lunedì 4 novembre 2013

La lezione del Veneto all’Italia del tassa&spendi

"lintraprendente.it 04.11.2013"

Se vi serve una conferma chiedete a un qualunque cittadino residente in da almeno dieci anni “che cosa ha fatto la giunta regionale in tutti questi anni di mandato?”. Vi risponderà: “Nulla, niente di niente. In Veneto non è cambiato nulla, è tutto uguale a cinque anni fa”. Lui probabilmente ve lo dirà con il tono di uno che punta il dito verso l’amministrazione di palazzo Balbi, senza rendersi conto di dire, solo, la più grande verità fra tutte: mentre l’Italia aumentava le tasse con il decreto Salva Italia, con l’Imu e con addizionale Irpef, mentre inaspriva il patto di stabilità accentrando le competenze amministrative, la tesoreria e lasciando agli enti locali a gestire (e giustificare) incoerenti tagli alla spesa pubblica e alla sanità, mentre in tutte le altre regioni d’Italia si allungavano le liste d’attesa per un visita sotto la mutua, mentre i cittadini emigravano in cerca di cure sanitarie decenti e mentre la situazione di crisi economica si faceva evidente nel paesaggio cittadino, “in Veneto non cambiava nulla, tutto come prima”.
Tradotto: ci si accorge delle cose che cambiano solo quando peggiorano, quando migliorano o restano immutate (a fronte di diverse e peggiorative condizioni) nessuno percepisce nulla. Tradotto ancora, per dirla come lo direbbe Unioncamere: “L’Italia impari dal Veneto, risparmierebbe 35 miliardi di euro ogni anno”. Sintesi del settimo rapporto sulla finanza italiana presentato dall’Unione italiana delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura che, analizzando l’attuale situazione finanziaria del Paese tricolore, ha messo in luce una lunga serie di anomalie della pubblica amministrazione, lanciando nel contempo un allarme da considerarsi come un eco delle dichiarazioni dei governatori più virtuosi: “L’Italia si trova sempre più vicina ad un collasso del sistema” a causa anche delle manovre di spending review che hanno “tagliato molto in periferia e poco al centro”. Dice Gian Angelo Bellati, segretario dell’ente camerale Veneto: «Più del 70 per cento dei tagli apportati dal governo è gravato sugli enti locali, aumentando il residuo fiscale delle Regioni più produttive comeLombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana, e tagliando gli investimenti per il loro futuro» ridistribuendo – aggiungiamo noi – la differenza annua di residuo fiscale alle regioni meno virtuose, in virtù della regola solo italiana per cui “più sei bravo, più sei mazziato”. E così, mentre l’unica cosa in crescita in Italia sembra essere il rapporto tra la spesa pubblica e il Pil(passato dal 49,2 percento del 2008 al 51,9 percento del 2013), ci rendiamo conto che il vero modello da esportare in Italia non è quello “Verona” bensì quello “Veneto”. Quello che, appena insediatosi, ha votato l’abolizione dei vitalizi, ridotto il numero di consiglieri (da 60 a 50), ridotto del 25 percento le indennità di funzione, ridotto – ancora – le opere realizzate in project financing (questo possiamo definirlo un compito facile dopo il passaggio Galan che, in Veneto, è stato guru e maestro della pratica), mantenuti ottimi standard nelle prestazioni ospedaliere e nelle liste d’attesa, ottimizzato il sistema sanitario anche assicurativo che ha permesso di “deviare” il colpo della scure Monti sulla sanità arrivando fino a questa settimana, quando la giunta ha annunciato di voler tagliare anche le “proprietà” (a quote variabili) possedute dalla Regione in società come Autovie Venete, Veneto Sviluppo, Veneto Innovazione, Cav,Insula e altre. Un vero e proprio “colpo di mannaia”, come lo definisce la Vanzan sulle pagine delGazzettino, spiegando che su 71 partecipazioni indirette la Regione Veneto ne abolirà 38. Più della metà. Insomma, anche se si può fare meglio (lo stesso Bellati dice che il Veneto gode di una amministrazione forse “non tra le migliori ma certamente non tra le peggiori”) noi ci limitiamo a chiedere al governo di non fare peggio. Basta solo copiare: limitandosi ad applicare lo stesso modello di spesa amministrativa lo Stato risparmierebbe ogni anno oltre 19 miliardi di euro. Se esportato a tutti gli enti locali sul piatto rimarrebbero altri 15 miliardi e oltre di euro. Per un totale di 35 miliardi e 400 mila euro, senza finanziare. Per informazioni Dorsoduro 3901, suonare Zaia.

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