“Fabrizio Carcano”
“La Padania 17.03.2013”
La fotografia dello
scenario più verosimile che si profila dopo questo sorta di spartiacque
politica-istituzionale, ovvero l'assegnazione
della seconda e terza carico dello Stato, l'ha scattata efficacemente il
segretario Pdl, Angelino Alfano, nel primo pomeriggio, quando ancora si doveva
tenere la decisiva quarta votazione al Senato e lo spiraglio per una larga
intesa era ancora aperto. «Con il ticket
proposto dal Pd il Paese precipiterebbe verso le urne, mentre la candidatura di
Renato Schifani consentirà la nascita di
un nuovo governo per affrontare la situazione di crisi». Prima di lanciare un ultimo
avviso ai non dialoganti e acerrimi avversari
del Pd: «Con il ticket del Pd, insiste, che propone Grasso al Senato e Boldrini
alla Camera, il Paese - ha chiosato
Alfano - resterebbe senza governo. Se viene eletto Schifani si dà la
possibilità che il governo nasca e la
possibilità di affrontare la grave crisi economica. Di fronte alla grande chiusura
della coalizione di Bersani che porta il Paese in un vicolo cieco noi proponiamo la
massima apertura». Chiusura e apertura, vicolo cieco.
Nessuna possibilità di formare un Governo, di larghe intese si intende, se passa Grasso, ovvero un candidato espressione del centrosinistra, al Senato. Parole chiare, non scelte a caso dal segretario del Pdl. Parole recepite da Pierluigi Bersani e dai suoi e respinte al mittente. Perché poi Grasso è stato votato e ha ottenuto la poltrona più pesante di Palazzo Madama. E il centrosinistra ha fatto bottino pieno, mettendo due suoi uomini al vertice delle Camere, esattamente come fece nel 2006, quando però, per lo meno, al Senato aveva la maggioranza, anche se per soli due voti, e non la miseria di 123 senatori. Una forzatura calcolata quella del Pd e annunciata da giorni dallo stesso Bersani che non ha mai considerato l'opzione del dialogo con il centrodestra ma solo quella con il Movimento 5 Stelle. Del resto in mattina era stato Dario Franceschini, l'autore del 'passo indietro' istituzionale che ha spianato la strada all'elezione di Laura Boldrini a Montecitorio, a ribadire per l'ennesima volta che per il Pd il dialogo poteva avvenire solo e soltanto con il Movimento 5 Stelle, diversamente c'erano le urne con unica alternativa. Ed è quello che adesso rischia di succedere: scivolare verso un voto rapidissimo. Non a giugno, perché tecnicamente è quasi impossibile. Giorgio Napolitano è nel semestre bianco e anche volendo non potrebbe sciogliere le Camere, per il suo successore bisognerà attendere circa cinque settimane, intorno al 20 aprile, dovrà insediarsi e poi quanto meno effettuare un approfondito giro di consultazioni. E se anche decidesse immediatamente di sciogliere il Parlamento come suo primo atto ufficiale del Settennato saremmo intorno ai primi di maggio. La legge dispone una finestra che va dai 45 ai 70 giorni per fissare la data del voto. In pratica a fine di giugno e infatti in Transatlantico ieri si scommetteva su domenica 28 giugno. Quando però gli italiani avranno in testa solo il fine settimana in spiaggia: una follia del calendario che favorirebbe gli oltranzisti dell'anti politica, mentre i normali delusi o sfiduciati sceglierebbero di godersi il mare o il relax. Dunque sarebbe meglio scavalcare l'estate per tornare al voto a ottobre. In mezzo ci sarebbe il tempo per tentare di riformare la legge elettorale a Camere aperte e funzionanti. Volendo si potrebbe farlo per luglio e solo a quel punto sciogliere le Camere. Fantapolitica? Non tanto. Certo due possibili alternative ci sono. La prima è che il centrosinistra apra ad una candidatura gradita al Pdl per il Quirinale. Ma dopo aver militarizzato le Camere piazzando un esponente di Sel e uno del Pd è chiaro che il Pdl, per riequilibrare gli assetti istituzionali, potrebbe chiedere un Capo dello Stato in quota centrodestra, quanto meno stile Gianni Letta, fedele ombra di Silvio Berlusconi in questi suoi 19 anni in politica. Difficile solo a pensarlo. Oppure, diversamente, che il Movimento 5 Stelle decida di aprire una linea di credito al centrosinistra. Meno difficile, pensando che qualche grilli no potrebbe aver disobbedito agli ordini e aver votato al Senato per Grasso. Un po' poco, tanto più che i ben informati dicono che a disobbedire siano stati i senatori siciliani del Movimento 5 Stelle. Anche se si tratta comunque di una prima crepa. E suonano sibilline le parole di Berlusconi che entrando al Senato per votare ha tranciato un «questa votazione non conta nulla». Un riferì mento alla partita ben più importante per il Colle ma anche alla sempre più crescente possibilità di ritorno anticipato alle urne. Come dire, votiamo dei presidenti che tanto resteranno per poco... Appuntamento con le urne il 28 giugno?
