""La Padania 14.07.2012"
Presidente Sangalli, ma siamo davvero ad una Caporetto finanziaria? O forse è il caso di parlare di più Caporetto, visto che ogni mese crescono i dati in negativo sulla cessazione di imprese, sulla disoccupazione giovanile, sulla perdita di Pil… Cosa vede all’orizzonte, sinceramente? «Mi lasci premettere che questa è una crisi da allarme rosso. Imprese e famiglie stanno soffrendo da molto tempo e hanno bisogno di segnali concreti per riprendere ad avere fiducia perché con questo futuro così incerto la fiducia è un elemento fondamentale. Insomma, l’Italia oggi è decisamente più povera e i consumi pro capite sono tornati ai livelli del 1998, un balzo all’indietro di quasi quindici anni! Sono, allora, più che mai urgenti scelte capaci di sostenere la domanda interna – per consumi e investimenti - che, ricordo, rappresenta l’80% del nostro Pil. e per fare questo la via è obbligata e senza scorciatoie: meno e migliore spesa pubblica, da una parte, e recupero di evasione e di elusione, dall’altra. Sono queste le condizioni di fondo per una progressiva riduzione di livelli record di pressione fiscale, che zavorrano drasticamente investimenti e consumi». Come giudica le misure sulla spending review appena varate dal Governo? «Anche se un po’ in ritardo, il Governo ha imboccato la strada giusta ed è ora molto importante proseguire in questa direzione. Occorre, cioè, procedere con determinazione nell’impegno di “bonifica” della spesa pubblica per scongiurare definitivamente il ricorso ad ulteriori aumenti dell’Iva previsti per luglio 2013, altrimenti gli effetti sui consumi – lo si è già visto con il precedente aumento dal 20% al 21% - sarebbero disastrosi. E credo si debbano trovare le risorse necessarie individuando ulteriori voci di spesa da tagliare. Perché, ripeto, occorre rimettere velocemente in moto la domanda interna se si vuole contrastare la recessione e accelerare il ritorno alla crescita ». Pressione fiscale al 55 per cento.
Che modello fiscale ha in testa? E c’è un Paese in Europa al quale vorrebbe far riferimento? «Voglio innanzitutto sottolineare che il 55% di pressione fiscale per i contribuenti in regola è un record mondiale che zavorra drasticamente investimenti e consumi e che non possiamo davvero permetterci. Su questo fronte, dunque, è urgente cambiare rotta e bisogna farlo in fretta, per rafforzare la fiducia di imprese, famiglie e lavoratori ma soprattutto per evitare lo schianto dell’Italia produttiva. Segnalo alcuni interventi prioritari: semplificare un “barocco” sistema fiscale, che richiede alle imprese di sopportare, per far fronte agli adempimenti, costi amministrativi diretti per circa 2,7 miliardi di euro l’anno; rendere certo e trasparente il rapporto con i contribuenti attraverso un processo di costituzionalizzazione dello Statuto del contribuente; procedere ad un riordino della fiscalità territoriale, a cominciare dall’Imu che, per gli immobili strumentali, andrebbe dimezzata. E se devo pensare a un Paese, mi piacerebbe far riferimento a un’Italia migliore». Evasione, blitz episodici… Interventi strutturali, magari? «Evasione ed elusione sono incompatibili con il rigore, l’equità e la crescita di cui l’Italia ha assoluta necessità. Serve quindi una lotta determinata e un rafforzamento dell’azione di controllo e di accertamento a 360 gradi perchè 120/150 miliardi di imposte evase segnalano che si tratta di patologie che colpiscono trasversalmente tutta l’economia e la società italiana. Insomma, siamo per la tolleranza zero verso il buco nero dell’abusivismo e della contraffazione così come nei confronti di chi evade o pratica tecniche elusive, ma questo deve riguardare tutti i comparti economici e produttivi. Altrimenti si rischia di accreditare qualche giudizio sommario di troppo». Lei rigetta la dittatura dello spread, lo ha detto a ll ’ultima vostra assemblea. Se c’è una dittatura ci sono anche dei dittatori in Europa o in qualche parte del mondo come registi. Chi sarebbero? «I mercati finanziari vanno ben regolamentati. Trasparenza e responsabilità sono valori universali cui tutti devono aderire. Questa è l’unica soluzione per abbattere queste sgradevoli e oscure dittature». Chi muove il commercio, che Europa diversa desidera? E con quale politica monetaria? «Da sempre, sottostiamo al magistero delle istituzioni nazionali e internazionali, ma l’Europa ha bisogno di più politica. Non è uno slogan ma è