“Federica Dato”
“lintraprendente.it 22.11.2013”
I numeri si susseguono scavalcandosi giorno dopo giorno. Si parla di
femminicidio, ovunque. I volti di donne massacrare riempiono gli spazi farciti
dai media, le loro storie ti si attaccano alla pelle come un odore che non
riesci a lavare via. Leggi dell’orco che le ha spezzate. Un uomo che ne ha
tradito la bellezza, che ha insultato quel corpo capace di dare la vita. Frughi
nel dolore finché la nausea non ti prende, mentre qualcuno indossa
indifferenza. I dati sono e restano ufficiosi, 124 le donne assassinate nel
2012 secondo alcune associazioni e chilometri di carta su cui leggere di chi se
l’è cavata pur avendo subito violenze, domestiche e no. Dare voce a quelle urla
soffocate è un dovere, uno di quegli obblighi che rendono meno futile il
mestiere del cronista. Ma, pur stando lontani dalle mode morbose, capita di
percepire un’ingiustizia velata, una di quelle che ti fa paura affrontare,
perché non puoi accettare che una sola riga vergata da te passi per distanza o
mancanza di rispetto per ogni respiro negato.
Ma è proprio il credo che le
esistenze valgano tutte in egual modo, proprio nella convinzione che ogni
respiro strozzato sia una bestemmia rispetto alla grandezza dell’essere umano,
lo diciamo qui che troppo spesso si sceglie una tragedia per amor di
“notiziabilità” piuttosto che un’altra. C’è un’altra mattanza in corso, c’è
sangue che scorre e le vittime, come sempre, non sono solo quelle finite sotto
una lapide. A ogni lettera incisa su un marmo gelido quanto eterno corrisponde
una famiglia piegata. In alcuni casi li abbiamo chiamati suicidi di Stato, sono
i suicidi degli imprenditori che non ce la fanno più e cedono alla
disperazione. Quella che ti porta a credere che il domani sia troppo carico di
nero per essere vissuto, quello che li guida nei loro capannoni e fa sì che si
impongano la fine. Anche le loro storie ti si attaccano al petto, sono quelle
di chi pur di non licenziare i propri dipendenti preferisce salutare il mondo.
E ci sono tanta forza e determinazione atroce in quell’atto da non poter essere
raccontarle. Se ne contano circa ottanta dall’inizio della crisi, di
imprenditori morti. Alcune statistiche raddoppiano la cifra dell’orrore. Il
registro non saremo noi a compilarlo. Stabilite da voi quale numero sia il più
vicino al vero e moltiplicatelo per due, perché una delle indiscusse verità è
che i suicidi spesso vengono celati. Per non intaccare l’orgoglio e il ricordo
di chi s’è spento, per riservatezza o dovere d’affari. Il femminicidio è una
piaga. L’imprenditoricidio non è da meno, neppure numericamente. Speriamo il
primo venga annientato, qualcosa in questo senso pare muoversi. Urliamo perché
lo Stato si batta il petto e guardi negli occhi quello che sta avvenendo, che
si assuma delle responsabilità e metta fine al massacro. Perché ogni respiro va
tutelato. Perché c’è un’Italia che muore, il Nord che fa la conta dei propri
caduti, ma le pagine di giornale spesso scordano i titoli che la raccontano nel
cassetto. L’ingiusto nell’ingiusto. Non ci sono morti di prima o seconda
categoria. Difendiamo le donne, salviamo gli imprenditori. Ora, che è già
tardi. In Veneto urlano «non vogliamo farci suicidare». Ogni cuore che smette
di battere noi lo sentiamo nostro, saremo colpevoli tutti. Fermate
l’imprenditoricidio. Ora, per carità.

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