"La Padania 07.08.2012"
Come sta andando il nostro premier, detto all'inizio del suo mandato Supermario e magari, adesso che i mesi sono passati, divenuto Infermario? Come sempre, ci sono luci ed ombre, ma il problema è appunto la proporzione delle une e delle altre. E da mesi, ormai, il governo tecnico si trova in stallo e le ombre si stanno accumulando. La polemica che si è scatenata in Germania e in Europa per una dichiarazione avventata del Primo dei Non Eletti può fornire il punto di partenza per una valutazione. Ricapitoliamo. Monti è sempre stato molto attento alla Germania, da cui dipende se vi sarà o meno un meccanismo europeo di soccorso per i Paesi con debiti elevati e tassi d'interesse troppo salati. Ha sempre badato a lodarla, presentandosi come un seguace dei valori tedeschi riguardo alla stabilità e dei metodi tedeschi per conseguirla. L'intervista allo Spiegel serviva, nelle intenzioni, a far comprendere ai tedeschi che il loro atteggiamento intransigente sta risuscitando vecchi rancori e pregiudizi e potrebbe portare alla fine dell'Unione Europea. Poi però il premier ha strafatto e ha segnato un clamoroso autogol. Ecco che cosa ha veramente detto – ritradotto dal tedesco, perché non è sicuro che ci si possa fidare delle versioni circolate in Italia: «Se i governi si lasciassero legare completamente dalle decisioni dei loro parlamenti, senza proteggere un proprio spazio di manovra, la dissoluzione dell'Europa sarebbe più probabile di un'integrazione più stretta». Una frase molto infelice, specie se pronunciata dal primo ministro di una repubblica parlamentare.
Sul piano interno, il commento del presidente dei deputati della Lega Nord, Gianpaolo Dozzo, è sufficiente per chiarire la situazione e non c'è nulla da aggiungere: «Non ci stupisce affatto la scarsa considerazione che il premier Monti ha del Parlamento e quindi della sovranità popolare», ha detto Dozzo: «Ha sempre proceduto con decreti legge e a colpi di voti di fiducia, svilendo, come forse nessun presidente del Consiglio ha mai fatto dalla nascita della Repubblica, le prerogative delle Camere e dei parlamentari ». Inatteso è stato invece l'attacco partito dalla Csu per bocca del segretario generale Alexander Dobrindt, che in un'intervista alla Welt parla di una «voglia matta dei soldi dei contribuenti tedeschi » che porta Monti a una «fioritura antidemocratica ». «Il signor Monti», ha detto Dobrindt, «evidentemente ha bisogno che gli si dica chiaramente che noi tedeschi non saremo disposti ad abolire la nostra democrazia per finanziare il debito italiano». Che un capo di governo eletto tratti con tanto disprezzo le regole democratiche è un segnale d'allarme per la cultura politica in alcuni Paesi dell'Eurozona. «Non possiamo permettere che a causa della crisi coloro che hanno il sopravvento vedano i diritti del Parlamento e i controlli democratici come fattori di disturbo.» L'attacco di Dobrindt, incredibilmente rozzo e offensivo, ha comunque scoperchiato un pentolone dove ribolliva di tutto. Il portavoce della Merkel, Georg Streiter, ha commentato: «È opinione del cancelliere tedesco che in Germania siamo sempre andati avanti bene con la giusta misura di appoggio del Parlamento e la giusta misura di partecipazione» dell'assemblea. E ha aggiunto una specie di frecciata: «Negli ultimi tempi abbiamo anche ricevuto alcune indicazioni della Corte Costituzionale tedesca per un incremento della partecipazione del Parlamento». Casomai qualcuno si fosse dimenticato che la Corte deve appunto pronunciarsi il 12 settembre sull'ammissibilità di alcuni accordi internazionali sottoscritti dal governo, che comporterebbero una specie di automatismo nella concessione di fondi da parte dello Stato tedesco. Sull'intervista si è espressa anche la Commissione europea. «Noi rispettiamo pienamente le competenze dei Parlamenti nazionali»: così un portavoce. Insomma, Monti non ha fatto una bella figura, e questo proprio nel suo habitat naturale, quello europeo, dove è entrato circonfuso del rispetto guadagnato in tanti anni da commissario. Infermario riesce ancora a farsi prendere sul serio, questo sì, ma resta il due di picche o poco più, come dimostrano le repliche alla sua intervista. Gli obiettivi dell'Italia, così come li enuncia lui – vedere apprezzata la sua volonterosa politica di austerità, ricevere