mercoledì 5 settembre 2012

Lavorare non stanca più Monti ha abolito anche l’occupazione


"STEFANIA PIAZZO"
"La PAdania 05.09.2012"

Mettiamola la così. Che piaccia o no, c’è un bacino elettorale immenso, una sterminata pianura che si chiama  Nord e che, consapevolmente o meno, è leghista. Perché percepisce e incassa, più o meno in silenzio, il  disagio di vivere pagando senza avere niente o poco in cambio. Si chiama anche questione settentrionale ed  è quella che resta irrisolta da decenni, aggravata dai poteri incompiuti delle Regioni nate negli anni ’70 e del  Federalismo fiscale che, pur essendo legge, il governo Monti ha buttato fuori di casa. La percezione forte  che Roberto Maroni conferma anticipando l’esito di un sondaggio Swg, certifica che il 46 per cento degli  italiani, e il 66% dei residenti del Nord, lo dicono senza pregiudizi: il Nord è discriminato. Il resto lo fa il  Governo Monti. Difficile dire quali siano i successi dell’esecutivo. Lo spread? Il tasso di disoccupazione passato dall’8 al 10,8%? Le nuove imprese che aprono, cioè quelle con stranieri? Le 150mila botteghe che  chiudono? Un giovane disoccupato su tre? I 360mila esodati a casa senza un ghello? La bolletta energetica  salita del 13%? La benzina a due euro? La produttività pari allo zero di alcuni ministeri e direzioni (ovvero,  ricapitolando: Garante comunicazione, Agenzia territorio, Agenzia Dogane, Monopoli, ministero Istruzione, Pubblica amministrazione, Beni culturali...) che neanche hanno iniziato a far andare le dita sul computer? Con  il 15% di produttività media, il Governo è al palo. Per contro la spending review la fa nei Comuni, la fa con  l’Imu prevedendo di compensare con propri trasferimenti i mancati incassi Imu che aveva previsto. Tanto da far lecitamente allarmare il presidente Anci Lombardia: «Se lo Stato non ci dà quello che aveva promesso, dobbiamo fare bilanci falsi». Abbiamo dato un’occhiata ai numeri dell’economia e sono eloquenti da soli. Già  nel 2008 l’ufficio studi di Confcommercio aveva ingranato la marcia profetica del calo dei consumi: meno nel  2008, un altro meno meno nel 2009, triplo meno nel 2010.
Non è al governo, Confcommercio, però dopo l’onda anomala dei mutui subprime del 2008, ricordate?, aveva compreso che se pago un tasso d’interesse  speculativo che raddoppia il costo del mutuo, devo rinunciare al pane e alle scarpe. Nel 2012 la previsione, meno 2,8, è la Caporetto che indica la piena recessione. Il paradosso del governo dei tecnici è che avrebbe dovuto, ricco di tanta conoscenza e scienza, bypassare i formalismi e liberare il Paese dall’ideologismo  sindacale, dalla burocrazia che non si insegna alla Bocconi. Invece, ha portato la disoccupazione ai massimi,  ha fatto credere nel gennaio scorso che liberalizzare i taxi e le farmacie potesse portare nel mediobreve periodo all’aumento della produttività e alla crescita del Pil dell’11 per cento. E metà di questo nei primi tre  anni. Una profezia che ha sfidato Ocse, Fondo monetario internazionale, mercati, spread, e persino le leggi della fisica e della chimica se, come dicono in prima elementare, due più due fa quattro e se, come ricordava Machiavelli, governare è l’arte del far credere. Una questione di alchimie, insomma. E chi gli aveva creduto?  Gianfranco Miglio ricordava che un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle prossime  generazioni. Monti non è né l’una né l’altra cosa, a meno che avesse l’ambizione, l’inverno scorso, di  imbambolare gli italiani al punto da non far capire loro quanto la crisi fosse grave e sempre più diffusa. Ad  aprile dall’11 per cento di crescita del Pil, Monti era già sceso al 5 per cento, grazie al piano crescita. Sparita la farsa delle liberalizzazioni,  arrivava la farsa di un piano di cui nessuno ha mai visto gli effetti. Giù il  Pil, il rapporto deficit/pil, anzi, è passato dal 120 al 123%. Tanto che Confindustria di lì a poco avrebbe  previsto un meno 2,4%, Bankitalia un meno 1,9 per cento. Ma sempre all’insegna del meno. Moody's ha di  recente previsto che l’economia italiana si contrarrà tra il 2,5% e l’1,5% di Pil quest'anno e tra l’1% e al più  un andamento piatto il prossimo. I dati Istat sul lavoro fanno il resto. Quelli più recenti, diffusi il 2 settembre, sono il segnale della glaciazione che incombe. Tra aprile e giugno il tasso di disoccupazione ha toccato quota  10,5%, il livello più alto dal 1999, mentre il tasso di under 25 in cerca di un impiego sale al 33,9%, come  non era mai accaduto sin dall’inizio delle serie storiche, cominciate nel 1993, ovvero quasi venti anni fa. Per  le ragazze del Mezzogiorno il tasso si avvicina al 50%. Un massimo storico lo segnano anche i precari: 3 milioni di persone senza  certezze sul futuro. Le stime Istat su luglio peggiorano: disoccupazione al 10,7% e  620 mila ragazzi senza posto. La metà infine dell’aumento della disoccupazione è costituito da persone di  almeno 35 anni. Gli ex occupati tra aprile e giugno rappresentano il 51% dei senza posto. E, ancora: nel  secondo trimestre i dipendenti a tempo toccano quota 2 milioni 455 mila, il livello record dal 1993.  Sommando ai lavoratori con contratti a termine anche i collaboratori si arriva a più di 2,9 milioni. A bocciare  Fornero e Monti c’è anche l’Eurispes: i redditi di una '”famiglia tipo non sono sufficienti a fare fronte alle  spese per una vita dignitosa”, solo un terzo riesce ad arrivare bene alla fine del mese. Terrificante. Per quanto regge la baracca?

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