“Gianni Sartori”
“La Padania 26.03.2013”
Abbiamo
incontrato l'indipendentista catalana Anna Arqué, esponente di Esquerra
Republicana de Catalunya e di European Partnership for Independence. Con lei,
una lunga conversazione - che pubblichiamo in più puntate sulla nuova
situazione dell'indipendentismo in Catalunya, alla luce del referendum
sull'autodeterminazione da celebrarsi nel 2014, e presso gli altri popoli senza
Stato. Dovendo riassumere le fasi politiche più salienti dell'ultimo
decennio nei Paisos Catalans, quali ritiene
più significative in una prospettiva di autodeterminazione? «Riassumendo,
nel 2005 il Parlamento Catalano approva un
nuovo Estatut (Statuto) per Catalunya. Ma lo Stato spagnolo lo riduce e
ridimensiona al punto di farne scomparire
ogni contenuto politico fondamentale. Questo vero e proprio attacco all'Estatut
(già approvato nel giugno 2006 con un referendum
popolare) smaschera definitivamente la falsa idea che la nazione catalana
potesse progredire all'interno dello Stato spagnolo. Tale atteggiamento di
indifferenza per una decisione sovrana del popolo catalano, ha determinato un soprassalto della coscienza
sociale nei confronti del quadro politico spagnolo. Ancora una volta i
cittadini ebbero la possibilità di vedere con chiarezza come l'apparato statale
sia lo specchio di una sola volontà politica, quella della nazione spagnola. Verificarono con mano
che la Sovranità catalana è sottoposta a quella spagnola statale e che esistono interessi nazionali opposti tra due
popoli diversi. Da qui la necessità per Catalunya di conquistare un proprio
stato indipendente.
La decisione del Tribunal Constitucional Espanyol arriva nel 2010, proprio nel mezzo del più significativo processo socio-politico a favore dell'autodeterminazione: "La Consulta popular sobre la lndipendència" (2009-2011). Questo processo consente ai cittadini di organizzare in più di 550 municipi del Principat un referendum per votare sì o no in merito all'indipendenza. La Consulta diviene un punto di incontro, di dibattito e di autoriconoscimento popolare, trasversale, a cui partecipano persone di ogni strato sociale, ideologicamente variegato e plurigenerazionale. Ne sono coinvolte molte persone "non-militanti" così come altre impegnate politicamente, sia di sinistra che di destra, tutti a favore del Diritto Universale all'Autodeterminazione. I giovani attingono all'esperienza dei più anziani portando in cambio speranza e entusiasmo. In questo contesto favorevole la gente può esprimere il proprio sostegno all'indipendenza, scoprire di essere maggioranza. Soprattutto comprendere che quel sogno personale, intimo di libertà è anche una volontà collettiva, determinata e possibile. La Consulta popolare (1.000.000 di voti, più di 60.000 volontari, migliaia di iniziative pubbliche... ) rende la parola Indipendenza di uso quotidiano, diffusa a livello popolare. Le stesse inchieste ufficiali confermano l'esistenza di una larga maggioranza favorevole all'indipendenza. Grazie a tale de-condizionamento, le strade di Barcellona si sono riempite di centinaia di migliaia di Catalani con un solo grido: lndependència! In particolare con le grandiose manifestazioni del giugno del 2010 e nell'ultima giornata Nazionale di Catalunya, l'11settembre 2011. La mobilitazione sociale è la protagonista politica di questo processo di autodeterminazione che porta avanti un processo indipendentista». Quali realtà, a livello europeo, ritiene più vicine, simili a quella catalana (Scozia, Paesi Baschi, Corsica...)? «Non è facile stabilire a quale progetto indipendentista siamo "più simili" in quanto condividiamo aspetti con tutti quelli ricordati. Così come viene spontaneo collegare la perdita dell'indipendenza nel 1707 da parte della Scozia all'analoga esperienza catalana del 1714, è scontato stabilire un'analogia tra il referendum previsto in Scozia per 2014 e quello catalano. Ai Baschi ci unisce il fatto di subire le stesse difficoltà rispetto allo Stato spagnolo. Più recentemente abbiamo conosciuto le molte somiglianze con Il Veneto: una lingua e una storia diplomatica e commerciale molto simili, senza dimenticare la spoliazione economica che entrambi subiamo, hanno contribuito alla nascita di sentimenti fraterni. Non esistono protocolli internazionali per indicare i passi da compiere affinché tali processi giungano alla dichiarazione di indipendenza. La forza per compiere questo passo va trovata in noi stessi, nelle nostre nazioni. Questo è un altro elemento che ci unisce perché tutti noi possediamo questa energia. Dobbiamo soltanto dare uno sbocco politico, spiegando che è possibile, giusto e positivo per tutti, Europa compresa perché le nostre indipendenze non sono contro altri popoli, ma a favore dei nostri, della democrazia e del progresso». Come giudica la recente legalizzazione dell'Izquierda Abertzale basca e il processo che dovrebbe consentire una soluzione politica del conflitto in Euskal Herria? «La legalizzazione della sinistra abertzale rappresenta un atto di giustizia per ristabilire diritti democratici elementari. È la doverosa correzione di una situazione che non avrebbe mai dovuto esistere. Una lotta democratica richiede strumenti democratici per raggiungere un dato obiettivo politico, in questo caso l'indipendenza (e pari opportunità rispetto ai partiti di diversa opinione). Fino ad oggi il processo di pace in E.H. è stato un processo unilaterale, tutte le iniziative provengono da una parte sola, quella dei Baschi, ai quali esprimiamo solidarietà e incoraggiamento per la loro lotta democratica.