aiuto concreto per tenere bassi i tassi di interesse da pagare sul debito pubblico – poco ma sicuro non sono già raggiunti, bisogna fare ancora molta strada e schivare diversi scogli. Il principale dei quali è l'opinione pubblica tedesca e coloro che cercano di rappresentarla: visto che non si può nascondere che l'esigenza di controllare come vengono spesi gli aiuti è spinta dai tedeschi fino al punto da svuotare il ruolo del Parlamento… Quello degli altri, naturalmente. E sul piano interno? In fin dei conti, il Primo dei Non Eletti è riuscito a far fare grossi sacrifici alla popolazione italiana, e questo è stato in Europa il suo biglietto da visita come presidente del Consiglio. Stiamo pagando in questi giorni l'Irpef e l'Imu e via rattristandoci e sappiamo tutti quanto questi sacrifici pesino. Il governo tecnico ha infierito sui pensionati, sui lavoratori, sugli imprenditori, sui proprietari di case, sugli enti locali. Ha lasciato stare le pensioni d'oro (di cui numerosi dei suoi ministri sono beneficiari), i privilegi della Casta, le aree di connivenza fra poteri pubblici e criminalità organizzata. Nessuna equità e in più crescita economica negativa perché la domanda viene decimata dalle tasse. E le vere riforme sono di là da venire. Ora Monti si lamenta che i nostri progressi non vengono presi in considerazione all'estero, che gli acquirenti dei titoli di Stato pretendono interessi elevatissimi. È vero. E c'è di peggio: il popolo italiano si sta rendendo conto sempre più che in definitiva tutti i sacrifici che fa servono solo a pagare interessi usurai ai creditori e a mantenere qualche missione militare all'estero. Gli attacchi alle sedi di Equitalia e i quotidiani suicidi di imprenditori e artigiani che non ce la fanno più sono sintomi molto gravi di malessere sociale. Il consenso del popolo non può più essere dato per scontato, e purtroppo (o per fortuna) non si parla solo del consenso per Monti, ma di quello per l'intero sistema politico e sociale. Al di là del prestigio di un primo ministro, nelle arene internazionali ciò che conta è appunto il consenso che ha alle spalle (oltre alla forza economica e ideale del Paese, ovviamente). Il consenso è come la pozione magica del druido Panoramix nelle storie di Asterix, moltiplica le forze e assicura la vittoria. Dopo nove mesi di governo tecnico, l'iniziale alto grado di approvazione del Primo dei Non Eletti si è usurato. E se non cambierà la linea politica, da questo non si torna indietro. Lo scontro con i tedeschi mostra che Monti non conta, a livello europeo, come si era potuto pensare in un primo tempo. Alla prima occasione, sono pronti a sommergerlo di critiche e perfino di lazzi, come il riferimento di Dobrindt alla "voglia matta dei soldi dei contribuenti tedeschi" (dei quali finora l'Italia non ha toccato un eurocent). A Dio piacendo, lo stesso Monti si è accorto della terribile gaffe, e ha cercato di rimediare con alcune precisazioni. «Sono convinto», ha detto, «che la legittimazione democratica parlamentare sia fondamentale nel processo d'integrazione europea. Proprio a questo fine nel trattato di Lisbona è stato opportunamente rafforzato sia il ruolo dei Parlamenti nazionali, sia quello del Parlamento europeo». Nell'intervista allo Spiegel, ha aggiunto, «Non ho inteso in alcun modo auspicare una limitazione del controllo parlamentare sui governi che, anzi, penso vada rafforzato tanto sul piano nazionale che su quello europeo. L'autonomia del parlamento nei confronti dell'esecutivo non è affatto in questione, nell'ovvio rispetto, peraltro, di quanto previsto dagli ordinamenti costituzionali di ciascuno Stato europeo. Ho unicamente voluto sottolineare la necessità, al fine di compiere passi avanti nell'integrazione europea, che si mantenga un costante e sistematico dialogo fra governo e parlamento. Infatti, nel corso dei negoziati tra governi a livello di Unione europea, può rivelarsi necessaria una certa flessibilità per giungere ad un accordo, da esercitarsi sempre nel solco di scelte condivise con il proprio parlamento. In quest'ottica, ritengo che ogni governo abbia il dovere di spiegarsi e interagire in modo dinamico, trasparente ed efficace con il parlamento, in maniera da individuare soluzioni, ove opportuno anche innovative e coraggiose, verso un comune obiettivo europeo ».