Nessuna possibilità di formare un Governo, di larghe intese si intende, se passa Grasso, ovvero un candidato espressione del centrosinistra, al Senato. Parole chiare, non scelte a caso dal segretario del Pdl. Parole recepite da Pierluigi Bersani e dai suoi e respinte al mittente. Perché poi Grasso è stato votato e ha ottenuto la poltrona più pesante di Palazzo Madama. E il centrosinistra ha fatto bottino pieno, mettendo due suoi uomini al vertice delle Camere, esattamente come fece nel 2006, quando però, per lo meno, al Senato aveva la maggioranza, anche se per soli due voti, e non la miseria di 123 senatori. Una forzatura calcolata quella del Pd e annunciata da giorni dallo stesso Bersani che non ha mai considerato l'opzione del dialogo con il centrodestra ma solo quella con il Movimento 5 Stelle. Del resto in mattina era stato Dario Franceschini, l'autore del 'passo indietro' istituzionale che ha spianato la strada all'elezione di Laura Boldrini a Montecitorio, a ribadire per l'ennesima volta che per il Pd il dialogo poteva avvenire solo e soltanto con il Movimento 5 Stelle, diversamente c'erano le urne con unica alternativa. Ed è quello che adesso rischia di succedere: scivolare verso un voto rapidissimo. Non a giugno, perché tecnicamente è quasi impossibile. Giorgio Napolitano è nel semestre bianco e anche volendo non potrebbe sciogliere le Camere, per il suo successore bisognerà attendere circa cinque settimane, intorno al 20 aprile, dovrà insediarsi e poi quanto meno effettuare un approfondito giro di consultazioni. E se anche decidesse immediatamente di sciogliere il Parlamento come suo primo atto ufficiale del Settennato saremmo intorno ai primi di maggio. La legge dispone una finestra che va dai 45 ai 70 giorni per fissare la data del voto. In pratica a fine di giugno e infatti in Transatlantico ieri si scommetteva su domenica 28 giugno. Quando però gli italiani avranno in testa solo il fine settimana in spiaggia: una follia del calendario che favorirebbe gli oltranzisti dell'anti politica, mentre i normali delusi o sfiduciati sceglierebbero di godersi il mare o il relax. Dunque sarebbe meglio scavalcare l'estate per tornare al voto a ottobre. In mezzo ci sarebbe il tempo per tentare di riformare la legge elettorale a Camere aperte e funzionanti. Volendo si potrebbe farlo per luglio e solo a quel punto sciogliere le Camere. Fantapolitica? Non tanto. Certo due possibili alternative ci sono. La prima è che il centrosinistra apra ad una candidatura gradita al Pdl per il Quirinale. Ma dopo aver militarizzato le Camere piazzando un esponente di Sel e uno del Pd è chiaro che il Pdl, per riequilibrare gli assetti istituzionali, potrebbe chiedere un Capo dello Stato in quota centrodestra, quanto meno stile Gianni Letta, fedele ombra di Silvio Berlusconi in questi suoi 19 anni in politica. Difficile solo a pensarlo. Oppure, diversamente, che il Movimento 5 Stelle decida di aprire una linea di credito al centrosinistra. Meno difficile, pensando che qualche grilli no potrebbe aver disobbedito agli ordini e aver votato al Senato per Grasso. Un po' poco, tanto più che i ben informati dicono che a disobbedire siano stati i senatori siciliani del Movimento 5 Stelle. Anche se si tratta comunque di una prima crepa. E suonano sibilline le parole di Berlusconi che entrando al Senato per votare ha tranciato un «questa votazione non conta nulla». Un riferì mento alla partita ben più importante per il Colle ma anche alla sempre più crescente possibilità di ritorno anticipato alle urne. Come dire, votiamo dei presidenti che tanto resteranno per poco... Appuntamento con le urne il 28 giugno?

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