lunedì 25 marzo 2013

Ipocrisia alla parmigiana: se proprio i grillini nascondono il proprio reddito


“Matteo Borghi”
“lintraprendente.it 25.03.2013”

C’erano una volta i grillini ossessionati da moralità e trasparenza. Quelli che dicevano che un amministratore non doveva guadagnare più di un operaio e che ora sono in parlamento a godere quasi a pieno (un migliaio d’euro meno se va bene) dei privilegi della Casta. Altro che «contare le caramelle», ai consiglieri del M5S iniziano a piacere i pranzi luculliani a spese del contribuente. Quelli che seguono Beppe Grillo, il moralizzatore con gli affari in Costa Rica e una società immobiliare in Italia, la Gestimar, che si è avvalsa per ben due volte del condono tombale proposto dal secondo governo Berlusconi (e che di recente disse: «pubblicheremo i nomi di chi ha approfittato dello scudo fiscale»). Gli stessi che, conquistato il Comune di Parma puntando propagandisticamente sulla mala-amministrazione precedente, ora non vogliono fornire la dichiarazione del proprio stato patrimoniale prevista per legge per tutti gli amministratori. Avete letto bene: dei quattro amministratori (un assessore e tre consiglieri) che si rifiutano di rendere pubblici i propri guadagni e i beni di loro proprietà, ben tre appartengono al Movimento 5 Stelle.
Si tratta, nello specifico, dell’assessore Michele Alinovi, dei consiglieri Roberto Furfaro e Lorenzo Ilariuzzi; l’altro è il consigliere del PdL Paolo Buzzi. Tra gli altri che dichiarano, troviamo un po’ di tutto: dal “Paperone” Gino Capelli, con un reddito imponibile di 173mila euro e una sfilza di proprietà immobiliari a Parma, al consigliere Andrea De Lorenzi, studente universitario senza reddito né proprietà. A metà classifica il sindaco Federico Pizzarotti, con 45mila euro di entrate, una casa e una macchina. L’indisponibilità da parte di alcuni seguaci di Grillo a pubblicare i redditi è una questione kafkiana: proprio loro che dovrebbero portarsi avanti dichiarando anche i redditi di coniuge e parenti (come a breve imporrà una norma approvata a gennaio dal Governo Monti) come fatto da tre colleghi consiglieri, non si adeguano nemmeno ai precetti di una norma del lontano 1982 svelando un volto primo-repubblicano e addirittura pre-craxiano. Il nostro giornale (come chi scrive) - sia chiaro - non è certamente favorevole alla violazione della privacy e tantomeno gogna mediatica stile pubblicazione dei redditi di tutti i cittadini alla Visco. Potremmo anche capire un consigliere che voglia pubblicare solo l’ammontare del proprio gettone di presenza e non i redditi derivanti da altre attività o le proprietà immobiliari. Ciò che è assurdo è che il M5S - che ha guadagnato voti pressoché soltanto grazie alla critica della Casta e la promessa di una trasparenza assoluta - si comporti ora al pari della peggior politica. «Tanto rumore per nulla» avrebbe detto Shakespeare. Siamo certi che i (tanti) delusi da Grillo direbbero di molto peggio.


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