Sul piano interno, il commento del presidente dei deputati della Lega Nord, Gianpaolo Dozzo, è sufficiente per chiarire la situazione e non c'è nulla da aggiungere: «Non ci stupisce affatto la scarsa considerazione che il premier Monti ha del Parlamento e quindi della sovranità popolare», ha detto Dozzo: «Ha sempre proceduto con decreti legge e a colpi di voti di fiducia, svilendo, come forse nessun presidente del Consiglio ha mai fatto dalla nascita della Repubblica, le prerogative delle Camere e dei parlamentari ». Inatteso è stato invece l'attacco partito dalla Csu per bocca del segretario generale Alexander Dobrindt, che in un'intervista alla Welt parla di una «voglia matta dei soldi dei contribuenti tedeschi » che porta Monti a una «fioritura antidemocratica ». «Il signor Monti», ha detto Dobrindt, «evidentemente ha bisogno che gli si dica chiaramente che noi tedeschi non saremo disposti ad abolire la nostra democrazia per finanziare il debito italiano». Che un capo di governo eletto tratti con tanto disprezzo le regole democratiche è un segnale d'allarme per la cultura politica in alcuni Paesi dell'Eurozona. «Non possiamo permettere che a causa della crisi coloro che hanno il sopravvento vedano i diritti del Parlamento e i controlli democratici come fattori di disturbo.» L'attacco di Dobrindt, incredibilmente rozzo e offensivo, ha comunque scoperchiato un pentolone dove ribolliva di tutto. Il portavoce della Merkel, Georg Streiter, ha commentato: «È opinione del cancelliere tedesco che in Germania siamo sempre andati avanti bene con la giusta misura di appoggio del Parlamento e la giusta misura di partecipazione» dell'assemblea. E ha aggiunto una specie di frecciata: «Negli ultimi tempi abbiamo anche ricevuto alcune indicazioni della Corte Costituzionale tedesca per un incremento della partecipazione del Parlamento». Casomai qualcuno si fosse dimenticato che la Corte deve appunto pronunciarsi il 12 settembre sull'ammissibilità di alcuni accordi internazionali sottoscritti dal governo, che comporterebbero una specie di automatismo nella concessione di fondi da parte dello Stato tedesco. Sull'intervista si è espressa anche la Commissione europea. «Noi rispettiamo pienamente le competenze dei Parlamenti nazionali»: così un portavoce. Insomma, Monti non ha fatto una bella figura, e questo proprio nel suo habitat naturale, quello europeo, dove è entrato circonfuso del rispetto guadagnato in tanti anni da commissario. Infermario riesce ancora a farsi prendere sul serio, questo sì, ma resta il due di picche o poco più, come dimostrano le repliche alla sua intervista. Gli obiettivi dell'Italia, così come li enuncia lui – vedere apprezzata la sua volonterosa politica di austerità, ricevere aiuto concreto per tenere bassi i tassi di interesse da pagare sul debito pubblico – poco ma sicuro non sono già raggiunti, bisogna fare ancora molta strada e schivare diversi scogli. Il principale dei quali è l'opinione pubblica tedesca e coloro che cercano di rappresentarla: visto che non si può nascondere che l'esigenza di controllare come vengono spesi gli aiuti è spinta dai tedeschi fino al punto da svuotare il ruolo del Parlamento… Quello degli altri, naturalmente. E sul piano interno? In fin dei conti, il Primo dei Non Eletti è riuscito a far fare grossi sacrifici alla popolazione italiana, e questo è stato in Europa il suo biglietto da visita come presidente del Consiglio. Stiamo pagando in questi giorni l'Irpef e l'Imu e via rattristandoci e sappiamo tutti quanto questi sacrifici pesino. Il governo