"La Padania 05.08.2012"
15 Miliardi e 730 milioni di euro. A tanto ammontano, a fine 2011, i residui attivi contabilizzati dalla Regione Sicilia. Una cifra enorme, così come dichiarato dalla stessa Corte dei Conti regionale che, nell’ormai (tristemente) celebre relazione al Rendiconto regionale, ha confermato l’enormità di questa posta di bilancio e la preoccupazione che gravità intorno ad essa. I residui attivi, infatti, sono una voce importante all’interno di ogni bilancio, in quanto segnalano la presenza di risorse che l’ente dovrà incassare ma che, al momento della scrittura contabile, non ha ancora incassato. Un credito, in sostanza, che nella finanza pubblica si iscrive dopo che, a fronte del rilievo di una somma che l’ente stesso accerta come credito (accertamento, appunto), questo non si è ancora concretizzato positivamente (riscossione). Di per sé un credito non è un problema; o almeno, è certamente una situazione migliore di una posizione debitoria. Se però il credito che si vanta raggiunge in una sola Regione una cifra pari ad una manovra del Governo, 15 miliardi, allora qualche problema potrebbe esserci. Il dato al 31 dicembre della Regione Sicilia è il risultato di una serie storica che la tabella qui a fianco ci aiuta meglio a verificare, evidenziando come l’ammontare al termine del passato esercizio sia il “frutto” di un negativo trend di anni. Anzi, proprio la tabella ci indica come tali crediti siano stati accumulati per lo più in anni precedenti al 2002 (da quell’anno ad oggi, infatti, la montagna si è ingigantita di “soli” tre miliardi).
Ora, se da un lato l’a ndamento alla crescita ha subito una decelerazione, dall’altro non si può non evidenziare come il grosso del credito vantato dalla Regione sia vecchio di oltre dieci anni. E così scatta naturale la domanda: la Sicilia riuscirà davvero ad incassare quanto dovuto? E se sì, quanto? Il vero problema, infatti, più che l’odierno ammontare complessivo dei residui attivi, è la reale e concreta possibilità di incassare tale ammontare. A leggere le relazioni degli esperti, il problema è marginale, in quanto della torta degli oltre 15 miliardi, oltre 13 miliardi sono considerati come “somme certe da riscuotere”, mentre la cifra che desta preoccupazione per la possibilità di incasso si limita a quelle somme definite “dilazionate”, “incerte” o “dubbie”. Un totale di circa 450 milioni di euro sui quali vi sono forti perplessità di riscossione e che, nonostante rappresentino un esempio di inefficienza, raffigurano una quota esigua rispetto alla cifra iniziale di 15 miliardi di euro. Ma siamo poi così certi che i 13 miliardi di euro siano effettivamente crediti che andranno a buon fine? Non del tutto. Perché, altrimenti, gli stessi esperti che hanno analizzato il bilancio regionale avrebbero sottolineato la necessità di effettuare una ricognizione dei residui attivi, disponendo le verifiche necessarie ad assodare proprio la corretta sussistenza dei crediti e ad una loro corretta classificazione? E a poco vale la difesa di chi fa notare come tra le voci iscritte a residui vi siano anche dei crediti vantati nei confronti del l’Unione Europea piuttosto che dello Stato Italiano, dai quali la Sicilia sta attendendo circa 8 miliardi di euro (i così detti residui in conto capitale) tra voci di trasferimenti e risorse legati a fondi comunitari. Avere tra i propri creditori, oggi come oggi, lo Stato italiano non è esattamente una garanzia di incasso, non fosse altro che la situazione delle casse dell’erario è sotto gli occhi di tutti. Senza dimenticare come l’erogazione dei Fondi di natura europea siano spesso subordinati a verifiche sul corretto utilizzo di tali risorse, pena la cancellazione delle stesse. Di fronte, insomma, ad una situazione del genere, sorge spontaneo anche chiedersi come sia stato possibile iscrivere a bilancio dati di cui non si era certi. Nella relazione al Rendiconto, le spiegazioni che vengono portate sono diverse, dal mancato allineamento, in alcuni casi, tra la contabilizzazione delle medesime voci di bilancio nei diversi livelli di Governo, piuttosto che dalla mancata riscossione di risorse che non sono direttamente amministrate dagli Uffici regionali ma da Uffici periferici dell’Amministrazione statale. Senza dimenticare, ovviamente, l’inefficenza nel sistema di riscossione delle somme a mezzo ruolo, laddove gli stessi analisti riportano come l’elevato differenziale tra l’ammontare delle riscossioni effettuate e il volume dei ruoli mette in luce una bassa efficienza della capacità di recuperare le risorse dovute e una marcata attitudine all’evasione. Molti interrogativi, altrettante perplessità sulla capacità di riscuotere quanto dovuto e una domanda, su tutte, che in molti iniziano a farsi se questi dubbi dovessero tradursi in certezze: chi sosterrà quei crediti diventati inesigibili?