l’unica alternativa al disfacimento dell’eurozona che tanti entusiasmi e sacrifici ha mobilitato». E’ vero, secondo lei, che si va verso due aree euro, una più forte, che ha come polo d’attrazione la Germania, e un’altra proiettata verso il Mediterraneo? «Non credo. Dobbiamo pensare ad estendere, casomai, l’eurozona, non a frammentarla. Partecipando all’euro, l’Italia può giocare meglio un ruolo più centrale ed efficace nel promuovere scambi commerciali, investimenti e cooperazione economica e sociale nel Mediterraneo». C’è una parte del Paese, come il Nord, che regge di più alla crisi ma che paga anche di più in termini di tassazione, di blocco della spesa per gli enti virtuosi, di maggiori tasse versate a fronte tuttavia di minori trasferimenti. Regioni che sono modello di efficienza anche nei costi della pubblica amministrazione, dei servizi. Il Paese a due velocità resta però tale. A parte il continuare a leggere, sentire che c’è un’irrisolta questione meridionale e al girarci attorno, non crede che la questione settentrionale sia uno dei problemi irrisolti e sottovalutati, e che se salta il Nord, salta il sistema Paese? A furia di tirar la corda o di mungere, insomma, tutto il Paese sprofonda nel Sud…? «Noi abbiamo sempre sostenuto che se riparte il Sud riparte il Paese. Detto questo, è inutile girarci intorno: la disgregazione è una strategia perdente. Dunque, andiamo avanti col federalismo fiscale e la conseguente applicazione ed estensione dei costi standard al fine di regolare con più efficienza i rapporti fra cittadini e pubblica amministrazione. Vedremmo che molti sprechi al Sud scomparirebbero. In certi casi sarà un processo doloroso ma il Paese - al Nord, al Centro e al Sud – ne beneficerebbe grandemente ». Commercio e concorrenza, può dire ciò che vuole! «Dai primi anni 2000, si sono innescati, nel nostro sistema dei servizi, dolorosi e profondi processi di ristrutturazione, come nel caso del commercio che, dal 2009 ad oggi, ha visto ridursi lo stock di imprese di circa 110 mila unità. La risposta, dunque, non sta nell’arretramento delle ragioni della concorrenza, ma nell’avanzamento di una politica per il commercio italiano, che declini il riconoscimento del valore del pluralismo distributivo attraverso impegni concreti per il rafforzamento della sua produttività. A cominciare dall’innovazione, tecnologica e organizzativa, ma anche lavorando sul nesso tra commercio, identità e vivibilità delle nostre città, reagendo così a rischi ormai evidenti di desertificazione commerciale». A proposito di desertificazione dei centri urbani e di perdita di identità delle città. Un’altra categoria di esodati… «Il commercio è un comparto, con un patrimonio di imprese che non hanno solo una valenza di carattere economico. Laddove c’è un ’attività commerciale si creano, infatti, le condizioni di vitalità e qualità dei territori, si realizzano con più facilità opportunità di sviluppo per i rapporti sociali e culturali, si limita il degrado, stimolando, allo stesso tempo, la riqualificazione urbana, lo sviluppo, la legalità. Per questo è importante scongiurare il fenomeno della “desertificazione commerciale” che ha colpito molti centri storici e piccoli borghi, e che è l’anticamera del degrado urbano e sociale. Sono, dunque, necessari programmi e progetti integrati che sappiano affrontare la salvaguardia e il rilancio dei centri urbani nell’ottica di promuovere un corretto equilibrio tra le diverse tipologie di vendita e di funzioni urbane». Lei ha detto che le richieste di Confcommercio sono rivolte ad uno “strano governo e ad una strana maggioranza”. Cosa reputa normale, il ritorno alla sovranità politica? E quella economica esiste ancora o la frittata è fatta, tra fiscal compact e salvataggi bancari che non portano a finanziare territorio e imprese e famiglie, generando nuova recessione e minori consumi? «Per ripartire, l’Italia ha bisogno di una buona e alta politica perché senza di essa non c’è risposta all’emergenza e, soprattutto, non ci sarà speranza per il futuro. In questi mesi, abbiamo raccolto migliaia di firme dalle nostre Associazioni a testimonianza di quanto sia divenuta gravosa e insostenibile la difficoltà del fare impresa con il rischio crescente che le imprese chiudano. Quello che chiediamo, dunque, al governo, alla politica, alle istituzioni è di cambiare rotta e restituire alle imprese ed all’Italia una prospettiva di crescita e di futuro».
