"Alessandro Montanari"
"La Padania 22.07.2012"
Maroni: caro premier, abbia un minimo di dignità, ammetta il fallimento. Caos Province, Zaia: ci vorranno più soldi per rimediare al pasticcio. Cota: perché non tagliano le Prefetture?
MILÀN - Roberto Maroni chiede lo sfratto del Governo Monti le cui ricette ultra- rigoriste, come empiricamente dimostrato dall’andamento del differenziale Btp-Bund, si stanno rivelando inutili e dannose. «Lo spread - sintetizza il Segretario del Carroccio dal suo profilo facebook - è tornato sopra quota 500 come ai tempi del governo Berlusconi ma nel frattempo abbiamo raggiunto il record mondiale delle tasse. Caro Monti, il suo governo non ha funzionato. Abbia un minimo di dignità, ammetta il fallimento e se ne torni in Bocconi». Al ritorno alla vita “civile”, tuttavia, il presidente del Consiglio non ci pensa proprio. Prova ne sono le voci - forse fatte trapelare ad arte per testarne l’impatto ed infatti subito smentite - sullo scenario che il premier stesso avrebbe prospettato al presidente Napolitano nel recente incontro al Colle: una crisi pilotata che anticipi le elezioni all’autunno in modo da stroncare sul nascere le insofferenze sempre più vistose, e non solo di natura pre-elettorale, di certi settori del Pdl. Intanto, però, nell’attesa del sussulto d’orgoglio già chiesto, in privato così come in un pubblico, a Silvio Berlusconi, la Lega è costretta a continuare a difendere il Nord dalle folli iniziative del Governo-Dracula in perfetta solitudine.
L’ultima è il «riordino» - si fa per dire - delle Province. «In Lombardia - tira le somme Roberto Maroni - rimarranno quattro province: Milano, Bergamo, Brescia e Pavia ma le altre in realtà non spariranno e insieme faranno nascere nuove province: dunque questa manovra è un’assurdità, è irrazionale e farà aumentare le spese e i dazi per i cittadini. A questo punto allora facciamo sparire tutti gli enti intermedi e pure le regioni con meno di un milione di abitanti...». Le perplessità di Maroni non sono isolate. In pochi in effetti hanno compreso la logica della riforma montiana, che non abolirà tout court le Province in quanto “enti inutili” ma le ridurrà dalle attuali 107 a 43, comprese le 10 città metropolitane: Roma, Milano, Napoli, Venezia, Bologna, Firenze, Genova, Bari, Torino e Reggio Calabria. I criteri prescritti dalla delibera emanata venerdì dal Consiglio dei ministri stabiliscono infatti un tetto minimo di 350 mila abitanti ed un’estensione di 2.500 chilometri quadrati, così da determinare, di fatto, il “taglio” di 64 Province, di cui 50 nelle Regioni a statuto ordinario e 14 in quelle a statuto speciale. Queste, però, non svaniranno nel nulla ma si trasformeranno in accorpamenti inediti, anche piuttosto fantasiosi. Tra le novità allo studio del Governo, ad esempio, ci sono due macro province in Emilia Romagna, una comprendente Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Modena e l’altra, tutta romagnola, con Ravenna, Rimini, Forlì e Cesena. In Abruzzo invece, oltre a L’Aquila, si ipotizza una provincia “Adriatica”, con Pescara, Teramo e Chieti raggruppate in un unico ente mentre in Lombardia dovrebbe sorgere una Grande Brianza. Le nuove province, comunque, non cambieranno solo nei confini ma anche nelle funzioni delegate. Eserciteranno ancora competenze in materia ambientale, di trasporto e viabilità mentre tutte le altre competenze finora esercitate, come quelle sul mercato del lavoro e l’edilizia scolastica, verranno devolute ai Comuni. Subito, però, è scattata la mobilitazione dell’Upi. Il presidente delle Unione delle Province Lombarde, il leghista Massimo Sertori, bolla la riforma come «un provvedimento inaccettabile perché approvato prima della conclusione dell’iter parlamentare e in totale contrasto con la Costituzione ». «Non tiene conto delle peculiarità dei diversi territori - protesta l’amministratore del Carroccio - ed anzi ignora parametri cruciali come il numero di Comuni e il Pil prodotto». Domani, intanto, al Palazzo Scaligero di Verona si riuniranno i vertici delle Upi di Piemonte, Lombardia e Veneto. Nell’incontro, i 27 Presidenti stabiliranno una strategia comune per affrontare il cosiddetto «riordino ».

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