“Simone Girardin”
“La Padania 15.02.2013”
Nessun
regalo alle mafie. Mai. Perché i beni confiscati sono «Cosa nostra». Quando Roberto
Maroni, da ministro dell'Interno, impresse una decisa accelerazione alla
confisca di aziende, immobili e terreni in mano alla criminalità organizzata,
aveva un' idea chiara di quello che voleva ottenere: spezzare il legame tra il
bene posseduto ed i gruppi mafiosi, colpendo
al cuore il loro potere economico e marcando il confine tra l'economia legale e
quella illegale. Pio La Torre, protagonista
della prima legge "Rognoni-La Torre" fu brutalmente assassinato dalla
mafia per averne scoperchiato certi interessi. Intaccare i beni, intuì allora Maroni,
resta ancora oggi il punto di partenza per scardinare il potere mafioso. Certo,
dal sequestro dei beni alla loro assegnazione alla collettività la strada non è
sempre facile. Ma qualcosa si è mosso, e non poco. Proprio grazie agli sforzi
dell'attuale leader leghista. l numeri parlano chiaro. E sono quelli
dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni
sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, istituita da Maroni nel
2010 e guidata dal prefetto Giuseppe Caruso: in poco meno di due anni
(fino a novembre 2012) sono stati sequestrati 12.670 beni (fonte: Agenzia del
Demanio). Di questi poco più di 11 mila sono immobili, mentre 1663 sono invece aziende.
Ad aggiudicarsi il primato è la Sicilia che conta 5.420 beni confiscati, mentre
al Nord la Lombardia è la regione che si attesta al primo posto con 1149 beni.
Per un controvalore di quasi 10 miliardi di euro.
Oggi circa il 50 per cento di questi beni è in mano a istituzioni o cooperative per fini sociali. Prima là si facevano gli affari della Cupola, ora ci sono ragazzi che studiano legalità e sperano in un futuro migliore. Sono le due facce della confisca, quella degli immobili e delle aziende sottratte alla criminalità. Di queste strutture, giunte alla fase di confisca, alcune hanno subito degli intoppi burocratici. Il più rilevante è spesso il peso ipotecario che non consente l'immediata destinazione del bene. Questa fase comporta una complessa e lunga attività istruttoria finalizzata a rendere il bene libero da pesi ed oneri. Ma è un iter che richiede molto tempo. Ecco perché servirebbero potenziare gli uffici dell'Agenzia nazionale che oggi conta poco più di trenta di pendenti. Una burocrazia e una scarsità di personale che rischia di vanificare quanto di buono hanno fatto Ministero, forze dell'ordine e magistrati. Tanto che a volte dal sequestro alla confisca, fino all'assegnazione passano anche dieci anni. Con tutto quanto ne consegue: dall'usura dei terreni stessi fino alla loro rimessa in produzione. Con costi decisamente più elevati. Ma i risultati di questo sforzo voluto fortemente da Maroni sono straordinari. Dove al primo posto di un'ipotetica scala gerarchica c'è la creazione di lavoro vero e legale in terre fino all'altro giorno nelle mani della criminalità organizzata. Come di far capire alla società civile che intaccare i beni mafiosi resta la via maestra per togliere prestigio a criminali che odiano vedersi sottrarre un bene, sia esso un'azienda o un pezzetto di terra da coltivare. Beni sequestrati spesso ai parenti di boss, ancora latitanti. Vedi il caso di poche settimane fa della sorella e del cognato di Matteo Messina Denaro, il superlatitante da ormai 20 anni a cui sono stati sequestrati terreni e aziende per un valore di quasi un milione di euro. Messina Denaro è oggi ultimo capo di Cosa Nostra ancora latitante. I suoi compagni sono stati tutti arrestati negli ultimi tre anni. Vedi il camorrista Michele Zagaria o Domenico Condello, fermato nel 2012. Arresti che sono ancora oggi risultati importanti nella lotta alla criminalità organizzata raggiunti grazie alle insostituibili professionalità di tutte le forze di polizia. Negli anni alla guida del Ministero dell'Interno, Maroni ha visto catturare 448 latitanti, di cui 63 tra quelli più pericolosi e ben 31 di massima pericolosità. Come il boss Mario Caterina, esponente di primo piano del clan camorristico Schiavone, il capo storico del clan dei Casa lesi, Antonio lovine o elementi di spicco della mafia del Gargano come Giuseppe Pacilli. Colpi durissimi alla criminalità organizzata che, sommati al sequestro dei beni (vedere in pagina le immagini della struttura di Delebio, in provincia di Sondrio, prima e dopo), dimostrano come gli sforzi di Maroni siano reali e credibili. Un ottimo biglietto da visita come governatore in una terra che negli ultimi anni ha visto avanzare la 'ndrangheta. Non è un caso che sia stato proprio Maroni a chiedere l'azzeramento della Giunta lombarda dopo lo scandalo dell'assessore Zambetti, accusato di aver comprato i voti della criminalità organizzata. Più chiaro di così...