Che modello fiscale ha in testa? E c’è un Paese in Europa al quale vorrebbe far riferimento? «Voglio innanzitutto sottolineare che il 55% di pressione fiscale per i contribuenti in regola è un record mondiale che zavorra drasticamente investimenti e consumi e che non possiamo davvero permetterci. Su questo fronte, dunque, è urgente cambiare rotta e bisogna farlo in fretta, per rafforzare la fiducia di imprese, famiglie e lavoratori ma soprattutto per evitare lo schianto dell’Italia produttiva. Segnalo alcuni interventi prioritari: semplificare un “barocco” sistema fiscale, che richiede alle imprese di sopportare, per far fronte agli adempimenti, costi amministrativi diretti per circa 2,7 miliardi di euro l’anno; rendere certo e trasparente il rapporto con i contribuenti attraverso un processo di costituzionalizzazione dello Statuto del contribuente; procedere ad un riordino della fiscalità territoriale, a cominciare dall’Imu che, per gli immobili strumentali, andrebbe dimezzata. E se devo pensare a un Paese, mi piacerebbe far riferimento a un’Italia migliore». Evasione, blitz episodici… Interventi strutturali, magari? «Evasione ed elusione sono incompatibili con il rigore, l’equità e la crescita di cui l’Italia ha assoluta necessità. Serve quindi una lotta determinata e un rafforzamento dell’azione di controllo e di accertamento a 360 gradi perchè 120/150 miliardi di imposte evase segnalano che si tratta di patologie che colpiscono trasversalmente tutta l’economia e la società italiana. Insomma, siamo per la tolleranza zero verso il buco nero dell’abusivismo e della contraffazione così come nei confronti di chi evade o pratica tecniche elusive, ma questo deve riguardare tutti i comparti economici e produttivi. Altrimenti si rischia di accreditare qualche giudizio sommario di troppo». Lei rigetta la dittatura dello spread, lo ha detto a ll ’ultima vostra assemblea. Se c’è una dittatura ci sono anche dei dittatori in Europa o in qualche parte del mondo come registi. Chi sarebbero? «I mercati finanziari vanno ben regolamentati. Trasparenza e responsabilità sono valori universali cui tutti devono aderire. Questa è l’unica soluzione per abbattere queste sgradevoli e oscure dittature». Chi muove il commercio, che Europa diversa desidera? E con quale politica monetaria? «Da sempre, sottostiamo al magistero delle istituzioni nazionali e internazionali, ma l’Europa ha bisogno di più politica. Non è uno slogan ma è l’unica alternativa al disfacimento dell’eurozona che tanti entusiasmi e sacrifici ha mobilitato». E’ vero, secondo lei, che si va verso due aree euro, una più forte, che ha come polo d’attrazione la Germania, e un’altra proiettata verso il Mediterraneo? «Non credo. Dobbiamo pensare ad estendere, casomai, l’eurozona, non a frammentarla. Partecipando all’euro, l’Italia può giocare meglio un ruolo più centrale ed efficace nel promuovere scambi commerciali, investimenti e cooperazione economica e sociale nel Mediterraneo». C’è una parte del Paese, come il Nord, che regge di più alla crisi ma che paga anche di più in termini di tassazione, di blocco della spesa per gli enti virtuosi, di maggiori tasse versate a fronte tuttavia di minori trasferimenti. Regioni che sono modello di efficienza anche nei costi della pubblica amministrazione, dei servizi. Il Paese a due velocità resta però tale. A parte il continuare a leggere, sentire che c’è un’irrisolta questione meridionale e al girarci attorno, non crede che la