“Renato Pezzini”
“ilmessaggero.it 20.03.2013”
MILANO - Uniti al Quirinale, per non dare nell’occhio: «Da Napolitano non andremo divisi, ma in un’unica delegazione, Pdl e Lega» conferma Bobo Maroni dopo aver presentato la sua giunta per la Regione Lombardia. Quello che non dice, ma solo perché ancora non lo sa, è se al Colle ci andrà pure lui o se invece si limiterà a mandare i capigruppo di Camera e Senato con l’aggiunta di Roberto Calderoli: «Giovedì ho un impegno a Milano, devo ancora decidere» è la motivazione ufficiale. Ma soprattutto vuol prima capire cosa intende dire Berlusconi al Capo dello Stato e se sia perciò il caso di essere personalmente al suo fianco in quel frangente. Il Cavaliere, per il momento, ha intenzione di dire a Napolitano quello che va ripetendo da giorni: «Per uscire dalla crisi ci vuole un governo forte e autorevole, e solo un accordo fra il Pd e la nostra coalizione lo può garantire». Lo ribadisce in un messaggio inviato via web ai suoi sostenitori. I dettagli del progetto però li spiega solo ai suoi collaboratori più stretti: presidente del Consiglio superpartes, ministri politici di Pd, Pdl e Lista Monti. E accordo per un Presidente della Repubblica di garanzia.
LA MANO TESA DI BOBO In casa berlusconiana le voci di possibili trattative riservate fra Maroni e Bersani avevano suscitato scompiglio. Lunedì sera, attraverso i suoi messaggeri, il numero uno del Pdl aveva mandato precisi segnali ai leghisti: «Se inciuciate con il Pd per conto vostro potete dire addio alle giunte del Nord». Non che Maroni si aspettasse reazioni diverse, però per calmare le acque ha fatto il primo passo con Arcore: «Andiamo insieme al Quirinale, così dimostriamo che la coalizione è compatta». Anche adesso, nel suo primo giorno da governatore lombardo, si mostra fedele all’intesa: «Non faremo nulla che sia contro la coalizione, concorderemo tutto». Poi però aggiunge una postilla che cambia il sapore delle sue dichiarazioni: «In ogni caso io voglio che a Roma ci sia un governo stabile, capace di dare risposte al Nord». Rimane quindi da capire se per lui, e per la Lega, sia più importante non disobbedire ai diktat dell’alleanza o fare in modo che un governo nasca comunque scongiurando le temutissime elezioni anticipate. CONTATTI CON IL PD I padani non hanno difficoltà, per il momento, a dare manforte a Berlusconi sul governo di larghe intese. Ma se il Partito Democratico dovesse confermare il suo «no» a un’alleanza con il Cavaliere a quel punto il Carroccio potrebbe valutare altre strade. Proprio per questo Maroni ha ordinato ai suoi di «mantenere un atteggiamento di coalizione», ma anche di non interrompere i contatti in corso da giorni con i democrat. L’ipotesi di «non ostacolare» l’eventuale nascita di un governo a guida Bersani non è stata abbandonata. Ciò a cui la Lega sembra invece poco interessata è la scelta del successore di Napolitano, argomento che sta in cima ai pensieri di Berlusconi. Il quale torna a puntare il dito contro l’elezione di Laura Boldrini a Montecitorio e di Pietro Grasso a Palazzo Madama: «Non possiamo accettare un’occupazione militare di tutti i vertici istituzionali da parte della sinistra». E dunque convoca i suoi fans alla mobilitazione in piazza, in tv, in Parlamento. Si comincia con la manifestazione di sabato a Roma contro giudici e fisco. Dicono che un esercito di migliaia di pullman sia in partenza da ogni parte d’Italia per portare i militanti azzurri in piazza del Popolo. E’ sarà, in ogni caso, una prova di forza utile a Berlusconi su tutti i fronti in cui è impegnato: utile alla propaganda nel caso le elezioni anticipate fossero davvero a un passo; utile all’infinita querelle con la magistratura; utile nelle trattative per imporre al Quirinale qualcuno «da poter considerare ben disposto nei nostri confronti». UN CONTROLLORE IN GIUNTA In molte di queste sue battaglie il sostegno della Lega rimane determinante. E vuol capire se il bel gesto di Maroni che ha proposto di andare uniti alle consultazioni sia un semplice atto formale o la conferma dell’intenzione di voler rispettare i patti. Non a caso ha deciso di marcare stretto con un suo uomo il leader leghista: il vice di Maroni nella giunta del Pirellone sarà infatti Mario Mantovani, coordinatore del Pdl a cui è stata pure assegnata la delega sulla Sanità, il vero snodo del potere lombardo, quello su cui da più di vent’anni si gioca l’equilibrio politico della Regione.
