venerdì 22 novembre 2013

Vogliamo il reato di imprenditoricidio

“Federica Dato”
“lintraprendente.it 22.11.2013”

I numeri si susseguono scavalcandosi giorno dopo giorno. Si parla di femminicidio, ovunque. I volti di donne massacrare riempiono gli spazi farciti dai media, le loro storie ti si attaccano alla pelle come un odore che non riesci a lavare via. Leggi dell’orco che le ha spezzate. Un uomo che ne ha tradito la bellezza, che ha insultato quel corpo capace di dare la vita. Frughi nel dolore finché la nausea non ti prende, mentre qualcuno indossa indifferenza. I dati sono e restano ufficiosi, 124 le donne assassinate nel 2012 secondo alcune associazioni e chilometri di carta su cui leggere di chi se l’è cavata pur avendo subito violenze, domestiche e no. Dare voce a quelle urla soffocate è un dovere, uno di quegli obblighi che rendono meno futile il mestiere del cronista. Ma, pur stando lontani dalle mode morbose, capita di percepire un’ingiustizia velata, una di quelle che ti fa paura affrontare, perché non puoi accettare che una sola riga vergata da te passi per distanza o mancanza di rispetto per ogni respiro negato.
Ma è proprio il credo che le esistenze valgano tutte in egual modo, proprio nella convinzione che ogni respiro strozzato sia una bestemmia rispetto alla grandezza dell’essere umano, lo diciamo qui che troppo spesso si sceglie una tragedia per amor di “notiziabilità” piuttosto che un’altra. C’è un’altra mattanza in corso, c’è sangue che scorre e le vittime, come sempre, non sono solo quelle finite sotto una lapide. A ogni lettera incisa su un marmo gelido quanto eterno corrisponde una famiglia piegata. In alcuni casi li abbiamo chiamati suicidi di Stato, sono i suicidi degli imprenditori che non ce la fanno più e cedono alla disperazione. Quella che ti porta a credere che il domani sia troppo carico di nero per essere vissuto, quello che li guida nei loro capannoni e fa sì che si impongano la fine. Anche le loro storie ti si attaccano al petto, sono quelle di chi pur di non licenziare i propri dipendenti preferisce salutare il mondo. E ci sono tanta forza e determinazione atroce in quell’atto da non poter essere raccontarle. Se ne contano circa ottanta dall’inizio della crisi, di imprenditori morti. Alcune statistiche raddoppiano la cifra dell’orrore. Il registro non saremo noi a compilarlo. Stabilite da voi quale numero sia il più vicino al vero e moltiplicatelo per due, perché una delle indiscusse verità è che i suicidi spesso vengono celati. Per non intaccare l’orgoglio e il ricordo di chi s’è spento, per riservatezza o dovere d’affari. Il femminicidio è una piaga. L’imprenditoricidio non è da meno, neppure numericamente. Speriamo il primo venga annientato, qualcosa in questo senso pare muoversi. Urliamo perché lo Stato si batta il petto e guardi negli occhi quello che sta avvenendo, che si assuma delle responsabilità e metta fine al massacro. Perché ogni respiro va tutelato. Perché c’è un’Italia che muore, il Nord che fa la conta dei propri caduti, ma le pagine di giornale spesso scordano i titoli che la raccontano nel cassetto. L’ingiusto nell’ingiusto. Non ci sono morti di prima o seconda categoria. Difendiamo le donne, salviamo gli imprenditori. Ora, che è già tardi. In Veneto urlano «non vogliamo farci suicidare». Ogni cuore che smette di battere noi lo sentiamo nostro, saremo colpevoli tutti. Fermate l’imprenditoricidio. Ora, per carità.








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