Ora, se da un lato l’a ndamento alla crescita ha subito una decelerazione, dall’altro non si può non evidenziare come il grosso del credito vantato dalla Regione sia vecchio di oltre dieci anni. E così scatta naturale la domanda: la Sicilia riuscirà davvero ad incassare quanto dovuto? E se sì, quanto? Il vero problema, infatti, più che l’odierno ammontare complessivo dei residui attivi, è la reale e concreta possibilità di incassare tale ammontare. A leggere le relazioni degli esperti, il problema è marginale, in quanto della torta degli oltre 15 miliardi, oltre 13 miliardi sono considerati come “somme certe da riscuotere”, mentre la cifra che desta preoccupazione per la possibilità di incasso si limita a quelle somme definite “dilazionate”, “incerte” o “dubbie”. Un totale di circa 450 milioni di euro sui quali vi sono forti perplessità di riscossione e che, nonostante rappresentino un esempio di inefficienza, raffigurano una quota esigua rispetto alla cifra iniziale di 15 miliardi di euro. Ma siamo poi così certi che i 13 miliardi di euro siano effettivamente crediti che andranno a buon fine? Non del tutto. Perché, altrimenti, gli stessi esperti che hanno analizzato il bilancio regionale avrebbero sottolineato la necessità di effettuare una ricognizione dei residui attivi, disponendo le verifiche necessarie ad assodare proprio la corretta sussistenza dei crediti e ad una loro corretta classificazione? E a poco vale la difesa di chi fa notare come tra le voci iscritte a residui vi siano anche dei crediti vantati nei confronti del l’Unione Europea piuttosto che dello Stato Italiano, dai quali la Sicilia sta attendendo circa 8 miliardi di euro (i così detti residui in conto capitale) tra voci di trasferimenti e risorse legati a fondi comunitari. Avere tra i propri creditori, oggi come oggi, lo Stato italiano non è esattamente una garanzia di incasso, non fosse altro che la situazione delle casse dell’erario è sotto gli occhi di tutti. Senza dimenticare come l’erogazione dei Fondi di natura europea siano spesso subordinati a verifiche sul corretto utilizzo di tali risorse, pena la cancellazione delle stesse. Di fronte, insomma, ad una situazione del genere, sorge spontaneo anche chiedersi come sia stato possibile iscrivere a bilancio dati di cui non si era certi. Nella relazione al Rendiconto, le spiegazioni che vengono portate sono diverse, dal mancato allineamento, in alcuni casi, tra la contabilizzazione delle medesime voci di bilancio nei diversi livelli di Governo, piuttosto che dalla mancata riscossione di risorse che non sono direttamente amministrate dagli Uffici regionali ma da Uffici periferici dell’Amministrazione statale. Senza dimenticare, ovviamente, l’inefficenza nel sistema di riscossione delle somme a mezzo ruolo, laddove gli stessi analisti riportano come l’elevato differenziale tra l’ammontare delle riscossioni effettuate e il volume dei ruoli mette in luce una bassa efficienza della capacità di recuperare le risorse dovute e una marcata attitudine all’evasione. Molti interrogativi, altrettante perplessità sulla capacità di riscuotere quanto dovuto e una domanda, su tutte, che in molti iniziano a farsi se questi dubbi dovessero tradursi in certezze: chi sosterrà quei crediti diventati inesigibili?

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