Oggi circa il 50 per cento di questi beni è in mano a istituzioni o cooperative per fini sociali. Prima là si facevano gli affari della Cupola, ora ci sono ragazzi che studiano legalità e sperano in un futuro migliore. Sono le due facce della confisca, quella degli immobili e delle aziende sottratte alla criminalità. Di queste strutture, giunte alla fase di confisca, alcune hanno subito degli intoppi burocratici. Il più rilevante è spesso il peso ipotecario che non consente l'immediata destinazione del bene. Questa fase comporta una complessa e lunga attività istruttoria finalizzata a rendere il bene libero da pesi ed oneri. Ma è un iter che richiede molto tempo. Ecco perché servirebbero potenziare gli uffici dell'Agenzia nazionale che oggi conta poco più di trenta di pendenti. Una burocrazia e una scarsità di personale che rischia di vanificare quanto di buono hanno fatto Ministero, forze dell'ordine e magistrati. Tanto che a volte dal sequestro alla confisca, fino all'assegnazione passano anche dieci anni. Con tutto quanto ne consegue: dall'usura dei terreni stessi fino alla loro rimessa in produzione. Con costi decisamente più elevati. Ma i risultati di questo sforzo voluto fortemente da Maroni sono straordinari. Dove al primo posto di un'ipotetica scala gerarchica c'è la creazione di lavoro vero e legale in terre fino all'altro giorno nelle mani della criminalità organizzata. Come di far capire alla società civile che intaccare i beni mafiosi resta la via maestra per togliere prestigio a criminali che odiano vedersi sottrarre un bene, sia esso un'azienda o un pezzetto di terra da coltivare. Beni sequestrati spesso ai parenti di boss, ancora latitanti. Vedi il caso di poche settimane fa della sorella e del cognato di Matteo Messina Denaro, il superlatitante da ormai 20 anni a cui sono stati sequestrati terreni e aziende per un valore di quasi un milione di euro. Messina Denaro è oggi ultimo capo di Cosa Nostra ancora latitante. I suoi compagni sono stati tutti arrestati negli ultimi tre anni. Vedi il camorrista Michele Zagaria o Domenico Condello, fermato nel 2012. Arresti che sono ancora oggi risultati importanti nella lotta alla criminalità organizzata raggiunti grazie alle insostituibili professionalità di tutte le forze di polizia. Negli anni alla guida del Ministero dell'Interno, Maroni ha visto catturare 448 latitanti, di cui 63 tra quelli più pericolosi e ben 31 di massima pericolosità. Come il boss Mario Caterina, esponente di primo piano del clan camorristico Schiavone, il capo storico del clan dei Casa lesi, Antonio lovine o elementi di spicco della mafia del Gargano come Giuseppe Pacilli. Colpi durissimi alla criminalità organizzata che, sommati al sequestro dei beni (vedere in pagina le immagini della struttura di Delebio, in provincia di Sondrio, prima e dopo), dimostrano come gli sforzi di Maroni siano reali e credibili. Un ottimo biglietto da visita come governatore in una terra che negli ultimi anni ha visto avanzare la 'ndrangheta. Non è un caso che sia stato proprio Maroni a chiedere l'azzeramento della Giunta lombarda dopo lo scandalo dell'assessore Zambetti, accusato di aver comprato i voti della criminalità organizzata. Più chiaro di così...

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