ASÀGH - «Era importante che sopravvivesse l’ideale, il sogno ideale che deve realizzarsi». Umberto Bossi si commuove. Roberto Maroni ha appena terminato l’intervento da candidato unico alla segreteria federale. Prima che abbiano inizio le operazioni di voto, il Senatur si avvicina al microfono per dire ancora una volta la sua. Indossa la camicia verde del combattente padano, mostra la determinazione di sempre. Cita una parabola del Vecchio Testamento: «Si presentano due donne da Re Salomone. Vogliono tutte e due un bambino. Re Salomone non sa come decidere di chi è il bimbo. Gli viene in mente un’idea. Piglia il bambino e dice alle sue guardie: “Taglietelo a metà”.
Allora una delle due donne, dice: “No, datelo all’altra, non tagliate il bambino” e Salomone interviene e decide: “Il bambino è suo”. Così ho dovuto fare io, questo ho fatto io. Il bambino è di quella che non lo vuole tagliare in mezzo. Questo ho fatto io». La voce di Bossi è rotta dall’emozione. La folla dei militanti lo applaude compatta, molti delegati si avvicinano al palco per incoraggiarlo. Il presidente federale si interrompe un attimo, poi continua: «Lo dico perché avverto che alcuni non lo hanno ancora capito. Occorreva evitare di aiutare Roma a distruggere la Lega, separarla, dividerla. Questo ho fatto io. Ho detto “il bambino è suo”». Per l’Umberto la priorità, su tutto, era ed è la battaglia per liberare il Nord, l’indipendenza della Padania. Un obiettivo che si può realizzare solo grazie alla Lega. Le parole di Bossi trasudano passione e colpiscono al cuore tutti i presenti. Tra i militanti c’è più di qualcuno che si commuove. Lo stesso Umberto, terminato il breve intervento, ha gli occhi lucidi. Gli si fanno intorno i vertici del Movimento, da Maroni a Dal Lago, da Calderoli a Zaia, da Cota a Giorgetti. Gli stringono la mano, lo incitano, lo abbracciano. Non è la prima volta che Bossi paragona a un bimbo il Movimento. «La Lega è come un bambino, è il frutto dell’amore - ha ripetuto spesso -. Io sono convinto che questo Movimento sia il risultato del lavoro generoso di migliaia di uomini e di donne che si vogliono bene, che vogliono bene alla città dove vivono, alla nazione cui sentono di appartenere. Il bambino - aggiungeva il Senatur - è cresciuto, ha imparato a camminare con le sue gambe, ma bisognerà lavorare ancora perché diventi adulto e realizzi le sue ambizioni». Quello di Bossi, quindi, è ancora una volta, un esempio da seguire, mettendo in secondo piano ogni interesse e ogni personalismo per il bene del Carroccio, per arrivare alla vittoria finale contro la Stato centralista. In precedenza il presidente federale aveva ricordato che «tutto quello che è accaduto alla Lega è stato studiato a tavolino. La Lega non ha rubato niente. I ladri, i farabutti sono a Roma. C’è stato un attacco della magistratura - ha aggiunto -. Certo qualcuno ha aperto la fortezza della Lega dall’interno. È facile capire chi . Era l’amministratore sbagliato. Fatico a credere che il nostro amministratore fosse legato alla ’ndrangheta, ma se fosse così, come dice la magistratura, i servizi segreti dovevano dircelo e invece hanno aspettato per farcelo cadere in testa. Se pensavano di far morire la Lega - attacca Bossi - hanno capito male, perché la nostra idea non morirà mai». È infatti tempo di guardare avanti: «Le idee camminano sulle gambe degli uomini. Anche se mancassi io, ci sarebbe sempre uno di voi che avrebbe quello che avrei fatto io. A Roma non riescono a mettersi l’anima in pace». Per questo i difensori del centralismo ladrone hanno una sola parola d’ordine: «Riuscire a fermare il Nord, deve restare nostro schiavo, perché noi siamo la città eterna. Sono queste le idee che muovono tutto quel che è avvenuto», rimarca Bossi, e in risposta riceve alti dagli spalti i cori: «Secessione. Secessione ». «È possibile crederci fino in fondo - dice Bossi dialogando con la platea - e andare avanti sapendo che i nostri figli non saranno più schiavi di Roma, ma liberi in Padania». Il Senatur sorride alla folla che lo applaude: «Ero preoccupato per la nascita di correnti nella Lega, ma voi siete la risposta che va tutto bene». Poi va con il pensiero a due giorni fa, quando a Bad Ragaz, nello svizzero cantone di San Gallo, ha partecipato da osservatore a un importante accordo siglato tra 48 Regioni padane, svizzere, francesi, austriache, tedesche e slovene per la nascita di una macroregione alpina. «Il nostro non è un Paese democratico perché ti inganna con l’Imu e permette a milioni di milioni di immigrati di venire nel nostro Paese. «In Svizzera Monti sarebbe licenziato per incompatibilità con la democrazia. In Svizzera qualsiasi legge può essere sottoposta a referendum, anche quelle che riguardano le tasse ». E ancora: «In Svizzera mi hanno detto che sono stato un simbolo perchè ho combattuto contro uno Stato forte - ha ricordato Bossi - Però i simboli servono se vengono utilizzati bene. Il sogno è una cosa sola. E lo dico per gli imbecilli che stanno nella Lega e girano col tricolore. Il sogno è la Padania libera». «Credo ancora alla Padania, e odio il centralismo romano - ha aggiunto - e se ci fossero ancora i milioni di ragazzi morti nella prima guerra mondiale, sono convinto che oggi sparerebbero verso Roma, verso il centralismo romano».

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