questione settentrionale sia uno dei problemi irrisolti e sottovalutati, e che se salta il Nord, salta il sistema Paese? A furia di tirar la corda o di mungere, insomma, tutto il Paese sprofonda nel Sud…? «Noi abbiamo sempre sostenuto che se riparte il Sud riparte il Paese. Detto questo, è inutile girarci intorno: la disgregazione è una strategia perdente. Dunque, andiamo avanti col federalismo fiscale e la conseguente applicazione ed estensione dei costi standard al fine di regolare con più efficienza i rapporti fra cittadini e pubblica amministrazione. Vedremmo che molti sprechi al Sud scomparirebbero. In certi casi sarà un processo doloroso ma il Paese - al Nord, al Centro e al Sud – ne beneficerebbe grandemente ». Commercio e concorrenza, può dire ciò che vuole! «Dai primi anni 2000, si sono innescati, nel nostro sistema dei servizi, dolorosi e profondi processi di ristrutturazione, come nel caso del commercio che, dal 2009 ad oggi, ha visto ridursi lo stock di imprese di circa 110 mila unità. La risposta, dunque, non sta nell’arretramento delle ragioni della concorrenza, ma nell’avanzamento di una politica per il commercio italiano, che declini il riconoscimento del valore del pluralismo distributivo attraverso impegni concreti per il rafforzamento della sua produttività. A cominciare dall’innovazione, tecnologica e organizzativa, ma anche lavorando sul nesso tra commercio, identità e vivibilità delle nostre città, reagendo così a rischi ormai evidenti di desertificazione commerciale». A proposito di desertificazione dei centri urbani e di perdita di identità delle città. Un’altra categoria di esodati… «Il commercio è un comparto, con un patrimonio di imprese che non hanno solo una valenza di carattere economico. Laddove c’è un ’attività commerciale si creano, infatti, le condizioni di vitalità e qualità dei territori, si realizzano con più facilità opportunità di sviluppo per i rapporti sociali e culturali, si limita il degrado, stimolando, allo stesso tempo, la riqualificazione urbana, lo sviluppo, la legalità. Per questo è importante scongiurare il fenomeno della “desertificazione commerciale” che ha colpito molti centri storici e piccoli borghi, e che è l’anticamera del degrado urbano e sociale. Sono, dunque, necessari programmi e progetti integrati che sappiano affrontare la salvaguardia e il rilancio dei centri urbani nell’ottica di promuovere un corretto equilibrio tra le diverse tipologie di vendita e di funzioni urbane». Lei ha detto che le richieste di Confcommercio sono rivolte ad uno “strano governo e ad una strana maggioranza”. Cosa reputa normale, il ritorno alla sovranità politica? E quella economica esiste ancora o la frittata è fatta, tra fiscal compact e salvataggi bancari che non portano a finanziare territorio e imprese e famiglie, generando nuova recessione e minori consumi? «Per ripartire, l’Italia ha bisogno di una buona e alta politica perché senza di essa non c’è risposta all’emergenza e, soprattutto, non ci sarà speranza per il futuro. In questi mesi, abbiamo raccolto migliaia di firme dalle nostre Associazioni a testimonianza di quanto sia divenuta gravosa e insostenibile la difficoltà del fare impresa con il rischio crescente che le imprese chiudano. Quello che chiediamo, dunque, al governo, alla politica, alle istituzioni è di cambiare rotta e restituire alle imprese ed all’Italia una prospettiva di crescita e di futuro».

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