martedì 19 marzo 2013

Il rifugiato di serie B che non piaceva alla Boldrini & Co.

“Stefano Magni” 
“lintrapendente.it 19.03.2013” 

«Lavoriamo perché l’Europa torni ad essere un grande sogno, un crocevia di popoli e di culture, un approdo certo per i diritti delle persone, un luogo della libertà, della fraternità e della pace». Così parlò Laura Boldrini, già rappresentante per l’Italia all’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu per irifugiati nel suo discorso di insediamento alla presidenza dellaCamera dei Deputati. Eppure ci sono rifugiati di serie A e di serie B. Dipende dal regime da cui scappano. A Milano ci sono fior di esempi. Carlos Carallero, biologo e scrittore cubano, è uno di questi. Dal 1995 vive a Milano con la sua famiglia, ma ha dovuto passare sotto le forche caudine di una burocrazia quantomeno disattenta e di un Unhcr che, per il suo caso, faceva orecchie da mercante. «Sono stato arrestato più di una volta dai servizi segreti. Se non avessi abbandonato il Paese sarei finito in carcere per almeno 10 anni». Fra l’altro, ricorda, «Dopo essere stato licenziato dal mio posto di lavoro, quando dovevo guadagnarmi da vivere facendo la guida turistica, sono stato denunciato per anti-castrismo anche da una cittadina italiana, membro dell’Associazione Italia-Cuba».
E, giunto a Milano, per vedersi riconoscere lo status di rifugiato politico ha dovuto attendere 7 mesi «…ed è solo perché il funzionario del Ministero degli Interni, che si stava occupando del mio caso, è morto in un incidente stradale. Altrimenti era già stato deciso che la pratica che mi riguardava fosse rimandata alle “calende greche”. Ci sono cubani che ottengono il permesso di soggiorno pur non avendo documenti. Io avevo portato uno scatolone intero di carte originali, fatte arrivare attraverso Paesi terzi, che attestavano la mia condizione di perseguitato politico. Ma proprio perché ero un vero dissidente, sono finito in un limbo da cui non sarei mai uscito, nonostante l’impegno personale preso da Laura Gonzalez (allora presidente del Comitato per i Diritti Umani a Cuba, ndr). Ero già pronto ad una protesta pubblica, allo sciopero della fame. Non fosse stato per una drammatica fatalità, la morte del funzionario che mi stava bloccando, probabilmente non avrei mai ottenuto l’asilo politico». E l’Unhcr si era occupato del suo caso? «Mi sono rivolto all’Alto Commissariato, ma l’unico parere che hanno espresso è stato: “deve avere pazienza”. Le loro risposte erano talmente evasive che alla fine ho smesso anche di chiamare. Tutte le volte mi hanno fatto capire che non si sarebbero mossi per aiutarmi». Ma il peggio è arrivato quando Carlos Carralero ha chiesto il ricongiungimento con la famiglia, nel 1997. «Il Consolato cubano a Milano mi stava bloccando con il pretesto che una firma del funzionario del Ministero degli Esteri “fosse illeggibile”. A questo punto mi sono rivolto ancora all’Unhcr. Ma l’Alto Commissariato, invece di chiedere spiegazioni a Roma, o al Consolato di Milano, ha passato la pratica al suo rappresentante per l’America Latina. In Messico! Che a sua volta ha scaricato il tutto sul rappresentante dell’Unhcr a Cuba. Facendo una piccola indagine personale, ho capito che fosse una trappola, un modo per insabbiare il caso. Perché a Cuba non vi sono funzionari indipendenti. E mi risulta che l’uomo dell’Unhcr all’Avana fosse un ufficiale dei servizi segreti di Castro». Alla fine, la famiglia Carallero è riuscita comunque ad arrivare a Milano, «ma solo grazie all’iniziativa di un parlamentare di Forza Italia, Gianni Pilo, che ha rivolto un appello all’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini, per risolvere il mio problema». Dopo questa esperienza «in ogni forum disponibile, ho sempre denunciato la mala fede dell’Unhcr». Per questi rifugiati di serie B, politicamente scorretti, ci spiega Carlos: «C’è un pregiudizio filo-castrista, condiviso da buona parte della sinistra, che tuttora ci fa molto male». 

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