Speriamo che Salvini abbia avuto il tempo di godersi qualche piadina o qualche tigella. Almeno a dare un po’ di letizia al palato nel corso di un tour in Emilia Romagna che, per lui, non si sta rivelando proprio tranquillissimo. Anche ieri, a Imola, una contestazione. «Quattro sfigati», ha minimizzato il deputato leghista Gianluca Pini. Avrebbe potuto essere anche uno solo, ma l’evento si somma a quelli dei giorni scorsi. La stella a cinque punte disegnata sull’ingresso della sede del Carroccio a Parma, domenica, una sorta di avvertimento in vista del comizio che Salvini terrà stasera. E poi l’aggressione di sabato. Di cui hanno parlato in troppi e male, e proprio per questo rimane una ferita aperta. Perché è la dimostrazione più lampante di un «gap» sofferto dal nostro Paese, cioè che toccare certi temi, in politica, diventa pericoloso, molto pericoloso.
È questo il cuore della vicenda. Ed è, come direbbero gli «esperti», un vulnus democratico. Che rischia di finire oscurato dal rimpallo di responsabilità, dalle giustificazioni messe in campo dalle sigle sindacali di polizia notoriamente più vicine al Viminale (come il Siulp), oppure dalla posizione del ministro Alfano, evidentemente più preoccupato a respingere gli attacchi politici della Lega che a prendere contezza del vero problema.
Che ha tre profili. Il primo è l’agibilità politica nell’affrontare certi argomenti i quali, come ha ricordato il direttore Gian Marco Chiocci domenica da queste colonne, hanno a che vedere con la quotidianità delle nostre aree cittadine, cioè l’illegalità nei campi nomadi, la (scarsa) sicurezza nelle periferie o l’infinito scandalo delle case occupate.
Il secondo profilo, poi, è quello di una galassia di sigle antagoniste che continuano a essere vocate alla violenza, pronte alla guerriglia urbana senza alcuna remora. Eredi culturali di Carlo Giuliani, il contestatore morto nel 2001 al G8 di Genova poco prima di lanciare un estintore in faccia ad un carabiniere, che per istinto di sopravvivenza gli sparò. Andiamo dall’incappucciato che, ai microfoni di Sky Tg 24, lancia a Salvini un messaggio chiaro «se torna a Bologna lo aspettiamo». Fino a quel tale che su Facebook, nella pagina del collettivo Tpo, sabato sera «segnalava» la presenza del Segretario della Lega a Silvi Marina, aggiungendo: «e io sto lucidando la mazza da baseball». Senza dimenticare l’altro che, sempre nella stessa pagina, ricorda che «i fascisti possono fare una sola fine» e che Salvini «oggi ne ha avuto un assaggio».
Ecco, questo è lo scenario. Su cui soffiano- e qui entriamo nel terzo profilo -facendo timido capolino per farsi vedere solo quel tanto che basta, i benpensanti in cachemire. Quelli che contestano la mattanza di sabato non per la probabile amara sorte che avrebbe avuto Salvini e chi lo accompagnava, se quell’automobile non fosse riuscita a partire (circondare un’auto, colpirne i vetri con le cinte e tirare un casco contro il lunotto posteriore non è esattamente come avvolgerla di carta igienica), ma perché, in fin dei conti, il leader del Carroccio passa da vittima. Gente alla Michele Serra, che su Repubblica si duole perché «Salvini e il suo staff escono dalla giornata come aggrediti e come orbati del diritto di manifestare; e la strutturale intolleranza leghista (…) rischia di passare del tutto in second’ordine sul palcoscenico mediatico». Insomma, l’incappucciato e gli altri delinquenti di Bologna sono i nuovi «compagni che sbagliano», in un’epoca nella quale «compagni» non si può più dire.
Anche ora, come allora, però, rischiano di far molto male. E sabato ne abbiamo avuta una dimostrazione.

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