LA MANO TESA DI BOBO In casa berlusconiana le voci di possibili trattative riservate fra Maroni e Bersani avevano suscitato scompiglio. Lunedì sera, attraverso i suoi messaggeri, il numero uno del Pdl aveva mandato precisi segnali ai leghisti: «Se inciuciate con il Pd per conto vostro potete dire addio alle giunte del Nord». Non che Maroni si aspettasse reazioni diverse, però per calmare le acque ha fatto il primo passo con Arcore: «Andiamo insieme al Quirinale, così dimostriamo che la coalizione è compatta». Anche adesso, nel suo primo giorno da governatore lombardo, si mostra fedele all’intesa: «Non faremo nulla che sia contro la coalizione, concorderemo tutto». Poi però aggiunge una postilla che cambia il sapore delle sue dichiarazioni: «In ogni caso io voglio che a Roma ci sia un governo stabile, capace di dare risposte al Nord». Rimane quindi da capire se per lui, e per la Lega, sia più importante non disobbedire ai diktat dell’alleanza o fare in modo che un governo nasca comunque scongiurando le temutissime elezioni anticipate. CONTATTI CON IL PD I padani non hanno difficoltà, per il momento, a dare manforte a Berlusconi sul governo di larghe intese. Ma se il Partito Democratico dovesse confermare il suo «no» a un’alleanza con il Cavaliere a quel punto il Carroccio potrebbe valutare altre strade. Proprio per questo Maroni ha ordinato ai suoi di «mantenere un atteggiamento di coalizione», ma anche di non interrompere i contatti in corso da giorni con i democrat. L’ipotesi di «non ostacolare» l’eventuale nascita di un governo a guida Bersani non è stata abbandonata. Ciò a cui la Lega sembra invece poco interessata è la scelta del successore di Napolitano, argomento che sta in cima ai pensieri di Berlusconi. Il quale torna a puntare il dito contro l’elezione di Laura Boldrini a Montecitorio e di Pietro Grasso a Palazzo Madama: «Non possiamo accettare un’occupazione militare di tutti i vertici istituzionali da parte della sinistra». E dunque convoca i suoi fans alla mobilitazione in piazza, in tv, in Parlamento. Si comincia con la manifestazione di sabato a Roma contro giudici e fisco. Dicono che un esercito di migliaia di pullman sia in partenza da ogni parte d’Italia per portare i militanti azzurri in piazza del Popolo. E’ sarà, in ogni caso, una prova di forza utile a Berlusconi su tutti i fronti in cui è impegnato: utile alla propaganda nel caso le elezioni anticipate fossero davvero a un passo; utile all’infinita querelle con la magistratura; utile nelle trattative per imporre al Quirinale qualcuno «da poter considerare ben disposto nei nostri confronti». UN CONTROLLORE IN GIUNTA In molte di queste sue battaglie il sostegno della Lega rimane determinante. E vuol capire se il bel gesto di Maroni che ha proposto di andare uniti alle consultazioni sia un semplice atto formale o la conferma dell’intenzione di voler rispettare i patti. Non a caso ha deciso di marcare stretto con un suo uomo il leader leghista: il vice di Maroni nella giunta del Pirellone sarà infatti Mario Mantovani, coordinatore del Pdl a cui è stata pure assegnata la delega sulla Sanità, il vero snodo del potere lombardo, quello su cui da più di vent’anni si gioca l’equilibrio politico della Regione.

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