tecnico ha infierito sui pensionati, sui lavoratori, sugli imprenditori, sui proprietari di case, sugli enti locali. Ha lasciato stare le pensioni d'oro (di cui numerosi dei suoi ministri sono beneficiari), i privilegi della Casta, le aree di connivenza fra poteri pubblici e criminalità organizzata. Nessuna equità e in più crescita economica negativa perché la domanda viene decimata dalle tasse. E le vere riforme sono di là da venire. Ora Monti si lamenta che i nostri progressi non vengono presi in considerazione all'estero, che gli acquirenti dei titoli di Stato pretendono interessi elevatissimi. È vero. E c'è di peggio: il popolo italiano si sta rendendo conto sempre più che in definitiva tutti i sacrifici che fa servono solo a pagare interessi usurai ai creditori e a mantenere qualche missione militare all'estero. Gli attacchi alle sedi di Equitalia e i quotidiani suicidi di imprenditori e artigiani che non ce la fanno più sono sintomi molto gravi di malessere sociale. Il consenso del popolo non può più essere dato per scontato, e purtroppo (o per fortuna) non si parla solo del consenso per Monti, ma di quello per l'intero sistema politico e sociale. Al di là del prestigio di un primo ministro, nelle arene internazionali ciò che conta è appunto il consenso che ha alle spalle (oltre alla forza economica e ideale del Paese, ovviamente). Il consenso è come la pozione magica del druido Panoramix nelle storie di Asterix, moltiplica le forze e assicura la vittoria. Dopo nove mesi di governo tecnico, l'iniziale alto grado di approvazione del Primo dei Non Eletti si è usurato. E se non cambierà la linea politica, da questo non si torna indietro. Lo scontro con i tedeschi mostra che Monti non conta, a livello europeo, come si era potuto pensare in un primo tempo. Alla prima occasione, sono pronti a sommergerlo di critiche e perfino di lazzi, come il riferimento di Dobrindt alla "voglia matta dei soldi dei contribuenti tedeschi" (dei quali finora l'Italia non ha toccato un eurocent). A Dio piacendo, lo stesso Monti si è accorto della terribile gaffe, e ha cercato di rimediare con alcune precisazioni. «Sono convinto», ha detto, «che la legittimazione democratica parlamentare sia fondamentale nel processo d'integrazione europea. Proprio a questo fine nel trattato di Lisbona è stato opportunamente rafforzato sia il ruolo dei Parlamenti nazionali, sia quello del Parlamento europeo». Nell'intervista allo Spiegel, ha aggiunto, «Non ho inteso in alcun modo auspicare una limitazione del controllo parlamentare sui governi che, anzi, penso vada rafforzato tanto sul piano nazionale che su quello europeo. L'autonomia del parlamento nei confronti dell'esecutivo non è affatto in questione, nell'ovvio rispetto, peraltro, di quanto previsto dagli ordinamenti costituzionali di ciascuno Stato europeo. Ho unicamente voluto sottolineare la necessità, al fine di compiere passi avanti nell'integrazione europea, che si mantenga un costante e sistematico dialogo fra governo e parlamento. Infatti, nel corso dei negoziati tra governi a livello di Unione europea, può rivelarsi necessaria una certa flessibilità per giungere ad un accordo, da esercitarsi sempre nel solco di scelte condivise con il proprio parlamento. In quest'ottica, ritengo che ogni governo abbia il dovere di spiegarsi e interagire in modo dinamico, trasparente ed efficace con il parlamento, in maniera da individuare soluzioni, ove opportuno anche innovative e coraggiose, verso un comune obiettivo europeo ».

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