eliminato i contrasti e le lotte di potere che rendevano il Paese ingovernabile; era convinto che in una repubblica presidenziale la dignità e la sovranità del Parlamento sarebbero state meglio garantite. Il Parlamento, dominato dai partiti, esautorato e umiliato, aveva perduto ogni autorità e prestigio. Il deputato aveva garanzie di libertà e di immunità persino davanti alla legge penale, ma il primo scagnozzo che diventava segretario di partito aveva il diritto di punirlo con reprimende, sospensioni, espulsioni. La Costituzione conferiva ogni potere ai partiti. Viceversa nella Costituzione la figura del primo ministro era così debole da non poter nemmeno destituire un ministro. Occorreva rifondare la repubblica su basi nuove ,ponendo fine alla dittatura dei partiti. Pacciardi tuonava contro lo statalismo, dicendo che il capitalismo di stato significava miseria e schiavitù. In questa campagna di moralità e di denuncia, Pacciardi trovò molti seguaci e estimatori ma pagò a caro prezzo la sua battaglia contro la partitocrazia, che già agli albori della repubblica aveva infettato la vita nazionale. Venne emarginato e perseguitato, specie dalle sinistre che ebbero perfino il coraggio di accusarlo di simpatie fasciste e autoritarie, lui antico combattente per la libertà ed esule in America durante il fascismo, e di aver appoggiato il cosiddetto golpe bianco di Edgardo Sogno. Le condizioni dell’Italia d’oggi sono le stesse denunciate da Pacciardi che era così fascista dall’invocare una repubblica presidenziale espressa liberamente dal popolo attraverso il voto. Stavolta il “golpe” l’ha compiuto il compagno presidente ma nessuno s’è sognato di dargli del fascista, o del comunista se preferite, che senza il consenso del popolo attenta alla Costituzione. Anzi, c’è chi lo vorrebbe ancora al Quirinale e fa voti perché il “caro leader” ci ripensi.

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