La decisione del Tribunal Constitucional Espanyol arriva nel 2010, proprio nel mezzo del più significativo processo socio-politico a favore dell'autodeterminazione: "La Consulta popular sobre la lndipendència" (2009-2011). Questo processo consente ai cittadini di organizzare in più di 550 municipi del Principat un referendum per votare sì o no in merito all'indipendenza. La Consulta diviene un punto di incontro, di dibattito e di autoriconoscimento popolare, trasversale, a cui partecipano persone di ogni strato sociale, ideologicamente variegato e plurigenerazionale. Ne sono coinvolte molte persone "non-militanti" così come altre impegnate politicamente, sia di sinistra che di destra, tutti a favore del Diritto Universale all'Autodeterminazione. I giovani attingono all'esperienza dei più anziani portando in cambio speranza e entusiasmo. In questo contesto favorevole la gente può esprimere il proprio sostegno all'indipendenza, scoprire di essere maggioranza. Soprattutto comprendere che quel sogno personale, intimo di libertà è anche una volontà collettiva, determinata e possibile. La Consulta popolare (1.000.000 di voti, più di 60.000 volontari, migliaia di iniziative pubbliche... ) rende la parola Indipendenza di uso quotidiano, diffusa a livello popolare. Le stesse inchieste ufficiali confermano l'esistenza di una larga maggioranza favorevole all'indipendenza. Grazie a tale de-condizionamento, le strade di Barcellona si sono riempite di centinaia di migliaia di Catalani con un solo grido: lndependència! In particolare con le grandiose manifestazioni del giugno del 2010 e nell'ultima giornata Nazionale di Catalunya, l'11settembre 2011. La mobilitazione sociale è la protagonista politica di questo processo di autodeterminazione che porta avanti un processo indipendentista». Quali realtà, a livello europeo, ritiene più vicine, simili a quella catalana (Scozia, Paesi Baschi, Corsica...)? «Non è facile stabilire a quale progetto indipendentista siamo "più simili" in quanto condividiamo aspetti con tutti quelli ricordati. Così come viene spontaneo collegare la perdita dell'indipendenza nel 1707 da parte della Scozia all'analoga esperienza catalana del 1714, è scontato stabilire un'analogia tra il referendum previsto in Scozia per 2014 e quello catalano. Ai Baschi ci unisce il fatto di subire le stesse difficoltà rispetto allo Stato spagnolo. Più recentemente abbiamo conosciuto le molte somiglianze con Il Veneto: una lingua e una storia diplomatica e commerciale molto simili, senza dimenticare la spoliazione economica che entrambi subiamo, hanno contribuito alla nascita di sentimenti fraterni. Non esistono protocolli internazionali per indicare i passi da compiere affinché tali processi giungano alla dichiarazione di indipendenza. La forza per compiere questo passo va trovata in noi stessi, nelle nostre nazioni. Questo è un altro elemento che ci unisce perché tutti noi possediamo questa energia. Dobbiamo soltanto dare uno sbocco politico, spiegando che è possibile, giusto e positivo per tutti, Europa compresa perché le nostre indipendenze non sono contro altri popoli, ma a favore dei nostri, della democrazia e del progresso». Come giudica la recente legalizzazione dell'Izquierda Abertzale basca e il processo che dovrebbe consentire una soluzione politica del conflitto in Euskal Herria? «La legalizzazione della sinistra abertzale rappresenta un atto di giustizia per ristabilire diritti democratici elementari. È la doverosa correzione di una situazione che non avrebbe mai dovuto esistere. Una lotta democratica richiede strumenti democratici per raggiungere un dato obiettivo politico, in questo caso l'indipendenza (e pari opportunità rispetto ai partiti di diversa opinione). Fino ad oggi il processo di pace in E.H. è stato un processo unilaterale, tutte le iniziative provengono da una parte sola, quella dei Baschi, ai quali esprimiamo solidarietà e incoraggiamento per la loro lotta democratica.

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