domenica 30 dicembre 2012

Verso Nord? No, verso Monti e contro il Nord

"LaPadania.net 29.12.2012"

C’è una non mai sopita voglia di Dc che alberga nel cuore del sistema politico italiano. L’idea di incunearsi nel cuore della contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra, propria delle dinamiche elettorali della cosiddetta Seconda repubblica, ha sempre celato questo maldestro e sciagurato obiettivo. La “balena bianca” è rinata a Todi alla fine di gennaio del 2011, quando - in una sorta di goliardica rimpatriata della Prima repubblica - è stato fondato il famigerato Terzo Polo al quale hanno aderito Udc, Fli, Api, Mpa, liberaldemocratici e repubblicani. Nella migliore tradizione del cerchiobottismo italiota, dalla città umbra venne lanciato un appello «alle forze più ragionevoli del centrodestra e del centrosinistra». In prima fila c’erano tutti i “demolitori” della Prima repubblica. Era presente anche Ciriaco De Mita. Sì, avete letto bene: l’uomo di Nusco, l’intellettuale della Magna Grecia, come lo chiamava il presidente Cossiga. Leggendo le cronache di quell’incontro, pareva che la macchina del tempo avesse riportato tutti indietro di una trentina d’anni. In un sistema bipolare - tale è quello italiano dall’inizio degli anni Novanta in poi - l’idea di un Terzo polo è un’autentica assurdità. Perché i poli sono due. Il problema vero è che il sistema politico italiano è bipolare, ma non bipartitico. Nel senso che ci sono due poli, ma anche più partiti, che stringono alleanze di programma per contendersi la vittoria elettorale. Bipolarismo senza bipartitismo.
Questo Terzo polo - al quale oggi dobbiamo aggiungere Italia Futura di Montezemolo - puzza davvero di vecchio regime: stomachevole olezzo di Prima repubblica. Il suo leader, Pierferdi Casini, è un vecchio esponente dei dorotei che siede in Parlamento sin dagli anni Ottanta del secolo scorso. Essenza deteriore della “balena bianca”, il doroteismo si contraddistinse per il ricorso sistematico al clientelismo e alla corruzione, all’assistenzialismo e all’occupazione delle istituzioni, allo sperpero del pubblico denaro e alle riforme, soprattutto nel Mezzogiorno. La cultura politica di Mario Monti viene da qui, dalle pieghe della vecchia Dc e a quest’area si rivolge con la sua “Agenda”. Questo dev’essere ben chiaro. Si tratta di un programma politico che non verrà messo al vaglio degli elettori, perché Monti non si candiderà, ma è disponibile a fare nuovamente il capo del governo. Come se il suo cognome fosse una specie di “franchising”, da utilizzare in campagna elettorale. Alchimie della politica. Sta di fatto che nell’Agenda Monti c’è troppo Stato, nel senso che è ribadita la centralità delle istituzioni pubbliche nel governo della società e dell’economia. Viene resuscitata infatti quella disgraziata e raccapricciante formula - espressione di una cultura statalista e centralista - che si chiama economia sociale di mercato. Gli esiti di questo approccio sono già sotto gli occhi di tutti, in particolare al Nord, dove le famiglie e le imprese vivono una realtà boccheggiante ai limiti della sussistenza. Monti - che è uomo del Nord, paradossalmente - ha massacrato il Nord. Inasprendo la pressione fiscale per “fare cassa”, ha approfondito la frattura tra Nord e Sud, visto che in Lombardia l’evasione fiscale è circa il 12% e in Calabria l’85%. Come sempre, tutto è sulle spalle del Nord, anche nelle idee di Monti, che lo sta spolpando.
Il dato bizzarro è che una minuscola associazione - “Verso Nord” - nata con l’obiettivo di tutelare e di rappresentare, di anteporre a tutto gli interessi del Nord, si sia apertamente schierata a favore dell’Agenda Monti. Di questa associazione fanno parte: Massimo Cacciari, che è uscito dal Pd sbattendo la porta perché il partito sottovalutava la Questione Settentrionale e non la metteva al centro dell’agenda politica; Giuseppe Bortolussi, il roboante segretario della Cgia di Mestre, che regolarmente - ogni settimana - non perde l’occasione per sottolineare il “pedaggio” imposto dalla crisi e da Monti al Nord; Alessandro Cè, un ex leghista - molti lettori se lo ricorderanno capogruppo alla Camera - che, nominato assessore alla Sanità in Lombardia, ingaggiò una battaglia contro il sistema di potere formigoniano. E adesso - ironia della sorte - si trova a braccetto del “Celeste” nel sostenere Monti e la sua Agenda. Che cosa sia balenato in testa a questi personaggi non è dato sapere. Ieri come oggi, il Nord ha nemici ben chiari e definiti: la vecchia Dc e lo Stato pachidermico pieno di zecche e di parassiti (i «pidocchi» di Gianfranco Miglio), l’assistenzialismo e la pressione fiscale, Mario Monti e l’economia sociale di mercato. Saranno quattro gatti, quelli di “Verso Nord”, ma non hanno capito niente della Questione Settentrionale, di come si è storicamente evoluta e della sua fisionomia attuale. Altrimenti in Monti vedrebbero quello che è, il nemico del Grande Nord. E si guarderebbero bene dal sostenerlo. Altro che “Verso Nord”, è senza dubbio più appropriato “Verso Monti”. Ma sarebbe ancora più corretto “Contro il Nord”. Complimenti per la coerenza.

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