“Federica Dato”
“lintraprendente.it 21.11.2013”
Filippo Penati non ballava da solo. Non si può cadere nell’ipocrisia
giustizialista che vuole un cattivo (cattivissimo è meglio) tra nugoli di
vittime. Filippo Penati e il suo direttore generale dell’epoca Antonio
Princiotta, cui la Corte dei conti chiede in queste ore un maxi-risarcimento da
120 milioni, non ballavano da soli. Non ci interessa qui entrare nel dettaglio
delle carte giudiziarie, colleghi più titolati della sottoscritta negli anni
hanno scavato nella vicenda di Sesto San Giovanni, raccontando di un «sistema»
che scavalca gli oltre 238 milioni di euro pagati dalla Provincia di Milano per
l’acquisto di alcune quote Serravalle. Uno dei volti del Partito democratico,
che per anni s’è vestito di una truffaldina superiorità morale, s’è mostrato
come quello dell’uomo nero. In quella che viene definita la Stalingrado
d’Italia è stato messo in piedi un impianto politico completamente scollegato
con le regole della trasparenza (in teoria) sacre alla pubblica
amministrazione.
Una cosa grossa, troppo grossa. Filippo Penati, d’alemiano di ferro che dal Massimo viene e veniva difeso nonostante lo scandalo, cosa che dice di per sé molto, no, non ballava da solo. Una rete di imprenditori e imprese, politici, enti pubblici e di vigilanza ha, volontariamente o meno, ha lasciato le cose andassero come Penati voleva andassero. Allora non si può essere ipocriti, perché al Sud non risparmiamo colate d’inchiostro intrise di rabbia, glielo scriviamo che a volte non vedere è impossibile e fingere di non vedere in qualche misura ti rende corresponsabile. Lo diciamo, perché vale anche qui, a un passo da Milano: Filippo Penati non ballava da solo e le responsabilità di quanto accaduto vanno calate su di lui, come sul resto degli indagati e di quanti si accerterà lo meriteranno. Deve pagare, esigiamo giustizia per lo Stato, per i cittadini onesti, i lombardi e gli italiani. Esigiamo non se la cavi per il rotto della cuffia per Sesto San Giovanni e per chi a causa di quel “sistema” pagherà nei prossimi anni. Vorremmo però la riflessione si facesse più ampia. Le ruberie presunte o tali non riguardano né hanno riguardato solo i diretti interessati, quelli finiti alla sbarra, perché eclatanti al punto da essere impossibili per passare inosservate. Colpevoli di indulgenza, distrazione, negligenza, mancanza o miopia, chiamatela come vi pare: i giornalisti, molti politici (non Gabriele Albertini che firmo l’esposto alla Corte dei conti) e prima di altri i cittadini. Non si poteva non sapere, a Sesto. Non è possibile nessuno si sia fatto domande. E quel silenzio, quello di sopravvivenza, una sopravvivenza apparente perché è di queste ferite che si perisce infine, è quello che lascia vivere la criminalità organizzata, le ruberie. Si chiama connivenza, in certe occasioni. Si chiama male italiano. Filippo Penati non ballava da solo, come l’enorme buco di Bilancio che ha rivoltato il Comune di Parma e portato dietro le sbarre alcuni esponenti del PdL, allora al governo cittadino, non può essere imputabile solo a quella fetta di cattiva politica. Perché, poi, i parmigiani se lo chiedono con chi mangiasse l’unico comune “azzurro” tra tanti enti “rossi”. E son domande. Ed è una verità che qualcuno qualcosa a Sesto avrebbe potuto intuire e quel silenzio è ciò che più ci deve spaventare.
Una cosa grossa, troppo grossa. Filippo Penati, d’alemiano di ferro che dal Massimo viene e veniva difeso nonostante lo scandalo, cosa che dice di per sé molto, no, non ballava da solo. Una rete di imprenditori e imprese, politici, enti pubblici e di vigilanza ha, volontariamente o meno, ha lasciato le cose andassero come Penati voleva andassero. Allora non si può essere ipocriti, perché al Sud non risparmiamo colate d’inchiostro intrise di rabbia, glielo scriviamo che a volte non vedere è impossibile e fingere di non vedere in qualche misura ti rende corresponsabile. Lo diciamo, perché vale anche qui, a un passo da Milano: Filippo Penati non ballava da solo e le responsabilità di quanto accaduto vanno calate su di lui, come sul resto degli indagati e di quanti si accerterà lo meriteranno. Deve pagare, esigiamo giustizia per lo Stato, per i cittadini onesti, i lombardi e gli italiani. Esigiamo non se la cavi per il rotto della cuffia per Sesto San Giovanni e per chi a causa di quel “sistema” pagherà nei prossimi anni. Vorremmo però la riflessione si facesse più ampia. Le ruberie presunte o tali non riguardano né hanno riguardato solo i diretti interessati, quelli finiti alla sbarra, perché eclatanti al punto da essere impossibili per passare inosservate. Colpevoli di indulgenza, distrazione, negligenza, mancanza o miopia, chiamatela come vi pare: i giornalisti, molti politici (non Gabriele Albertini che firmo l’esposto alla Corte dei conti) e prima di altri i cittadini. Non si poteva non sapere, a Sesto. Non è possibile nessuno si sia fatto domande. E quel silenzio, quello di sopravvivenza, una sopravvivenza apparente perché è di queste ferite che si perisce infine, è quello che lascia vivere la criminalità organizzata, le ruberie. Si chiama connivenza, in certe occasioni. Si chiama male italiano. Filippo Penati non ballava da solo, come l’enorme buco di Bilancio che ha rivoltato il Comune di Parma e portato dietro le sbarre alcuni esponenti del PdL, allora al governo cittadino, non può essere imputabile solo a quella fetta di cattiva politica. Perché, poi, i parmigiani se lo chiedono con chi mangiasse l’unico comune “azzurro” tra tanti enti “rossi”. E son domande. Ed è una verità che qualcuno qualcosa a Sesto avrebbe potuto intuire e quel silenzio è ciò che più ci deve spaventare.

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